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Lo sai che? Pensione integrativa se c’è diritto a quella ordinaria

Lo sai che? Pubblicato il 11 marzo 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 11 marzo 2015

Previdenza complementare: il trattamento dei regimi integrativi subisce le medesime restrizioni previste per la pensione ordinaria.

Attenzione a fare i conti senza l’oste. Chi è andato in pensione dopo il 31 agosto 1995 può ottenere la pensione integrativa a condizione che:

– sia già cessato il rapporto di lavoro

– e abbia maturato 35 anni di anzianità contributiva.

E questo perché la legge del 1995 [1] estende anche alla pensione integrativa le nuove norme restrittive in materia di pensioni ordinarie, ed ha altresì introdotto [2] il divieto di percepire la pensione integrativa prima della maturazione della pensione. Pertanto, l’accesso alla pensione di anzianità e di vecchiaia assicurate dalle forme di previdenza complementare è subordinato al possesso dei requisiti per fruire del trattamento pensionistico obbligatorio.

Lo ha precisato la Cassazione in una sentenza di ieri [3].

Così il dipendente che cessi il servizio senza aver maturato i requisiti di legge per il conseguimento della pensione di anzianità non può vedersi riconosciuto il diritto all’assegno integrativo di pensione.

Infatti, argomenta la Corte, il trattamento complementare si consegue solo in presenza dei requisiti previsti per il conseguimento della pensione di cui alla gestione dell’assicurazione generale obbligatoria (AGO).

Recita infatti la legge: “A decorrere dal 1° gennaio 1998, per tutti i soggetti nei cui confronti trovino applicazione le forme pensionistiche che garantiscono prestazioni definite in aggiunta o ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, … il trattamento si consegue esclusivamente in presenza dei requisiti e con la decorrenza previsti dalla disciplina dell’assicurazione generale obbligatoria di appartenenza”.

Inoltre, si legge sempre nella legge, “L’accesso alle prestazioni per anzianità e vecchiaia assicurate dalle forme pensionistiche di cui al comma 1, che garantiscono prestazioni definite ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, è subordinato alla liquidazione del predetto trattamento”.

 

Insomma, detto in parole povere, la legge dispone il divieto di percepire la pensione integrativa prima della maturazione della pensione a carico dell’AGO.

Pertanto, l’accesso alle prestazioni di anzianità e di vecchiaia assicurate dalle forme di previdenza complementare è subordinato alla liquidazione del trattamento pensionistico obbligatorio, almeno a partire dal 31 agosto 1995.

note

[1] Art. 3, comma 19, legge n. 335/1995.

[2] Art. 18 co. 8-quinquies d.lgs. n. 124/1993.

[3] Cass. sent. n. 4771 del 10.03.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 gennaio – 10 marzo 2015, n. 4771
Presidente Roselli – Relatore Bandini

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Napoli, nell’instaurato contraddittorio con la Intesa Sanpaolo spa (quale incorporante la Sanpaolo Imi spa) e con il Fondo Pensione Complementare per il Personale del Banco di Napoli, sul presupposto che il ricorrente P.B. era cessato dal servizio il 15.3.1999 senza avere maturato, all’atto della risoluzione del rapporto, i requisiti di legge per il conseguimento della pensione di anzianità, negò il suo preteso diritto ad ottenere l’assegno integrativo di pensione già a carico del Fondo pensione del Banco di Napoli.
La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 28.10-16.12.2010, rigettò il gravame del P. , osservando, a sostegno del decisum e per ciò che ancora qui rileva, che, in base a quanto previsto dall’art. 59, comma 3, legge n. 449/97, il trattamento si consegue esclusivamente in presenza dei requisiti e con la decorrenza previsti dalla disciplina dell’assicurazione generale obbligatoria, mentre il successivo comma 32 concerne unicamente la determinazione del trattamento, ossia la sua misura.
Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, P.B. ha proposto ricorso per cassazione fondato su tre motivi.
Gli intimati Intesa Sanpaolo spa e Fondo Pensione Complementare per il Personale del Banco di Napoli hanno resistito con unico controricorso, proponendo a loro volta ricorso incidentale condizionato fondato su un motivo.
Il ricorrente principale ha resistito con controricorso al ricorso incidentale.
Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

1. I ricorsi vanno preliminarmente riuniti, siccome proposti avverso la medesima sentenza.
2. Con il primo motivo il ricorrente principale, denunciando violazione degli artt. 112 e 364 cpc, nonché dell’art. 59, comma 32, legge n. 449/97 (in relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3, 4 e 5), lamenta che la Corte territoriale abbia erroneamente ritenuto che la pretesa azionata sarebbe stata fondata solo sull’art. 59, comma 32, legge n. 449/97, peraltro male interpretato, trascurando le più articolate argomentazioni, anche in diritto, svolte a sostegno del ricorso introduttivo e del gravame.
Con il secondo motivo, denunciando violazione di plurime disposizioni di legge, erronea interpretazione di atti unilaterali e contratti aziendali e vizio di motivazione (in relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3 e 5), il ricorrente principale deduce che la disciplina regolante la materia deve essere interpretata nel senso che la liquidazione del trattamento integrativo, attribuito dal dl.vo n. 357/90 in sostituzione di quello originario abrogato, nell’ipotesi, ricorrente nella specie, di avvenuto superamento all’epoca della cessazione del servizio dei requisiti contributivi minimi richiamati dal Regolamento del Personale per l’attribuzione della pensione a carico del Banco di Napoli, doveva essere riconosciuta allorché, in data successiva, fossero stati raggiunti, come verificatosi nel caso all’esame, i requisiti per il conseguimento della pensione di anzianità.
Con il terzo motivo il ricorrente principale, in via subordinata, eccepisce la contrarietà con gli artt. 3, 36 e 38 della Costituzione degli artt. 3, comma 19, legge n. 335/95, e 59, commi 3 e 32, legge n. 449/97, ove interpretati come dalla sentenza impugnata.
3. I tre motivi, fra loro connessi, possono essere esaminati congiuntamente.
3.1 Il vizio di omessa pronuncia si concreta nel difetto del momento decisorio e, pertanto, per integrarlo, occorre che sia stato completamente omesso il provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto; ciò può verificarsi allorché il giudice non decide su alcuni capi della domanda autonomamente apprezzabili o sulle eccezioni proposte ovvero quando egli pronuncia solo nei confronti di alcune parti; esula invece da tale vizio (potendo, semmai, integrare un error in iudicando), il mancato o insufficiente esame delle argomentazioni delle parti, fermo restando che, ove con dette argomentazioni sia stato svolto un motivo che propone infondate questioni di diritto, lo iato esistente tra la pronuncia di rigetto e il mancato esame del motivo stesso deve essere colmato dalla Corte di Cassazione attraverso l’impiego del potere di correzione della motivazione (art. 384, secondo comma, cpc), in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonché dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111, secondo comma, della Costituzione, integrando la decisione dal giudice a quo mediante l’enunciazione delle ragioni che la giustificano in diritto, senza necessità di rimettere al giudice di rinvio il compito di dichiarare infondato in diritto il motivo non esaminato (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 3388/2005; 8561/2006; 22825/2010; 28663/2013).
Nel caso di specie la Corte territoriale ha compiutamente deciso sulle domande svolte, onde deve escludersi il dedotto error in procedendo per pretesa violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.
3.2 Del pari insussistenti appaiono altresì i dedotti vizi di motivazione, avendo la Corte territoriale tenuto adeguatamente presenti gli elementi fattuali dedotti in giudizio a sostegno della domanda.
3.3 Quanto alle censure di erronea interpretazione della disciplina di riferimento deve rilevarsi quanto segue.
L’art. 18, comma 18 quinquies, dl.vo n. 124/93 (aggiunto dall’art. 15 legge n. 335/95) prevede che l’accesso alle prestazioni per anzianità e vecchiaia assicurate dalle forme pensionistiche di cui al comma 1 (ossia dalle forme pensionistiche complementari già istituite alla data di entrata in vigore della legge n. 421/92), che garantiscono prestazioni definite ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, è subordinato alla liquidazione del predetto trattamento. Pertanto, come già riconosciuto dalla giurisprudenza di questa Corte, fin dal 31 agosto 1995, data di entrata in vigore della legge n. 335/95, deve ritenersi precluso al ricorrente principale il diritto a fruire del richiesto trattamento integrativo (cfr, Cass., n. 11999/2009), senza che rilevino quelle disposizioni più favorevoli, richiamate dal ricorrente stesso, previste dalla disciplina del Fondo integrativo, non essendo state dette disposizioni fatte salve dalla legge e avendo peraltro l’art. 3, comma 19, legge n. 335/95 esteso alle gestioni dei fondi integrativi dei bancari, di cui al dl.vo n. 357/70, le disposizioni previste per l’assicurazione generale obbligatoria (e quindi anche il requisito dei trentacinque anni di anzianità contributiva di cui all’art. 1, comma 25), “quale che sia il momento del pensionamento” (cfr, Cass., n. 10009/2013); né appare conferente il richiamo del ricorrente principale al contenuto dell’accordo sindacale del 22.7.1996, che, come esposto in ricorso, nel ribadirne la natura integrativa rispetto a quello della gestione speciale dell’Inps, prevede la spettanza del trattamento pensionistico “esclusivamente a coloro che abbiano maturato i requisiti previsti per il diritto a pensione a carico di detto Istituto“.
La successiva produzione legislativa non offre argomenti a sostegno del ricorso.
L’art. 59, comma 3, legge n. 449/97 prevede infatti che “A decorrere dal 1 gennaio 1998, per tutti i soggetti nei cui confronti trovino applicazione le forme pensionistiche che garantiscono prestazioni definite in aggiunta o ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, ivi comprese quelle di cui al decreto legislativo 16 settembre 1996, n. 563, al decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, e al decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 357, nonché le forme pensionistiche che assicurano comunque ai dipendenti pubblici (…) prestazioni complementari al trattamento di base ovvero al trattamento di fine rapporto, il trattamento si consegue esclusivamente in presenza dei requisiti e con la decorrenza previsti dalla disciplina dell’assicurazione generale obbligatoria di appartenenza“.
L’espressa contemplazione della necessaria “presenza dei requisiti” esclude pertanto che il trattamento in parola possa essere riconosciuto laddove, nell’ambito del Fondo integrativo, non siano giunti a maturazione quelli previsti dall’assicurazione generale obbligatoria, a prescindere quindi dalla circostanza che, per quest’ultima, i suddetti requisiti siano stati raggiunti in conseguenza di ulteriore contribuzione successiva alla cessazione del rapporto lavorativo con l’Istituto di credito.
Il medesimo art. 59 legge n. 449/97, al successivo comma 32, prevede poi che “Per gli iscritti ai regimi aziendali integrativi di cui al decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 357, di aziende di credito che presentino anomalie in almeno due degli indicatori di cui alla tabella E allegata alla presente legge, desunti dai dati dell’ultimo bilancio, si applicano le seguenti disposizioni: a) per gli iscritti in servizio, il trattamento pensionistico integrativo è determinato, sulla base delle rispettive fonti di regolamentazione, esclusivamente con riferimento alle anzianità già maturate alla data di entrata in vigore della presente legge o, se le anomalie si verificano successivamente, alla data di riferimento dell’ultimo bilancio; da tale importo è detratto l’ammontare a carico della gestione speciale dell’INPS teoricamente spettante alla stessa data; la somma risultante è rivalutata sino al momento del pensionamento secondo i criteri di cui all’articolo 11 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503; (omissis)”.
Tale disposizione, contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente principale, non assicura a tutti gli iscritti al Fondo ancora in servizio il mantenimento della pensione integrativa, ma si limita a disciplinare i criteri di determinazione della stessa (con la limitazione temporale relativa alla data di entrata in vigore della legge), lasciando inalterate le condizioni, già esaminate, di accesso a detto trattamento integrativo (e, in particolare, per ciò che qui rileva, la maturazione di 35 anni di iscrizione al fondo aziendale al momento della cessazione del rapporto).
L’interpretazione della disciplina di riferimento testé indicata è stata in sostanza seguita dalla Corte territoriale, onde le censure svolte al riguardo non meritano accoglimento.
