Pensioni contributive, bomba sociale in arrivo

24 Marzo 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Marzo 2015



Il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, lancia l’allarme sull’inadeguatezza dei nuovi trattamenti pensionistici.

La Riforma delle pensioni [1], com’è noto, con i suoi requisiti severi per l’accesso al trattamento, è causa di situazioni notevolmente problematiche per un forte numero di soggetti: dipendenti licenziati alla soglia dei 60 anni che non possono più contare né sullo stipendio, né sulla pensione, sessantenni con problemi di salute che non riescono più a mandare avanti il proprio lavoro e non possono percepire un assegno pensionistico, complice il parallelo inasprimento delle commissioni mediche che riconoscono invalidità ed handicap, ecc.

Attualmente, dunque, la questione più sentita, causata dalla Riforma delle pensioni Monti-Fornero, consiste nella possibilità di collocarsi a riposo. Tuttavia, è stato sottovalutato il problema principale causato dalla normativa, del quale ha recentemente parlato il nuovo Presidente dell’Inps, ovvero la quantificazione del trattamento pensionistico.

Non dobbiamo dimenticare, difatti, che il cosiddetto “Salva –Italia” , oltre ad aver spostato in avanti l’età pensionabile e gli anni di contributi necessari, ha anche istituito, a partire dal 01/01/2012, il sistema contributivo per tutti.

In che cosa consiste tale sistema di calcolo?

Esso, a differenza, del vecchio metodo retributivo (che si basa sulla retribuzione media dell’ultimo quinquennio, per la quota A, e dell’ultimo decennio, per la quota B, oltreché sul numero di settimane assicurate), fa riferimento alla contribuzione effettivamente versata nell’arco della vita lavorativa, rivalutata e rapportata all’età pensionabile tramite appositi coefficienti.

Allo stato attuale, risultano pertanto meno danneggiati quei soggetti che possono avvalersi del retributivo sino al 2011 (si tratta dei lavoratori che possedevano 18 anni di contributi al 31/12/1995), e mediamente penalizzati i lavoratori aventi meno di 18 anni di contribuzione al 1995, ai quali si applica il “metodo misto” (retributivo sino al’95, poi contributivo).

Appare quindi evidente che, più giovane sia il contribuente e più tardivo risulti il suo ingresso nel mercato del lavoro, più alta sarà la penalizzazione nell’assegno pensionistico, se confrontato col corrispondente trattamento fruibile con metodo retributivo.

A questo proposito, è bene ricordare che non esiste una penalizzazione fissa: in generale, possiamo affermare che la differenza sarà minore, quanto più simili siano le retribuzioni percepite dall’inizio alla fine della vita lavorativa; questo fatto, però, accade di rado, in quanto, notoriamente, lo stipendio percepito ad inizio carriera è nettamente più basso della retribuzione risultante alla data di pensionamento.

Tolte le eccezioni valide per alcune tipologie di calcolo contributivo (come la particolare Opzione Donna), che attenuano leggermente le divergenze, le decurtazioni restano comunque molto forti: ad esempio, per quanto concerne i lavoratori autonomi, che risultano i soggetti meno tutelati dell’intero sistema, i professionisti del settore , in un calcolo previsionale, hanno quantificato, per un contribuente di 61 anni, una pensione che oscilla addirittura da un massimo di 978 euro a un minimo di 595 euro, lordi, al mese.

Generalizzando, si prevedono, andando avanti negli anni, proiezioni a dir poco nefaste, non molto superiori all’assegno sociale, in specie per quelle categorie di lavoratori più deboli, come i precari o coloro che sono inquadrati in bassi livelli.

Come correre ai ripari?

La risposta più logica e scontata risiede nella previdenza complementare: fondi pensione e piani individuali, nonostante la tassazione più pesante stabilita con le ultime normative, risultano comunque le scelte più convenienti, essendo anche detraibili fiscalmente, e possono costituire un valido ausilio alla pensione, se ben congegnati.

Il problema, tuttavia, non è di così semplice soluzione: specie per i lavoratori con introiti più bassi, costituisce di per sé un forte disagio il solo versamento della contribuzione obbligatoria, pertanto non esiste la possibilità di adesione alla previdenza complementare. Un rimedio potrebbe essere la destinazione del Tfr ai fondi pensione, anche se, da solo, non sarebbe sufficiente ad integrare un magro assegno: per di più, è una soluzione valida solo per la categoria dei dipendenti, e non degli autonomi.

