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Risarcimento danni da infiltrazioni: prescrizione in 5 anni

29 marzo 2015


Risarcimento danni da infiltrazioni: prescrizione in 5 anni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 marzo 2015



Divieto di produzione delle prove documentali in secondo grado anche se esse servono per dimostrare l’interruzione dei termini.

Se il tuo appartamento ha subito un danno da infiltrazioni, provocate da una perdita della conduttura condominiale o del vicino di casa, ricorda che devi iniziare la causa entro cinque anni dal momento in cui il danno si è manifestato. Tale termine, però, almeno in teoria, potrebbe prolungarsi fino “all’infinito” se, prima della sua scadenza, invii una raccomandata a.r. di diffida al responsabile, sollecitandolo al pagamento del risarcimento. In tal caso, dal ricevimento della suddetta richiesta, ricominciano a decorrere ulteriori cinque anni. E così via.

Dovrai fare molta attenzione a conservare le diffide con le relative prove dell’avvenuto ricevimento (raccomandata a.r.) e questo perché andranno prodotte in giudizio per dimostrare al giudice che la prescrizione è stata interrotta prima della scadenza dei termini. La Cassazione, peraltro, ha precisato, in una sentenza di qualche giorno fa [1], che non c’è modo di produrre tale documentazione in un successivo grado di giudizio (per esempio, in appello): l’unica occasione per depositarla – e non vedersi rigettata la domanda per intervenuta prescrizione – è solo il primo grado.

La vicenda

Nel caso di specie, l’avvocato del proprietario di un immobile, a cui era stato negato il diritto al risarcimento per infiltrazioni sulla scorta dell’intervenuta prescrizione quinquennale, aveva depositato solo in secondo grado una prova documentale “chiave” che avrebbe dimostrato l’interruzione dei termini (si trattava, in particolare, di un accertamento tecnico preventivo, fatto dal consulente nominato dal tribunale). Secondo il legale, il divieto (previsto dal codice di procedura civile) di produrre nuove prove in appello, riguarda solo testimonianze, interrogatori e giuramenti (cosiddette “prove costituende”) e non anche i documenti (cosiddette “prove precostituite”). La Corte ha ritenuto non corretta questa interpretazione.

La motivazione

La Cassazione ribadisce il principio secondo cui, in secondo grado, non possono essere introdotte nuove prove, sia che si tratti di testimoni che di documenti (salvo che la parte dimostri di essere stata nell’impossibilità, per causa ad essa non imputabile, di poterli produrre prima o il giudice non li ritenga indispensabili per la decisione).

Dunque, non resta che conservare sempre le prove delle lettere (e delle ricevute di consegna) che hanno interrotto la prescrizione. Diversamente, il condomino danneggiato dovrà mettere mano al portafogli.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 13 gennaio – 26 marzo 2015, n. 6177
Presidente/Relatore Bursese

