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Equitalia: impugnabile la comunicazione di affidamento per la riscossione senza avviso di ricevimento

5 Marzo 2015


Equitalia: impugnabile la comunicazione di affidamento per la riscossione senza avviso di ricevimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 Marzo 2015



L’avviso di accertamento della raccomandata è il solo documento che consente di dimostrare la correttezza della notifica dell’avviso di accertamento.

Di recente, la Commissione Tributaria Provinciale di Bari ha fornito alcuni importanti chiarimenti in tema di ricorsi contro gli atti di Equitalia. La sentenza, che qui spiegheremo in parole semplici [1], accoglie la domanda avanzata da un contribuente, difeso dal dott. Francesco Cotrufo.

Premettiamo subito che gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate, relativi a imposte dirette come Irpef, Ires, Irap e Iva, diventano titolo esecutivo già dopo 60 giorni dalla notifica al contribuente. Questo significa che, per tali imposte, non arriva più la cartella di Equitalia, ma l’Agente della Riscossione, con raccomandata semplice, si limita solo a comunicare al contribuente di aver ricevuto l’incarico di procedere alla riscossione esattoriale.

Con la sentenza in commento viene chiarito che il contribuente, qualora non abbia mai ricevuto il primo avviso di accertamento esecutivo da parte dell’Agenzia delle Entrate, può comunque presentare ricorso contro la comunicazione di affidamento per la riscossione, invita da Equitalia, con cui questa lo informa di aver ricevuto l’incarico di procedere a recuperare le imposte. E ciò è possibile proprio perché tale comunicazione è il primo atto ricevuto dal contribuente, non avendo questi mai ricevuto il precedente avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate (magari perché la notifica non è stata fatta correttamente).

Un orientamento ormai consolidato della giurisprudenza, infatti, riconosce impugnabile qualsiasi atto emesso dall’amministrazione finanziaria o da Equitalia che abbia a fondamento la richiesta o l’esecutività di un pagamento. La finalità è proprio quella di salvaguardare il diritto alla difesa dei cittadini e la possibilità, per questi, di anticipare le eventuali conseguenze di un’esecuzione forzata illegittima.

A questo punto, se il contribuente deduce di non aver mai ricevuto prima alcun atto, avviso o accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate (ciò che tecnicamente viene detto “atto prodromico”, in quanto “viene prima” delle azioni di Equitalia e, nello stesso tempo, le giustifica), allora è l’amministrazione finanziaria che deve fornire la prova contraria: quella cioè della corretta notifica.

I giudici sostengono, dunque, che spetta sempre al Fisco dare la dimostrazione della regolare notifica [2]. Ciò vuol dire che la semplice indicazione di aver inviato la raccomandata al destinatario [3] non è sufficiente se non viene accompagnata dal deposito della ricevuta di ritorno [4].

In buona sostanza, affinché venga dimostrato l’effettivo invio della raccomandata al destinatario e la data di consegna di essa, il solo elemento di prova idoneo a dimostrare che tutto ciò sia effettivamente avvenuto è costituito dall’avviso di ricevimento di detta raccomandata, dalla cui sottoscrizione si può risalire con certezza alla persona che l’ha ricevuta e comprendere, quindi, se la notifica è stata effettivamente compiuta o meno.

Pertanto, posto che l’invio della raccomandata e il suo ricevimento costituiscono un momento essenziale del procedimento di notifica, la mancata produzione, da parte dell’Agenzia delle Entrate, dell’avviso di ricevimento di tale raccomandata non comporta la semplice nullità della notifica, ma la sua inesistenza. Che pertanto non è sanabile. Risultato: il contribuente può ricorrere serenamente al giudice, senza né avere l’incubo di dover rispettare dei termini massimi per la presentazione della sua domanda giudiziale, né il rischio di sanare il vizio della notifica con il deposito del ricorso.

note

[1] CTP Bari, sent. n. 557/04/2015.

[2] Ai sensi dell’art. 2697 cod. civ.

[3] Ai sensi dell’art. 7, ult. co. Legge n. 890/1982.

[4] Cass. S.U. sent. n. 458/2005; Cass. sent. n. 4310/2007.

Autore immagine: 123rf com


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