È allora consigliabile iniziare gli accantonamenti in giovanissima età, addirittura da studenti, con l’aiuto delle proprie famiglie, in modo da non risultare eccessivamente gravati da ingenti versamenti; è, poi, fondamentale, nella scelta dell’investimento, valutare non solo i rendimenti, ma soprattutto i costi, in molti casi eccessivi. Per far questo, se non si possiedono le opportune conoscenze del settore, è essenziale l’ausilio di un professionista indipendente del ramo previdenziale, non spinto a “tirar l’acqua al proprio mulino”. Il tutto, nell’attesa e nella speranza di un sistema previdenziale obbligatorio più equo nel suo complesso, che abbia il coraggio di mettere da parte i diritti acquisiti da chi già percepisce pensioni più alte rispetto ad annualità e versamenti effettuati, in favore degli attuali lavoratori, per potergli garantire rendimenti e, conseguentemente, assegni pensionistici adeguati ai versamenti, facendo in modo che ciascuno “versi per sé” e che i contributi non costituiscano una mera copertura degli emolumenti di chi si è già pensionato con un sistema privilegiato.


note

[1] D.L. 201/2011.

Autore immagine: 123rf com


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6 Commenti

  1. Premetto di essere in quiescenza dal dicembre 2010 e che al 31/12/1995 avevo già circa 22 anni di contribuzione.
    Non concordo sul fatto che si considerino i soggetti già in pensione, anche quelli con tutto “retributivo”, dei privilegiati.
    Rammento solo che quelle erano le regole vigenti negli anni passati e quindi, secondo logica, è errato parlare – in termini generici – di privilegi.
    Certamente erano privilegiati coloro i quali andavano in pensione, in passato, con 15 o 20 anni di contributi, alle stesse condizioni di quanti lo facessero con 35.
    In questo senso, perchè una persona che ha lavorato i suoi 35 anni – quando c’era, per legge, il sistema tutto retributivo – dovrebbe essere oggi sentirsi privilegiato?
    E’ vero, invece, che non si può dire la stessa cosa chi di anni ne ha lavorati 15 o 20.
    Tra l’altro, perchè continuare a ignorare che l’Inps è in deficit non per il saldo negativo lavoratori attivi/pensionati, ma perchè sull’Istituto gravano oneri impropri che nulla hanno a che fare con la previdenza?
    Cordialità Renato Fioretti

  2. Non esistono “diritti acquisiti” – ricalcolo sul contributivo per tutti, anche quelli che stanno godendo di una pensione non commisurata ai contributi che hanno versato.
    E’ l’unico sistema che garantisca equità e che permetta redistribuzione.

  3. Ha pienamente ragione il Sig. Renato Fioretti. Gli abusi commessi dallo Stato sull’Istituto nazionale PREVIDENZA Sociale, quindi NON ASSISTENZA ma PREVIDENZA, in quale vive in primis con i soldi versati da Lavoratori ed Aziende per pagare le pensioni no le Casse Integrazioni e C.I.G.S. che in parte sono finanziate con i soldi dei lavoratori e delle aziende ma per altra parte dallo Stato. I ministri succedutisi negli ultimi 40 anni hanno fatto campagna elettorale con tantissime aziende del Nord (90%), dove sono allocate le maggiori aziende con alti numeri di lavoratori dipendenti. Le suddette aziende che quando c’è da dividere i guadagni sono in attivo ma il giorno dopo sono in passivo e chiedono aiuto allo Stato …. Potrei dire altro ma mi voglio fermare quì … Tanto è inutile, certa gente continuerà a vivere ed a prosperare, alle spalle dei Lavoratori e dello Stato deficiente in cattiva fede grazie ad una classe politica inetta … Ma forse è quello che gli italiani si meritano !!!

  4. io dovrei godere di una pensione adeguata ai contributi versati .purtroppo invece a causa delle addizionali comunali e regionali ,ogni mese mi tolgono soldi e cosi la mia pensione reale non arriva mai.sono in pensione da 2005.sono ex insegnante.

  5. il problema dell’inps è che ha sempre “gestito” insieme la parte previdenziale e quella assistenziale.

    quella assistenziale non può essere confusa con la previdenza, i contributi etc.
    propongo di rivedere al ribasso le pension i già calcolate con il metodo “retributivo” ……non solo noi cinquantenni penalizzati, ma nelle
    p enalizzazioni facciamo un po’ di equità….. i danni fatti nel passato non possiamo solo pagarli noi….. conosco alcuni poliziotti dichiarati “inabili”a 40 anni….. e pesnionati con pensioni massime …adesso che ne hanno sessanta, hanno lavorato per altri 20 anni a”nero” nel privato!!!!!!!!

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