Svolgimento del processo

1 – Con atto di citazione notificato in data 21.1.1997, M.L. , E. , R. , P.A. e Z.M. V., deducevano che nel mese di settembre del 1989, l’appartamento di loro proprietà sito in (omissis) , facente parte del condominio “(omissis) “, era stato invaso da infiltrazioni d’acqua provenienti dall’appartamento sovrastante.di proprietà di G.F. ; aggiungevano che il precedente proprietario, loro dante causa, tale M.A. , ai fini dell’accertamento dei danni conseguenti alle infiltrazioni, aveva a suo tempo chiesto ed ottenuto un accertamento tecnico preventivo, con deposito ed asseveramene della relazione in data 10.7.1990; tutto ciò premesso gli attori convenivano in giudizio avanti la Pretura di Lucera – sezione distaccata di Rodi Garganico, il menzionato G.F. e ne chiedevano la condanna al pagamento della somma di lire 10.755.000, a titolo di risarcimento dei danni in questione.
2 – Il convenuto si costituiva eccependo il difetto di legittimazione attiva e in specie l’avvenuta prescrizione del diritto azionato, chiedendo nel merito il rigetto della domanda; si disponeva la chiamata in causa della comproprietaria dell’immobile Ga.Pr. , coniuge del G. .
3- Il Tribunale di Lucera – al quale la causa era pervenuta a seguito della soppressione degli Uffici delle Preture – con sentenza n. 31/2002, rigettava la domanda, accogliendo l’eccezione di avvenuta prescrizione del diritto di risarcimento del danno, atteso che il fatto era avvenuto nel 1989 mentre la citazione introduttiva era stata notificata nel 1997, atteso che ai sensi dell’art. 2947 c.c. tale diritto si prescriveva in cinque anni dal giorno in cui il fatto si era verificato; nella fattispecie, poi l’unico atto interruttivo della prescrizione, costituito dal menzionato A.T.P. risaliva al 1990, e quindi a partire da tale data la prescrizione del diritto azionato si era verificata nel 1997.
4 – Avverso la sentenza proponevano appello i M. – Z. contestando che fosse maturata la prescrizione del diritto, rilevando che essi appellanti, già con precedente atto di citazione notificato il 31.3.1995 e con successivo atto di riassunzione notif. il 10.5.1995, che producevano in appello, avevano richiesto al G. il risarcimento dei danni, anche se non avevano proceduto all’iscrizione a ruolo la causa.
5 – L’adita Corte d’Appello di Bari, con sentenza n. 276/09 depositato in data 20.3.2009, rigettava l’appello, condannando gli appellanti alle spese del grado. Il giudice distrettuale riteneva inammissibile la produzione da parte degli appellanti, con l’atto d’appello, del ricordato atto di citazione notificato il 31.3.1995 e del successivo atto di riassunzione notif. il 10.5.1995, al fine di provare l’avvenuta interruzione della prescrizione. Osservava la corte territoriale che gli attori nel giudizio di primo grado, non avevano nemmeno dichiarato l’esistenza di tali atti, facendone cenno per la prima volta solo in comparsa conclusionale, lasciando così decorrere i termini di cui agli artt. 183 e 184 c.p.c., senza articolare mezzi di prova, né produrre i documenti in parola.
Invero, essendosi verificata la decadenza di cui all’art. 184 c.p.c. era preclusa in appello la produzione dei nuovi documenti (di cui disponeva lo stralcio), che esulavano del tutto dal quadro delle risultanze istruttorie acquisite e dei quali gli appellanti non avevano dedotta l’impossibilità di precedente produzione per causa ad essi non imputabile.
6 – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono Z.M.V. e M.R. sulla base di 3 mezzi; gli intimati G. e Ga. non hanno svolto difese.

Motivi delle decisione

1- Con il 1 motivo le ricorrenti, denunziando la violazione dell’art. 345 c.p.c., deducono che la corte territoriale non ha tenuto conto che i documenti prodotti in appello, costituendo “prova precostituita” per cui essi potevano essere prodotti in appello, anche per la prima volta. Al riguardo si richiamava una decisione della S.C. (Cass. 13738/2005) e si formulava il seguente quesito di diritto:
“Indichi l’Ecc. ma C.S. se l’art. 345 al 3 comma c.p.c., laddove ritiene inammissibili in via generale i nuovi mezzi di prova in appello, si riferisca solo alle prove cd. costituende (mezzi di prova), oppure anche alle prove documentali cd. precostituite come ritenuto nell’impugnata sentenza”.
2 – Con il 2 motivo, le ricorrenti, denunziando la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 345-184-359 c.p.c., censurano la sentenza impugnata per avere la Corte territoriale ritenuto inammissibili i documenti prodotti nel giudizio di secondo grado non tenendo conto che trattasi di prova nuova indispensabile ai fini della decisione e come tale ammissibile ai sensi dell’art. 345 comma 3 c.p.c..
Le esponenti insistono che si tratta di prova nuova indispensabile ai fini del decidere e quindi ammissibile ex art. 345,3 co. c.p.c., rilevando peraltro che non c’è alcuna relazione con la decadenza ex art. 184 c.p.c. (nel testo vigente ratione temporis) in quanto tale norma si riferisce ed è applicabile al solo giudizio di primo grado e non anche a quello d’appello.
3 – Con il 3 motivo l’esponente denuncia vizio di motivazione circa un fatto controverso.
Si riferisce alla circostanza per cui la corte territoriale avrebbe fatto erroneo riferimento alla decadenza dalla prova documentale che si sarebbe verificata con riferimento agli artt. 183 e 184 c.p.c., per mancata deduzione nei termini ivi previsti. La Corte non avrebbe considerato che “la mancata precedente deduzione e produzione documentale, pur se concessi in termini di cui agli artt. 183-184 c.p.c., non può intendersi quale comportamento che implica decadenza, comportamento che è invece da identificare allorquando la parte assuma o chieda la formulazione di un’istanza o produzione di un documento e poi, nei termini non vi ottemperi”.
4- I suesposti motivi – congiuntamente trattati in quanto strettamente connessi – non hanno pregio.
Invero le S.U. di questa S.C. hanno precisato, con riguardo alla produzione di nuovi documenti in grado di appello, che l’art. 345, terzo comma, c.p.c. “va interpretato nel senso che esso fissa sul piano generale il principio della inammissibilità di mezzi di prova nuovi – la cui ammissione, cioè, non sia stata richiesta in precedenza – e, quindi, anche delle produzioni documentali, indicando nello stesso tempo i limiti di tale regola, con il porre in via alternativa i requisiti che tali documenti, al pari degli altri mezzi di prova, devono presentare per poter trovare ingresso in sede di gravame… requisiti consistenti nella dimostrazione che le parti non abbiano potuto proporli prima per causa ad esse non imputabile, ovvero nel convincimento del giudice della indispensabilità degli stessi per la decisione”. (Cass. Sez. U, Sentenza n. 8203 del 20/04/2005). La S.C. ha altresì stabilito – con riferimento al requisito della cd. indispensabilità del documento – che, “nei giudizi instaurati dopo il 30 aprile 1995, non trova più applicazione il principio secondo cui l’inosservanza del termine per la produzione di documenti deve ritenersi sanata qualora la controparte non abbia sollevato la relativa eccezione in sede di discussione della causa dinanzi al collegio: l’art. 184 c.p.c., nel testo novellato dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, non si limita infatti a prevedere l’eventuale assegnazione alle parti di un termine entro cui dedurre prove e produrre documenti, ma stabilisce espressamente il carattere perentorio di detto termine, in tal modo sottraendolo alla disponibilità delle parti (stante il disposto dell’art. 153 c.p.c.), come del resto implicitamente confermato anche dal successivo art. 184-bis, che ammette la rimessione in termini, ma solo ad istanza della parte interessata ed a condizione che questa dimostri di essere incorsa nella decadenza per una causa ad essa non imputabile. Pertanto, nel giudizio di appello l’eventuale indispensabilità dei documenti, in tanto può essere valutata dal giudice, in quanto si tratti di documenti nuovi, nel senso che la loro ammissione non sia stata richiesta in precedenza, e che comunque non si sia verificata la decadenza di cui all’art. 184 c.p.c., la quale è rilevabile d’ufficio, in quanto sottratta alla disponibilità delle parti (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 24606 del 20/11/2006; Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 3319 del 12/02/2010). Nella fattispecie in esame è pacifico che la parte non avesse chiesto nel giudizio i di primo grado termine ex art. 184 c.p.c. per il deposito dei documenti di cui trattasi, pur potendolo fare, non sussistendovi alcun impedimento: ciò significa che gli stessi documenti non potevano più essere prodotti, neanche nel giudizio di appello, in conformità con la giurisprudenza come sopra richiamata.
Il ricorso dev’essere dunque rigettato. Le spese processuali non vanno liquidate non avendo gli intimati svolto attività difensiva.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

note

[1] Cass. sent. n. 6177/15 del 26.03.2015.

Autore immagine: 123rf com

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