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Lo sai che? Come tutelare il conto corrente della pensione dal pignoramento

Lo sai che? Pubblicato il 25 marzo 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 marzo 2015

Pignoramento presso terzi in banca: secondo alcuni giudici è possibile limitare il pignoramento del conto corrente su cui viene accreditata la pensione, a solo “un quinto” degli importi versati, evitando così l’integrale blocco degli emolumenti.

Tutelare dal pignoramento più della metà (in particolare i 4/5) del conto corrente bancario o postale su cui viene accreditata la pensione (o lo stipendio) è possibile, almeno stando a un indirizzo (purtroppo ancora minoritario) della giurisprudenza, ma comunque fondato su una valida intuizione giuridica. Vediamo come sia possibile, partendo dal dato normativo.

1 | COSA PREVEDE LA LEGGE

 

Come tutti ormai sanno, la pensione è pignorabile entro massimo un quinto del suo ammontare (ciò vale anche per lo stipendio), a condizione, però, che l’atto di pignoramento venga notificato direttamente all’Ente pensionistico (o al datore di lavoro).

Tuttavia, una volta che le suddette somme siano state depositate sul conto corrente esse sono pignorabili al 100%. E questo perché gran parte dei giudici [1] ha ritenuto, fino ad oggi, che, una volta entrate nella materiale disponibilità del percettore, tali emolumenti finiscano per confondersi con il restante patrimonio di quest’ultimo, così non rendendo più possibile distinguere cosa derivi da redditi pensionistici (o di lavoro), e quindi pignorabili entro 1/5, da tutti i restanti redditi, pignorabili invece fino al 100%.

2 | POCHE GARANZIE PER PENSIONATI E LAVORATORI

La questione è particolarmente delicata per due aspetti.

Il primo riguarda il fatto che tale conseguenza si spinge anche al cosiddetto “minimo vitale” che, di norma, non è mai pignorabile. Si tratta dell’importo “minimo” della pensione (pari a 525,89 euro) che la giurisprudenza ritiene impignorabile in quanto rivolto ad assicurare mezzi adeguati alle esigenze di vita del pensionato. Ebbene, anche se il pensionato riceve dall’Inps una pensione inferiore o uguale al minimo vitale, una volta depositata in banca essa non solo può essere pignorata, ma lo può essere fino al 100% [2].

Ovviamente, una situazione del genere porterà il pensionato, che già vive “ai limiti del sostentamento”, a privarsi di un sacrosanto diritto: quello di avere un conto corrente e di poter utilizzare tutti i benefici che esso comporta, specie riguardo alla facilità dei pagamenti da casa o con le domiciliazioni (benefici che, data l’età del percettore, sarebbero invece necessari).

La seconda questione, che abbiamo più volte evidenziato in questo portale (leggi “Abolito di fatto il limite del “quinto” pignorabile), rende del tutto inutile, o quantomeno superato, il limite del pignoramento di 1/5 imposto dal codice, e ciò perché chiunque oggi può conoscere in quale banca il debitore possiede il proprio conto corrente, grazie all’anagrafe dei conti. Il che renderà il pignoramento sul conto molto più sicuro, celere e conveniente rispetto a quello presso l’Inps o il datore di lavoro.

3 | GIUDICI CORAGGIOSI

In questo triste quadro, si inserisce però un filone di giurisprudenza che esclude la possibilità di pignoramento integrale del conto corrente su cui viene accreditata la pensione a patto che:

a) la natura del credito sia immediatamente riconoscibile per natura ed importo: in pratica, deve essere palese ed evidente che sul conto vengano accreditati solo i ratei pensionistici. Bisogna quindi consentire al giudice di identificare esattamente la provenienza delle somme depositate;

b) sullo stesso conto non siano stati fatti ulteriori accrediti diversi da quelli dei ratei della pensione (si pensi, ad esempio, al bonifico per un canone di affitto, per una vincita al gioco, ecc.). Insomma, il debitore oggetto dell’esecuzione forzata deve essere in grado di dimostrare che sul conto vi sia solo e soltanto la pensione e null’altro.

Questo orientamento, dicevamo, è minoritario. Di recente, peraltro, è stato affermato da due sentenze coraggiose: quella del tribunale di Savona [3] e di Sulmona [4].

Offerte le due suddette prove, dunque, secondo i giudici, il pignoramento resterebbe confinato solo entro il quinto della somma percepita a titolo di pensione: il che significa, a conti fatti, salvare ben i 4/5 del conto corrente bancario o postale.

Il Tribunale di Savona giustamente così commenta: non si vede per quale ragione il semplice accredito della somma sul conto corrente possa mutare la sua natura assistenziale. Insomma, se nasce come pensione, essa muore tale: è solo un problema di prova, quindi. Ed assolta quest’ultima, la garanzie dei limiti al pignoramento deve essere integra.

Secondo il giudice, tale orientamento, favorevole al debitore, va condiviso ancor di più dopo l’approvazione del decreto Salva Italia [5] che di fatto ha imposto, tra gli altri, ai pensionati di ricevere la pensione, se superiore a mille euro, su di un conto corrente o un libretto di deposito: in tal caso, infatti, non vi sono dubbi circa la possibilità di identificare esattamente la provenienza delle somme depositate.

I precedenti citati hanno a riferimento la pensione, ma non vi dovrebbero essere ragioni per escludere dal medesimo ragionamento anche i redditi di lavoro dipendente, per i quali i termini del problema sono identici.

note

[1] Trib. Roma, sent. del 24.03.2000.

[2] Trib. Bari, sent. n. 2946 del 4.10.2010.

[3] Trib. Savona, sent. del 02.01.2014.

[4] Trib. Sumona, sent. del 20.03.2013.

[5] L. 214/11.

Autore immagine: 123rf com


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