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Notifiche: il mittente deve provare il contenuto della raccomandata

8 marzo 2015


Notifiche: il mittente deve provare il contenuto della raccomandata

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 marzo 2015



Se il destinatario contesta la lettera, è chi spedisce che deve dimostrarne il contenuto.

A meno di un mese di distanza, la Cassazione è tornata sul tema delle raccomandate e delle notifiche. Evidentemente, l’Italia è piena di furbetti: il problema è lo stesso che avevamo affrontato, tempo fa, nell’articolo “Equitalia deve dimostrare l’esatto contenuto della cartella di pagamento” e avevamo poi risolto nell’articolo: “Come spedire una raccomandata senza busta”.

In buona sostanza: cosa c’è dentro la busta della raccomandata? Solo il mittente lo può sapere in anticipo. E quindi il destinatario, che voglia metterlo in difficoltà, può benissimo contestarne il contenuto, sostenendo, per esempio, che, in verità, c’era dell’altro o magari i fogli non erano completi. In questo modo, egli scarica la patata bollente sul mittente (sia esso un creditore, il fisco, un avvocato, ecc.) il quale, se vorrà dimostrare di aver correttamente spedito il documento, dovrà anche provare cosa vi era davvero dentro. Una prova impossibile? Ma procediamo con ordine.

Secondo la sentenza dello scorso 5 marzo pubblicata dalla Suprema Corte [1], se il destinatario di una notifica contesta il contenuto della comunicazione (ossia quanti era presente nella busta postale), almeno nei termini nei quali il mittente sostiene di avergliela inoltrata, spetterà a quest’ultimo la prova contraria, ossia dimostrare che cosa davvero contenesse la sua missiva.

Dicevamo che si tratta di una prova davvero difficile, se non impossibile. E la soluzione è quella di inviare una “raccomandata senza busta” (segui le istruzioni cliccando sul link) oppure di sfruttare una PEC (posta elettronica certificata). Diversamente si va incontro a quella che gli avvocati chiamano “prova diabolica” (cioè impossibile).

Come detto in apertura, non è la prima volta che la Cassazione afferma questo principio: per esempio, in materia di sanzioni e licenziamenti da parte del datore di lavoro, se il dipendente contesta il contenuto della raccomandata spetterà al datore dimostrare che la busta, regolarmente ricevuta, conteneva realmente quella specifica comunicazione e non dell’altro [2].

In un popolo dove ogni scusa è buona per trovare l’inghippo e il “vizio di forma”, è sempre bene evitare di cadere in queste trappole. Ecco perché la busta chiusa, anche se spedita con raccomandata, è uno dei mezzi meno sicuri quando si vogliano evitare contestazioni future.

note

[1] Cass. sent. n. 4482/15 del 5.03.2015.

[2] Cass. sent. n. 24031/06.

Autore immagine: 123rf com

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