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Violenza assistita in famiglia: rischi e tutele legali per i minori

26 febbraio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 febbraio 2015



Lasciare che un bambino assista quotidianamente alle violenze tra gli adulti può comportare gravi effetti sulla sua salute psico-fisica e responsabilità di natura giuridica per chi lo permette: diversi gli strumenti di tutela.

Diciamoci la verità: a quale genitore non è mai capitato di intavolare in famiglia una forte discussione con un adulto senza curarsi della presenza dei bambini in casa?

Le risposte in questi casi sono sempre pronte: “il bambino dormiva, o ancora, era assorto nei suoi giochi e non si è accorto di niente…”.

Ebbene, è opportuno che l’eccezione non divenga mai una regola in quanto un simile comportamento, specie se portato avanti in modo costante, configura una vera e propria forma di violenza domestica, definita più tecnicamente come “violenza assistita intrafamiliare”.

Vediamo nello specifico di cosa si tratta, cosa prevede la legge a riguardo, quali effetti può provocare su un minore e come è possibile combatterla.

COS’E’ LA VIOLENZA ASSISTITA

La violenza assistita consiste nell’obbligare un minore ad assistere ad aggressioni fisiche o verbali tra persone che rappresentano per lui un riferimento educativo o affettivo.

Essa può essere vissuta dal bambino in forma diretta o indiretta.

Se, per esempio, il minore è costretto (in quanto non ha la possibilità di allontanarsi) o, peggio, volutamente obbligato ad assistere in prima persona a scene violente in atto tra gli adulti (come anche solo l’udire le voci alterate o il rumore degli oggetti scossi), si parla in tal caso di violenza diretta; se, invece, il fanciullo percepisce o viene a conoscenza degli effetti negativi della violenza (ad esempio vedendo il genitore in lacrime, triste o angosciato dopo un litigio oppure gli oggetti di casa danneggiati a seguito dello scontro tra gli adulti) è più corretto parlare di violenza assistita indiretta.

Questa situazione, specie se ripetuta nel corso del tempo, può produrre sul bambino conseguenze molto gravi (come a breve vedremo), a volte simili a quelle che scaturiscono da veri e propri abusi.

COSA PREVEDE LA LEGGE

La legge prevede norme, sia di tipo penale che civile, a tutela dei soggetti che subiscono sottomissioni e violenze non solo fisiche ma anche di tipo psicologico (come intimidazioni, pressioni, minacce o molestie) nel contesto della famiglia.

Essa, tuttavia, non associa la violenza assistita ad una tipica figura di reato, ma la inquadra nell’ambito del reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi [1] che punisce con la reclusione da due a sei anni chiunque maltratti una persona:

– della famiglia o comunque convivente,

– o sottoposta alla sua autorità,

– o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte.

Dunque, possono macchiarsi di tale reato non solo i genitori, ma anche quei soggetti che rivestano un ruolo educativo per i bambini.

La pena è maggiorata se la violenza è stata compiuta in danno di un minore di 14 anni e se dal fatto sia derivata una lesione personale grave o gravissima o addirittura la morte (ne abbiamo parlato in questo articolo: È reato di violenza assistita far presenziare i figli alle violenze sul coniuge).

Sempre in ambito penale, la legge punisce chi ripetutamente minacci o molesti una persona in modo da:

– provocare in questa un grave e perdurante stato di ansia o di paura per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona a cui sia affettivamente legata

– ovvero da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.

Si tratta dello specifico reato di atti persecutori e stalking [2] che, con particolare riferimento alla violenza assistita sui minori, sembra tutelarne in special modo la forma indiretta (cioè – lo ricordiamo – quella che si crea quando il minore percepisce la paura e l’angoscia del familiare). Per un approfondimento sul tema rinviamo alla nostra ampia rubrica: Stalking e stalker.

Quanto alle specifiche misure cautelari previste dal codice di procedura penale in soccorso alle vittime di maltrattamenti in famiglia, la legge [3] attribuisce al giudice la possibilità di prescrivere all’imputato violento:

– di lasciare immediatamente la casa familiare;

– o di non farvi rientro e di non accedervi senza autorizzazione;

– di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti.


Sul piano civile la legge tutela tale forma di violenza attraverso lo strumento degli ordini di protezione contro gli abusi familiari [4].

In particolare, nei casi in cui il comportamento aggressivo del soggetto provochi un grave pregiudizio all’integrità psico-fisica o morale o alla libertà del coniuge o convivente (e di riflesso anche dei minori), questi può ottenere, con una specifica istanza, che il giudice ordini che il soggetto cessi la condotta violenta, si allontani dalla casa familiare e non si avvicini ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima; il magistrato, ove appaia necessario, potrà anche disporre l’intervento dei servizi sociali presenti sul territorio o di un centro di mediazione familiare, nonché delle associazioni di supporto e accoglienza per le persone che abbiano subito maltrattamenti o abusi (cosiddetti centri antiviolenza).

EFFETTI DELLA VIOLENZA ASSISTITA SUI MINORI

Presenziare alle scene di violenza tra i soggetti che rappresentano delle figure di riferimento (affettivo, ed educativo), è un’esperienza che può segnare profondamente e in modo traumatico un bambino, finendo col compromettere il suo sviluppo personale e la sua capacità di interagire a livello sociale, sia da adolescente che da adulto.

Se, infatti, l’assistere ad aggressioni fisiche e verbali diviene una costante, il bambino vive una situazione psicologica di confusione e disorientamento in quanto, anziché associare la figura dell’adulto (come di norma dovrebbe avvenire) a quella di chi lo protegge, la associa invece a quella di chi lo pone in una situazione di pericolo.

