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Processo, testimoni e Facebook: vietato il riconoscimento sulle foto profilo


Processo, testimoni e Facebook: vietato il riconoscimento sulle foto profilo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 febbraio 2015



L’identificazione dell’imputato deve essere assolutamente certa e non basarsi su semplici sensazioni del testimone oculare.

 

Non bastano le foto viste dal teste su Facebook per incastrare il presunto aggressore.

Imputato assolto perché il formale riconoscimento a verbale è pregiudicato dalle immagini visionate sul social network: l’individuazione è decisiva solo se ribadita in dibattimento con certezza assoluta.

Sarebbe in grado di riconoscere l’aggressore?

La voce del giudice, rivolta al teste, rimbomba nell’aula di tribunale.

I presenti oltre la barriera di legno immaginano di veder spuntare, di lì a breve, le foto del probabile colpevole. Invece, il testimone oculare apre il telefonino e si collega su Facebook: insomma, il riconoscimento avviene aprendo il profilo dell’imputato e la sua gallery di scatti pubblici.

È valida tale forma di “identificazione”? Assolutamente no! Contraria al riconoscimento tramite le nuove tecnologie è la recente sentenza del Tribunale di Ancora [1] depositata qualche giorno fa.

La presenza del profilo dell’imputato sul social network, con tanto di foto scattate in varie situazioni, non è sufficiente a far scattare la condanna per lesioni. E questo perché le immagini visionate sul social network dalla persona presente alla rissa hanno in qualche modo pregiudicato il riconoscimento formale a verbale dal momento che la descrizione fornita in concreto non combacia con l’immagine depositata in atti.

Secondo la Cassazione [2], infatti, se è vero che l’individuazione fotografica può essere determinante, anche senza ulteriori riscontri, per affermare la responsabilità dell’imputato, è però necessario che tale riconoscimento presenti caratteri di certezza assoluta e risulti ancorato non a mere rappresentazioni o “sensazioni” del dichiarante, ma ad elementi oggettivi.

Detto in termini pratici questo significa che il testimone, prima di poter dichiarare con certezza di aver riconosciuto il colpevole, deve averlo visto bene in faccia e non può limitarsi semplicemente a delle ipotetiche sensazioni visive, corroborate poi dal raffronto con le foto su Facebook. In una situazione notturna, per esempio, dove il volto è poco visibile, non potrebbe essere sufficiente sopperire ai propri “sensi visivi” con quelli telematici del social network.

Inevitabile, in questi casi, l’assoluzione dell’imputato.

note

[1] Trib. Ancona sent. n. 116/2015 del 16.02.2015.

[2] Cass. sent. n. 45787/2012.

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