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Avvocati e commercialisti: nel fallimento, crediti prededucibili

8 Marzo 2015


Avvocati e commercialisti: nel fallimento, crediti prededucibili

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 Marzo 2015



I crediti del professionista derivanti dall’attività di consulenza ed assistenza prestata al debitore ammesso al concordato preventivo, per la redazione e la presentazione della relativa domanda, sono prededucibili nel fallimento consecutivo.

Se l’azienda che ha presentato domanda di concordato preventivo poi fallisce, la parcella per l’avvocato che ha prestato assistenza al debitore per la redazione e la presentazione della domanda al concordato stesso, viene ammessa al fallimento in prededuzione. Lo ha chiarito la Cassazione in una recente sentenza [1].

La nuova legge fallimentare [2], nel tentare di favorire le soluzioni “concordate” alla crisi dell’azienda, ha introdotto un’eccezione al principio della par condicio creditorum, stabilendo, in particolare, che sono prededucibili tutti i crediti sorti in funzione di precedenti procedure concorsuali [3]. Tanto vale, quindi, anche per il credito del professionista (l’avvocato, per esempio, o il commercialista) che abbia assistito il debitore nella presentazione della domanda di concordato preventivo dalla cui procedura, poi, è scaturito il fallimento. Tale prededuzione [4] scatta a prescindere tanto dal risultato delle prestazioni eseguite dal professionista (ossia dalla loro utilità per la massa), tanto dal loro svolgimento in un arco temporale ristretto precedente o susseguente al deposito della domanda (requisito, quest’ultimo, che non solo non è contemplato dalla norma e non appare da essa evincibile in via interpretativa, ma che, come correttamente rilevato dai ricorrenti, risulterebbe di difficile ed incerta individuazione).

Pertanto, l’avvocato potrà presentare domanda di ammissione al passivo, con prededuzione, per il fallimento dell’imprenditore che è stato ex cliente dello studio, per le attività di consulenza e di assistenza giudiziale svolte per predisporre e presentare la domanda di concordato preventivo e per quelle giudiziali e di consulenza eseguite anche in epoca anteriore alla stessa.

 

E se il professionista opera in uno studio associato?

L’altro punto toccato dalla sentenza in commento è se il privilegio vada riconosciuto anche nel caso in cui il professionista operi all’interno di uno studio associato.

A tal fine – chiarisce la Suprema Corte – bisogna verificare se il cliente abbia conferito l’incarico al singolo professionista ovvero all’entità collettiva nella quale questi è organicamente inserito quale prestatore d’opera qualificato: nel primo caso il credito ha natura privilegiata, in quanto costituisce in via prevalente remunerazione di una prestazione lavorativa resa personalmente dal professionista, che rimane unico titolare dell’attività affidatagli ed esclusivo responsabile della stessa nei confronti del cliente; al contrario, nel secondo caso, il credito ha natura chirografaria, perché ha per oggetto un corrispettivo riferibile al lavoro del professionista solo quale voce del costo complessivo di un’attività che è essenzialmente imprenditoriale.

note

[1] Cass. sent. n. 4486/15 del 5.03.2015.

[2] Art. 111 L.f.

[3] Cass. sent. nn. 8533/2013, 1513/2014, 8958/2014.

[4] Ex art. 2751 bis n. 2 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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