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Familiare con limitate facoltà mentali: quale la tutela più giusta?

24 marzo 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 marzo 2015



Amministratore di sostegno: se la patologia psichica sofferta non è abituale e non del tutto abilitante risulta più adeguata la scelta della nomina di un amministratore di sostegno.

 

Sono molte le persone che nel nostro Paese si trovano a dover affrontare quotidianamente il problema di un familiare non più completamente lucido per ragioni legate all’età o al lento evolversi di una malattia.

I tanti dubbi che sorgono in questo caso sono spesso legati alla necessità di sapere quale sia la forma di tutela giuridica per lui più adeguata.

Un chiarimento importante, a riguardo, lo offre una recente pronuncia della Cassazione [1].

In particolare la Suprema Corte ha chiarito quale debba essere la linea di demarcazione tra la più rigida misura dell’interdizione e quella della amministrazione di sostegno.

Ricordiamo a riguardo che l’istituto dell’interdizione [2] ha l’effetto di limitare la capacità di agire del soggetto, il quale viene in tal modo equiparato al minore non emancipato e affidato alle cure di un tutore ritenuto idoneo dal giudice tutelare (per un approfondimento rinviamo alla nostra guida: Interdizione e inabilitazione: come funzionano).

Con la nomina di un amministratore di sostegno [3], invece, il beneficiario conserva la propria capacità di agire per tutti quegli atti che il giudice non riservi all’amministratore di sostegno (per un approfondimento leggi: Amministrazione di sostegno: cos’è e come funziona).

Nella pronuncia in esame, la Suprema corte, dopo aver rilevato che l’interdizione ha carattere residuale rispetto alla nomina di un amministrazione di sostegno, ha precisato che la scelta tra tali misure deve basarsi sul criterio della sua maggiore adeguatezza rispetto alle concrete esigenze emergenti dal caso concreto.

Nello specifico, la Corte ha delineato una serie di situazioni da prendere a riferimento per ritenere maggiormente opportuna la misura dell’amministrazione di sostegno:

– quella in cui la patologia psichica sofferta permetta comunque al soggetto il compimento di atti legati alla propria autonomia quotidiana;

– quella in cui occorra una figura di sostegno nella gestione del patrimonio immobiliare;

– quella in cui, non sussista di una infermità di mente abituale e la patologia non pregiudichi le facoltà intellettuali e cognitive della persona, fatta eccezione per la necessità di ricorrere, in particolari momenti di crisi, ad un aiuto psicologico;

– quella in cui il soggetto appaia consapevole del proprio disturbo, così dimostrando “contatto con la realtà e senso critico”.

La pronuncia si aggiunge al già consolidato orientamento [4] che individua, nell’istituto dell’amministrazione di sostegno, uno strumento in grado di modellarsi a situazioni assai diverse tra loro.

Tale misura consente infatti al giudice tutelare di graduare e calibrare i limiti alla sfera negoziale del beneficiario in base alle sue specifiche esigenze, così da evitare che questo si esponga al rischio di compiere attività che possano in qualche modo pregiudicarlo anche sotto il profilo patrimoniale.

Il magistrato potrà così indicare nel provvedimento di nomina dell’amministratore di sostegno:

– i singoli atti che il soggetto dovrà compiere con la necessaria assistenza dell’amministratore di sostegno;

– gli atti che l’amministratore dovrà compiere in nome e per conto del beneficiario.

A tale scopo, sarà compito del giudice tenere conto sia del genere di attività che devono essere compiute nell’interesse del soggetto, sia della gravità, della natura e della durata dell’impedimento, nonché di tutte le ulteriori circostanze caratterizzanti il caso concreto [5].

note

[1] Cass. sent. n. 2401/15 del 9.02.15

[2] Art. 414 e ss. cod. civ.

[3] Art. 404 e ss. Cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 16770/12 del 2.10.12.

[5] Cass. sent. n. 13584/06.

autore immagine: 123rf com

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