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Come gli italiani scelgono il proprio avvocato

Pubblicato il 26 marzo 2015

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> Pubblicato il 26 marzo 2015

Passaparola, fama, consiglio di amici o parenti, internet: come la gente sceglie il proprio difensore di fiducia.

Tempo fa, su un noto quotidiano economico nazionale, apparve un’interessante statistica che metteva in luce come, anche nell’era di internet e dell’apertura ai sistemi (indiretti) di pubblicità, l’avvocato venga ancora scelto, nella maggior parte dei casi, tramite il passaparola. Chi non ha un proprio difensore di fiducia si affida ai consigli dei parenti, amici e colleghi.

Inoltre, oggi, grazie alla facilità di reperimento delle informazioni su internet, il potenziale cliente, prima di fare la propria scelta definitiva, seppur inizialmente suggerita dal conoscente, cerca sul web informazioni di ogni genere sul professionista papabile: verifica se ha un sito web, se ha delle pubblicazioni al proprio attivo, se difende qualche associazione di tutela dei consumatori, se possiede una email istituzionale (non quelle con @gmail.com o @yahoo.com, tanto per intenderci, ma quelle con @studioassociatotizio.it o @avv.caio.com), ecc.

Ci sono ulteriori componenti nella scelta dell’avvocato sulla base della tipologia della causa. E così, seppur ci stiamo muovendo verso una femminilizzazione della professione, esistono ancora, nel nostro Paese, dei pessimi stereotipi che dipingono l’avvocato uomo come più combattivo rispetto a quello donna.

Sebbene nelle interviste gli italiani dichiarano di non scegliere il proprio avvocato in base al sesso, badando piuttosto alla preparazione e alla sua reputazione professionale, le statistiche dicono l’esatto contrario: solo il 21,1% degli utenti della giustizia si rivolge a un avvocato del gentil sesso. Al contrario, il 78,9% degli italiani preferisce un avvocato uomo, specie se si tratta di pratiche di diritto penale.

A credere di meno nelle donne avvocato non sono solo gli uomini (solo il 18,6% chiede di essere assistito da una donna), ma anche le stesse donne (solo il 23,7% non discrimina il sesso femminile).

E poi c’è il peso della docenza universitaria: è meglio un avvocato puro o il professore?

Come rivelava Giulio Imbarcati (“Gli avvocati: dovrebbero arrestarli da piccoli”, Ed. Robin, 2010), oggi gli albi pullulano di cattedratici, che sulla carta intestata antepongono (legittimamente) il titolo a quello di avvocato. “E, naturalmente, poiché gli specchietti per le allodole non li hanno inventati per niente, attraggono (anche in questo caso legittimamente) una buona parte di clientela appartenente alla fascia alta (i loro onorari, come detto, sono mediamente più elevati dell’usuale)”.

Secondo il parere dell’autore del testo, “a conoscere gli avvocati “accademici” si scopre spesso che essi sanno tutto e niente. I loro atti sono veri e propri concentrati di sapienza giuridica, eruditi trattati di dottrina che attaccano ogni aspetto del problema, lo analizzano, lo sezionano, lo scompongono, lo rivoltano, lo riconducono a unità.

E lo fanno così bene da renderlo incomprensibile”. “Gli scritti in quesitone possiedono infatti un altissimo valore scientifico che potrebbe, a pieno titolo, trovare ingresso in un’aula universitaria, ma – prosegue Giulio Imbarcati – a stento potrebbero entrare in un’aula giudiziaria, con tutto il fardello del superfluo, del sovrabbondante, del suggestivo, dell’astratto”.

Infine c’è il dilemma tra studio associato e quello unipersonale. Il primo, ricco di professionisti, segretarie, collaboratori, praticanti, sembrerebbe, a prima vista, fornire maggiori garanzie: il lavoro di equipe, sebbene non sia tipico dell’avvocato, offre l’idea di un maggiore controllo e scrupolo sulle pratiche. Poi, a ben vedere, c’è chi ritiene che, nello studio associato, gli atti, anche quelli più importanti, finiscano in mano dei collaboratori meno esperti e il titolare si limiti solo a firmarli. Così, alla fine, si preferisce il singolo professionista e non la struttura.

 

Il peso maggiore, comunque, dopo il passaparola, lo ha – immancabilmente – internet. Nonostante i tentativi di oscurantismo del CNF, i social network sono ormai il primo trampolino di ogni professionista che si rispetti. L’avvocato del nuovo millennio tende a curare un profilo social condividendo i link alle proprie pubblicazioni o a quelle dei colleghi. Insomma, farsi vedere (impegnati, possibilmente, in attività professionali) porta sempre la sua utilità. Checché ne dica il Consiglio Nazionale Forense.

LinkedIn offre, certamente, un’immagine più professionale, ma è meno frequentato (dai clienti, in particolar modo) rispetto a Facebook e Twitter.

Il sito internet del proprio studio legale è il luogo nevralgico dell’incontro con il proprio cliente futuro. Tra veti della deontologia e nuove opportunità, i professionisti stanno timidamente scoprendo i vantaggi di dotarsi di una vetrina per incrementare la propria clientela e vendere le consulenze anche tramite l’online. Tuttavia molte sono ancora le restrizioni che impediscono al legale di strutturare, a proprio piacimento, il sito del proprio studio: a riguardo suggeriamo due importanti letture

Sito internet dell’avvocato: caratteristiche e adempimenti

Avvocati: come costruire un sito internet vincente per il proprio studio

 

SONDAGGIO

Rivolgiamo ora la domanda ai nostri lettori, chiedendo loro come si sono orientati, nell’ultima scelta fatta, prima di dare il mandato al proprio avvocato.

note

Autore immagine: 123rf com


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2 Commenti

  1. Come ho scelto il mio avvocato? Ho preferito laurearmi in legge e fare da me. Faccio prima e meglio. Le cause personali seguite direttamente da me contro compagnie aeree e banche hanno avuto esito favorevole da subito, per le altre sono dovuto intervenire in secondo grado.

  2. Sono un avvocato. Quando leggo che la mia controparte è un Prof. Cav. Comm. etc etc mi sfrego le mani….

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