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Come far entrare la prova testimoniale nel processo contro il Fisco

1 marzo 2015


Come far entrare la prova testimoniale nel processo contro il Fisco

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 marzo 2015



Commissioni tributarie: ammessa la dichiarazione che testimonia la donazione di una somma da parte dei familiari.

Nel processo tributario – è noto – la legge [1] vieta la possibilità di introdurre testimoni. Di fatto, si tratta di un giudizio basato quasi esclusivamente sulle prove documentali. Ma la possibilità che, davanti alle Commissioni Tributarie, possano trovare ingresso le dichiarazioni rese da terzi non va esclusa del tutto. E il suggerimento viene fornito da una precisazione che la Cassazione ha messo, nero su bianco, in una recente sentenza [2].

 

La vicenda

La vicenda ha ad oggetto la contestazione di una somma che un contribuente aveva investito in un’azienda e che quest’ultimo aveva dichiarato essergli stata donata da propri familiari. Invece secondo l’Agenzia delle Entrate, che aveva contestato la provenienza di tali importi, si trattava del frutto di redditi in “nero”, ossia non dichiarati e poi “lavati” nell’investimento.

Nel caso di specie, i familiari dell’imprenditore, corsi in supporto di quest’ultimo, avevano dichiarato che tali somme erano inizialmente loro, ma che poi le avevano donate al ricorrente.

La sentenza

La Cassazione ricorda che la prova testimoniale, per come disciplinata dal codice di procedura civile, non è ammissibile davanti ai giudici tributari. Si parla quindi di quella prova orale, di solito ad iniziativa di parte, richiesta dietro formulazione di specifici capitoli, che comporta il giuramento dei testi e riveste, conseguentemente, un particolare valore probatorio.

Tuttavia, prosegue la Suprema Corte – ed è qui l’importante precisazione – ciò non impedisce che si possano utilizzare, ai fini della decisione, tutte le dichiarazioni rese da terzi (cioè da soggetti estranei al rapporto tra il contribuente e l’Erario) e raccolte dall’Amministrazione in un momento precedente al giudizio, ossia nella fase procedimentale. Si tratta, in pratica, delle dichiarazioni fornite nell’ambito del contraddittorio amministrativo, che ha come controparte il fisco e che l’Agenzia delle Entrate deve attivare necessariamente al fine di consentire al contribuente di difendersi prima ancora della notifica dell’accertamento.

Il valore delle dichiarazioni

Certo – precisa la sentenza – tali informazioni non avranno lo stesso valore delle testimonianze vere e proprie, considerate dalla legge delle “prove” tipiche. Esse, invece, hanno il valore probatorio tipico degli indizi, e devono pertanto essere necessariamente supportate da ulteriori riscontri oggettivi: in presenza, però, di tali riscontri, di tali dichiarazioni i giudici dovranno necessariamente tenere conto.

Concludendo, e per tornare all’esempio del caso preso in considerazione dalla Cassazione, le dichiarazioni di terzi che provano che il contribuente ha ricevuto dai familiari la somma di denaro, poi investita in altre attività, sono ammesse nel giudizio, ma hanno il valore probatorio degli elementi indiziari, e pertanto, per diventare vere e proprie prove dovranno essere supportate da riscontri oggettivi.

note

[1] Dlgs. n.546/1992, art. 4 co. 4.

[2] Cass. sent. n. 4122 del 27.02.2015.

Autore immagine: 123rf com

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