Il nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti

24 Febbraio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Febbraio 2015



Le modifiche al regime dei licenziamenti.

 

Entra ufficialmente in vigore il Jobs Act. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti, ha approvato infatti il decreto legislativo che contiene disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge delega [1]. Il testo entrerà in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Il vecchio rapporto di assunzione stabile muterà forma, sotto la sigla del neonato contratto a tutele crescenti. Rimangono esclusi dal Jobs Act i lavoratori del pubblico impiego, i quali dunque non saranno investiti anche dalla nuova disciplina sui licenziamenti.

Il nuovo contratto a tutele crescenti si applicherà ai lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato dopo l’entrata in vigore del decreto, per i quali stabilisce una nuova disciplina dei licenziamenti individuali e collettivi (per i lavoratori assunti prima dell’entrata in vigore del decreto restano valide le norme precedenti).

Per i licenziamenti discriminatori e nulli intimati in forma orale resta la reintegrazione nel posto di lavoro.

Vengono invece confermate le modifiche al licenziamento di tipo economico e disciplinare.

Secondo la nuova disciplina, nei casi in cui risulti accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo o per giustificato motivo soggettivo o giusta causa (licenziamento ingiustificato), il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità (non assoggettata a contribuzione previdenziale) crescente, direttamente proporzionale all’anzianità di servizio. La regola è quella del risarcimento in misura pari a due mensilità per ogni anno di anzianità di servizio, con un minimo di 4 ed un massimo di 24 mesi.

Esclusivamente nelle ipotesi di licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
Rispetto alla disciplina precedente, resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento (vale a dire che il giudice non potrà più valutare, sanzionando con la reintegra ogni eventuale violazione, se l’inadempimento fosse davvero tanto grave da non poter essere adeguatamente punito con una sanzione conservativa del posto, quale una sospensione o una multa).
Oltre alla reintegrazione in caso di insussistenza del fatto contestato è previsto poi il pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore abbia percepito per lo svolgimento di altre attività lavorative (aliunde perceptum). In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria relativa al periodo antecedente alla pronuncia di reintegrazione non può essere superiore a dodici mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto. Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, senza applicazione di sanzioni per omissione contributiva.

Per evitare di andare in giudizio si potrà fare ricorso alla nuova conciliazione facoltativa incentivata. In questo caso il datore di lavoro offre una somma esente da imposizione fiscale e contributiva pari ad un mese per ogni anno di servizio, non inferiore a due e sino ad un massimo di diciotto mensilità. Con l’accettazione il lavoratore rinuncia alla causa.

Vengono introdotte novità anche per i licenziamenti collettivi, rispetto ai quali il decreto stabilisce che, in caso di violazione delle procedure [2] o dei criteri di scelta [3], si applichi sempre il regime dell’indennizzo monetario che vale per gli individuali (da un minimo di 4 ad un massimo di 24 mensilità). In caso di licenziamento collettivo intimato senza l’osservanza della forma scritta la sanzione resta quella della reintegrazione, così come previsto per i licenziamenti individuali.

Per le piccole imprese, con meno di quindici dipendenti, la reintegra resta solo per i casi di licenziamenti nulli e discriminatori e intimati in forma orale. Negli altri casi di licenziamenti ingiustificati è prevista un’indennità crescente di una mensilità per anno di servizio con un minimo di 2 e un massimo di 6 mensilità.

La nuova disciplina si applica anche ai sindacati ed ai partiti politici.

Ai nuovi licenziamenti, dal punto di vista del rito, non troveranno più applicazione le disposizioni procedurali speciali introdotte dalla Riforma Fornero [4], che aveva ideato per questa materia una forma più rapida che contraeva le tempistiche di giudizio. Si applicherà piuttosto il rito ordinario [5].

note

[1] Legge n. 183 del 2014

[2] Art. 4, comma 12, legge 223/1991

[3] Art. 5, comma 1 legge 223/1991

[4] Art. 1 commi 48-68 legge 92/2012

[5] Art. 414 e ss. cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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