Diritto e Fisco | Articoli

Il fondo patrimoniale e la garanzia fideiussoria

28 marzo 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 marzo 2015



Il creditore non può aggredire il fondo patrimoniale costituito dal fideiussore successivamente alla prestazione della garanzia qualora sia decorso il termine di prescrizione dell’azione revocatoria.

 

La domanda: “Sono stato socio di alcune società s.r.l. senza mai aver ricoperto il ruolo di amministratore. Nell’anno 2005/2006 ho firmato fideiussioni bancarie per le società insieme ad altri soci. Nel 2008 ho costituito un fondo patrimoniale insieme a mia moglie. Successivamente, nell’anno 2012 ho venduto le mie quote societarie per frizioni tra soci. Circa due mesi fa queste società sono andate incontro a difficoltà economiche ed hanno avuto tensioni bancarie al punto che le banche hanno effettuato azione legale anche nei confronti dei fideiussori al fine di recuperare il credito. Avendo costituito il fondo successivamente al rilascio della fideiussione ed essendo però trascorsi oltre 5 anni possono effettuare comunque la revocatoria del fondo??”.

Al fine di rispondere alla Sua domanda è necessario premettere che il fondo patrimoniale è quel complesso di beni immobili, beni mobili iscritti in pubblici registri o titoli di credito, destinato a far fronte ai bisogni della famiglia.

La peculiarità del fondo patrimoniale attiene al regime giuridico cui i beni vincolati sono sottoposti.

Più in particolare, i beni che costituiscono il fondo patrimoniale:

non possono essere alienati, ipotecati, dati in pegno o comunque vincolati (qualora non sia stato espressamente consentito nell’atto costituivo) se non con il consenso di entrambi i coniugi e, se vi sono figli minori, con l’autorizzazione concessa dal giudice[1];

– non possono essere aggrediti dai creditori dei coniugi qualora essi fossero a conoscenza che il debito era stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia[2];

– i frutti provenienti dai beni del fondo possono essere utilizzati solo per i bisogni della famiglia [3].

Quanto all’azione revocatoria, essa rientra tra i mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale e legittima il creditore a chiedere che gli atti di disposizione del patrimonio del debitore, con i quali questi rechi pregiudizio al suo credito, vengano dichiarati inefficaci[4].

La sentenza che acclara l’inefficacia produce effetti soltanto in favore del creditore procedente in giudizio pur rimanendo l’atto di disposizione valido ed efficace nei confronti dei terzi.

Il codice civile subordina l’esercizio dell’azione revocatoria all’esistenza di due presupposti:

– l’eventus damni, cioè il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore dall’atto di disposizione patrimoniale;

– la scientia damni, cioè la conoscenza da parte del debitore del pregiudizio che l’atto arreca alle ragioni del creditore, oppure – qualora l’atto di disposizione patrimoniale sia anteriore al sorgere del credito – l’animus nocendi, cioè la dolosa preordinazione dell’operazione negoziale al fine di arrecare il pregiudizio indicato[5].

L’azione revocatoria si prescrive nel termine di cinque anni dalla data di compimento dell’atto di disposizione patrimoniale[6].

Passando adesso all’esame del quesito, è opportuno ricordare che la giurisprudenza ormai consolidata qualifica l’atto di costituzione del fondo patrimoniale (sia qualora il fondo sia costituito da uno solo dei coniugi sia quando sia costituito da entrambi o da un terzo) come un atto di disposizione a titolo gratuito.

Tale qualificazione assume rilevanza al fine dell’individuazione dell’elemento soggettivo che legittima l’esperibilità dell’azione revocatoria.

In altre parole, quando l’atto di disposizione è a titolo gratuito la scientia damni o l’animus nocendi sono richiesti solo nella persona del debitore; quando l’atto è a titolo oneroso, l’elemento soggettivo richiamato è richiesto anche nel terzo acquirente.

Tanto premesso, ai fini della revocatoria dell’atto di costituzione di un fondo patrimoniale è quindi necessario che il debitore abbia agito o con la consapevolezza o, addirittura, con la dolosa intenzione di pregiudicare il diritto di credito altrui e che effettivamente il vincolo giuridico disposto riduca le garanzie patrimoniali del creditore diminuendo le possibilità di soddisfacimento del suo diritto di credito.

La più recente giurisprudenza di Cassazione sul punto precisa che “per la revocatoria del fondo patrimoniale ad integrare l’animus nocendi previsto dalla norma è sufficiente che il debitore compia l’atto dispositivo nella previsione dell’insorgenza del debito e del pregiudizio (da intendersi anche quale mero pericolo dell’insufficienza del patrimonio a garantire il credito del revocante ovvero la maggiore difficoltà od incertezza nell’esazione coattiva del credito medesimo) per il creditore”.

La medesima Corte aggiunge inoltre che “l’elemento psicologico va provato dal soggetto che lo allega, ma può essere accertato anche mediante il ricorso a presunzioni, il cui apprezzamento è devoluto al giudice di merito[7].

Tornando adesso al quesito, Lei non specifica quale fosse la situazione economico-patrimoniale delle società di cui era socio al momento della costituzione del fondo patrimoniale.

Tuttavia, dalle Sue parole sembra potersi desumere che nel 2008, quando Lei e Sua moglie hanno posto in essere l’atto di disposizione patrimoniale, le società fossero in attivo.

Poiché il fondo patrimoniale è stato costituito nel 2008 e le società di cui Lei faceva parte in qualità di socio hanno iniziato a presentare difficoltà economiche nel 2015, ai fini dell’esercizio dell’azione revocatoria si dovrebbe dimostrare che Lei avrebbe costituito il fondo patrimoniale prevedendo dolosamente la futura (dopo ben sette anni) crisi economica delle società.

Preciso che tale prova dovrebbe essere fornita dal creditore (e, quindi, in questo caso, dalle banche) il quale dovrebbe anche dimostrare la mancanza di un patrimonio residuo (oltre ai beni del fondo patrimoniale) sul quale poter soddisfare il proprio credito.

Si tratta ovviamente di una prova impossibile posto che la dolosa preordinazione non può essere prevista per un lasso di tempo così ampio.

A quanto detto si aggiunge la sopravvenuta prescrizione del termine di cinque anni entro cui il creditore deve agire per poter far valere il proprio diritto: nel caso che ci occupa sono trascorsi sette anni, per cui il creditore ha perso la possibilità di agire con l’azione revocatoria.

In conclusione ritengo che le banche nell’attività di recupero del credito non abbiano alcun titolo per aggredire i beni del fondo patrimoniale.

Qualora, ciononostante, dovessero esercitare l’azione revocatoria, Lei potrà difendersi eccependo sia la mancanza dell’animus nocendi sia il decorso del termine di prescrizione dell’azione sia (qualora vi sia) l’esistenza di un patrimonio residuo sul quale poter soddisfare le proprie ragioni creditorie.

note

[1] Art. 169 cod. civ.

[2] Art. 170 cod. civ.

[3] Art. 168, co. 2, cod. civ.

[4] Art. 2901, co. 1, cod. civ.

[5] Art. 2901, co. 1, cod. civ.

[6] Art. 2903 cod. civ.

[7] Cass. ord. n. 16498 del 18.07.2014.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI