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Che differenza c’è tra il divorzio breve e quello che c’era prima?

22 marzo 2015


Che differenza c’è tra il divorzio breve e quello che c’era prima?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 marzo 2015



Tempi di separazione e divorzio, scioglimento di comunione e termine del cosiddetto ripensamento: cosa cambia con la nuova legge.

Con l’imminente definitiva approvazione del divorzio breve (ormai è questione di giorni) ci sarà una mini-rivoluzione in materia di famiglia.

La prima era stata introdotta lo scorso settembre con la negoziazione assistita che ha comportato la possibilità di redigere accordi di separazione o divorzio in forma privata, ossia con l’ausilio di avvocati (uno per parte) o davanti all’ufficiale di stato civile (il sindaco o, in assenza, un delegato), senza dover passare dal tribunale. Resta comunque necessario il vaglio del pm (quindi comunque di un magistrato), che deve fare:

– un semplice controllo di legittimità se la coppia non ha avuto figli

– viceversa deve rilasciare un vero e proprio nulla osta se ci sono figli.

Ora, invece, viene introdotto il divorzio breve che altro non è che il divorzio come si è sempre fatto, con le stesse modalità, ma con tempi abbreviati. Continua, infatti, a essere necessario, prima del divorzio, la separazione, che:

– nel caso in cui sia consensuale (ossia con un accordo dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale) deve essere omologata dal giudice

– nel caso in cui sia giudiziale (ossia in contraddittorio tra le parti, e quindi con una vera e propria causa) va pronunciata con sentenza passata in giudicato.

L’unica sostanziale novità della mini-riforma, dunque, è che si riduce il termine del cosiddetto “ripensamento”, cioè l’arco di tempo che deve passare tra la prima udienza della separazione e il giorno in cui ci si può divorziare (tagliando definitivamente il filo con l’ex coniuge). Tale termine passa, dagli attuali tre anni, a:

sei mesi se la separazione è stata consensuale,

un anno, se giudiziale.

Non è ancora possibile il divorzio diretto, quello cioè senza il passaggio della separazione.

Inoltre, altro punto essenziale, è che nel divorzio breve la decorrenza del termine di ripensamento comincia a decorrere:

– dal deposito del ricorso per le separazioni consensuali

– dalla notifica del ricorso per le separazioni giudiziali.

Pertanto, sarà molto probabile che, già al termine della separazione, si potrà chiedere, lo stesso giorno dopo, il divorzio. E ciò vale tanto nel caso di separazione consensuale (dove, in molti tribunali, si sforano i sei mesi di tempo), tanto in quella giudiziale (dove i tempi fisiologici di una causa sono di ben lunga superiori a un anno).

Questa duplicazione dei procedimenti, senza soluzione di continuità, renderà ancora più evidente, ai cittadini, l’esistenza di due passaggi identici, inutili, stressanti e costosi.

Resosi conto di ciò, il legislatore ha previsto che il procedimento di divorzio debba essere assegnato al giudice della separazione che avrà ancora in corso il giudizio per le questioni accessorie. Ma questo non eliminerà il peso di un giudizio ormai superfluo che, probabilmente, oltre a servire per aumentare il lavoro degli avvocati, continuerà ad ingorgare le aule dei tribunali.

Tutto ciò conferma la natura del nostro Stato, interventista, con una laicità solo di facciata, che ancora si riserva il diritto di entrare sotto le lenzuola di una coppia: tre anni o un anno è solo una differenza ragionieristica. Nonostante il “sì” degli italiani al referendum sul divorzio e i 45 anni di evoluzione culturale, il legislatore continua a girare la testa dall’altro lato. Non mettiamo in discussione i diritti degli individui e dei minori nell’ambito della coppia (poste le evidenti tutele che, in tali casi, esistono), ma il perdurare della pesante presenza di uno Stato che pretende di sindacare su intimità, scelte e libertà dei cittadini.

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Autore immagine: 123rf com

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