3.4 Quanto infine ai dubbi di incostituzionalità sollevati nel ricorso principale, gli stessi sono stati condivisibilmente già ritenuti manifestamente infondati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr, Cass., n. 11999/2009), alla luce delle pronuncia della Corte Costituzionale n. 319/2001, che, richiamando anche la propria precedente pronuncia n. 393/2000, ha rilevato che:
la previdenza complementare (integrativa o aggiuntiva del trattamento erogato dall’assicurazione generale obbligatoria) si colloca nell’alveo dell’art. 38, secondo comma, della Costituzione, secondo la scelta legislativa di istituire un collegamento funzionale tra la prima e la previdenza obbligatoria, quale momento essenziale della complessiva riforma della materia, al fine di assicurare funzionalità ed equilibrio all’intero sistema pensionistico“;
l’art. 59, comma 3, della legge n. 449 del 1997, si inserisce nel contesto della complessa opera riformatrice del sistema previdenziale, alla quale si ricollega anche la sospensione, a suo tempo prevista, dei pensionamenti anticipati, segnatamente venendo in rilievo una linea di continuità tra la predetta disposizione e quella dell’art. 18, comma 8-quinquies, del decreto legislativo n. 124 del 1993, giacché con la prima si è inteso precisare e generalizzare, per quanto potesse occorrere, il divieto di conseguire il relativo trattamento a prescindere dalle regole vigenti per l’assicurazione generale obbligatoria, secondo un criterio, per il vero, al quale si rifà anche il medesimo art. 18, comma 8-quinquies“;
con riferimento all’art. 3 della Costituzione, “le finalità di raccordo delle varie forme di previdenza complementare con il trattamento pensionistico di base dimostrano che la norma non si può reputare irragionevole, non prescindendo, peraltro, da esigenze di equilibrio del quadro complessivo della finanza pubblica, né escludendo ogni ipotesi di esonero dal divieto di anticipata prestazione, atteso che, seppure a fronte di significative congiunture, il vincolo imposto al conseguimento delle prestazioni integrative del trattamento di base risulta, per le forme pensionistiche di cui al decreto legislativo n. 357 del 1990, non solo sensibilmente attenuato, ma, in definitiva, rimesso alla disponibilità delle parti sociali, con adeguato opportuno apprezzamento, dunque, delle aspettative dei destinatari delle prestazioni“.
Dovendo altresì rilevarsi che la già ricordata sentenza della Corte Costituzionale n. 393/2000 ha ricordato “…che l’affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica non impedisce al legislatore di emanare norme modificatrici della disciplina dei rapporti di durata in senso sfavorevole per i beneficiari, quando tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irragionevole di situazioni sostanziali fondate su leggi precedenti” e che l’art. 59, comma 3, legge n. 449/97, “nel fissare al 1 gennaio 1998 il momento dal quale viene a trovare applicazione (anche per le prestazioni che qui interessano, e cioè quelle dei fondi disciplinati dal decreto legislativo n. 357 del 1990) la regola che non consente il conseguimento delle prestazioni dei fondi se non in concomitanza con quelle proprie del trattamento obbligatorio, non può non riguardare, come è ovvio, che quelle fattispecie pensionistiche, afferenti alta previdenza complementare, che, all’epoca, non erano ancora giunte a compimento“, cosicché “le finalità di raccordo delle varie forme di previdenza complementare con il trattamento pensionistico di base (…) dimostrano non solo che la norma non si può reputare irragionevole, ma che essa non prescinde, nemmeno, (…) da considerazioni relative alle esigenze di equilibrio del quadro complessivo della finanza pubblica“.
Del tutto inconferente, atteso il diverso ambito dei principi ivi affermati, risulta poi il riferimento, quale parametro della supposta incostituzionalità della disciplina in parola, all’art. 36 della Costituzione.
3.5 I motivi all’esame, nei diversi profili in cui ai articolano, vanno dunque disattesi.
4. In definitiva il ricorso principale va rigettato, con conseguente assorbimento di quello incidentale condizionato (pertinente all’eccezione di inammissibilità delle domande per intervenuta transazione).
Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il principale e dichiara assorbito l’incidentale; condanna il ricorrente principale alla rifusione delle spese, che liquida in Euro 4.100,00 (quattromilacento), di cui Euro 4.000,00 (quattromila) per compenso, oltre spese generali 15% e accessori come per legge.

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