Tale condizione, oltre ad essere fonte di immediate manifestazioni di disagio sul minore (come la depressione, la bassa autostima, le difficoltà scolastiche) aumenta di molto il pericolo che egli risenta, anche da adulto, degli effetti della violenza, ritenendola un legittimo strumento con cui rapportarsi agli altri e, in special modo, alla nuova famiglia che andrà a creare. Infatti, i comportamenti dei genitori (così come di chi ne fa le veci) sono presi di norma a modello dai bambini e, di seguito, trasposti nelle proprie relazioni sociali e familiari una volta cresciuti.

I sentimenti dei minori

I sentimenti che prevalgono tra i minori che assistono alla violenza intrafamiliare possono essere di diverso tipo, a seconda dell’età, dell’indole e della specifica situazione personale:

il senso di colpa e la vergogna legati o al fatto di sentirsi privilegiati rispetto al familiare che subisce la violenza o, a volte, anche responsabili di quanto avviene tra gli adulti: ciò può avvenire sia per l’incapacità (data dall’età) di comprendere quanto accade intorno a loro, sia perché, in alcuni casi, essi vengono espressamente accusati dal familiare violento di essere il motivo del maltrattamento (ad esempio per aver deluso le aspettative scolastiche o educative in genere);

la paura che quanto avvenuto possa ripetersi e il senso di fallimento per trovarsi a vivere situazioni che non sono in grado né di prevenire né di controllare;

– il senso di impotenza, di delusione, e di sfiducia derivante dal fatto di sentirsi traditi e dall’impossibilità di modificare o frenare la situazione di violenza che si trovano a vivere;

– la rabbia e il risentimento che, in taluni casi, possono si trasformarsi in disprezzo e odio nei confronti di chi invece li dovrebbe proteggere.

Attenzione! Il minore può finire col nutrire tale sentimento non solo nei confronti del soggetto che compie la violenza ma anche verso chi la subisce senza proteggerlo (si pensi al genitore che, pur di “salvare il matrimonio” non denuncia la violenza o, comunque, scelga di restare col compagno aggressivo).

LE STRADE ALTERNATIVE

 

È bene che l’adulto che si trova a subire la violenza in casa, ancor più se alla presenza dei propri bambini, sappia che esistono strade alternative e senz’altro opportune da seguire, nel proprio interesse e, in special modo, di quello dei più piccoli.

Accettare, sopportare, sminuire la violenza e i maltrattamenti (fisici o psicologici che siano) è un atteggiamento che non può che portare gravi e irrimediabili effetti nel tempo e che – contrariamente a ciò che spesso si ritiene – non può in alcun modo contribuire a tenere in piedi una famiglia.

In altre parole, in questi casi, seguire il vecchio adagio secondo il quale “i panni sporchi si lavano in casa” è la cosa meno indicata.

In ogni caso è, innanzitutto, importante distinguere due situazioni:

– quella in cui il conflitto sia connotato da violenza vera e propria (anche psicologica) e dall’atteggiamento prevaricatore del familiare/convivente che non sappia controllare le proprie reazioni e la propria rabbia;

– quella in cui le tensioni tra gli adulti siano il fisiologico effetto della rottura di una relazione sentimentale.

La violenza patologica

Nel primo caso, qualora il familiare violento non si mostri intenzionato a farsi aiutare (sottoponendosi, ad esempio, ad un percorso psicoterapeutico) è opportuno che chi subisce i maltrattamenti:

– informi di quanto avviene una persona di fiducia, per poter fare riferimento ad essa in caso di necessità;

– custodisca in un luogo sicuro (anche diverso dall’abitazione) i propri effetti personali (documenti, bancomat, ecc.) ;

– se decide di allontanarsi da casa con i propri figli, invii una motivata lettera raccomandata al coniuge o compagno (meglio se redatta da un avvocato) onde evitare una successiva querela per sottrazione di minori: potrà anche segnalare la cosa alle forze dell’ordine e/o cercare aiuto (insieme ai figli) presso i centri antiviolenza di riferimento sul proprio territorio: essi sono in grado di fornire il necessario supporto (anche di tipo psicologico) e il rispetto dell’anonimato e, in taluni casi, (quando la vittima non abbia nessuno cui appoggiarsi) anche temporanea ospitalità;

– se, invece, decide di rimanere in casa, si rivolga comunque ad un centro antiviolenza o ad un avvocato per farsi consigliare sulla strada più opportuna da intraprendere (cioè se di tipo civile come gli ordini di protezione o penale come una querela) a seconda della gravità del caso, al fine di ottenere l’allontanamento del familiare violento.

Il conflitto come effetto della crisi della coppia

Qualora, invece, in famiglia si sia giunti ad una situazione di quotidiano litigio (ma non caratterizzato da violenza in senso stretto) dovuto ad una crisi coniugale o di coppia, è consigliabile – soprattutto nel bene dei figli (incolpevoli vittime del contrasto in atto) – seguire strade diverse e anche tra loro complementari:

– quella di rivolgersi ad un centro di mediazione familiare nel tentativo di ritrovare un canale di comunicazione sereno e rispettoso che favorisca soluzioni alternative al conflitto;

– quella di cercare di comprendere i segni di disagio che la crisi dei genitori crea sui minori, facendo loro seguire dei gruppi di parola (dei quali abbiamo parlato in questo articolo: “I gruppi di parola: un modo per aiutare i figli nella crisi da separazione dei genitori”);

– quella di preferire – qualora la scelta sia quella della separazione – una soluzione giudiziaria consensuale favorita da un percorso di diritto collaborativo: tale soluzione potrà essere raggiunta anche attraverso il procedimento di negoziazione assistita dagli avvocati (senza, cioè doversi rivolgere al giudice).


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