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Occupazione abusiva di pubblico alloggio: lo stato di necessità può giustificarla?

30 Marzo 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Marzo 2015



Il bisogno di procurare una casa a sé e alla famiglia può valere come scriminante in sede penale, ma non giustifica l’occupazione abusiva.

 

In presenza di un ordine di sgombero del Comune, il cittadino non può invocare lo stato di necessità provocato dall’emergenza abitativa; tale stato, infatti, non legittima la presenza di chi occupa l’immobile senza alcun titolo.

È quanto emerge da una recente sentenza del TAR Lazio [1].

 

Nello specifico, la pronuncia in esame chiarisce che l’occupante abusivo può invocare lo stato di necessità per evitare la applicazione di eventuali sanzioni in sede penale [2], ma non al fine di contrastare il provvedimento di sgombero; quest’ultimo, infatti, non ha alcuna finalità sanzionatoria ma integra esclusivamente l’esercizio del potere di autotutela da parte della pubblica amministrazione.

In altri termini, l’occupazione abusiva dell’immobile non può trovare legittimazione nello stato di necessità che potrebbe essere, semmai, richiamato per evitare una eventuale condanna in sede penale.

A riguardo, il giudice amministrativo richiama il consolidato orientamento secondo il quale, in presenza di uno stato di bisogno anche grave, l’ordinamento deve attivare specifici servizi a tutela dei meno abbienti, quali la temporanea ospitalità in strutture convenzionate, sussidi economici o l’assegnazione in deroga di case popolari. La casa, infatti, si legge in sentenza, rappresenta “una componente essenziale dei diritti fondamentali riconosciuti ad ogni individuo per consentirgli la partecipazione piena alla società”. Inoltre, le amministrazioni pubbliche sono tenute a favorire l’accesso all’abitazione dei cittadini, provvedendo alla manutenzione ed all’assegnazione delle stesse, “per evitare situazioni di grave emarginazione e disagio”.

Il cittadino che, pertanto, si ritenga vittima di una illegittima esclusione dalla fruizione degli interventi pubblici e/o dall’assegnazione delle case popolari, potrà agire giudizialmente per ottenere tutela delle proprie ragioni, ma non è in alcun modo legittimato a ricorrere a “forme illecite di autotutela” come l’occupazione abusiva di pubblici alloggi.

Non basta quindi (come nel caso sottoposto all’esame del TAR laziale) invocare uno stato di necessità, derivante dalla grave emergenza abitativa, per occupare la casa senza titolo, né vale il fatto che l’immobile sia libero da persone e cose ed in stato di abbandono; al pari non rileva che l’occupante provveda, a proprie spese, al suo recupero e abbia presentato una domanda di sanatoria. Il diritto alla casa non autorizza, in ogni caso, ad occupare abusivamente l’alloggio.

La pronuncia in esame sottolinea, inoltre, come le situazioni di emergenza abitativa abbiano ormai carattere cronico; dato questo che cozza con il necessario presupposto normativo dell’“l’attualità del pericolo” richiesto invece dalla scriminante dello stato di necessità [2].

Si tratta, questo, di un aspetto sul quale era già intervenuta lo scorso anno la Suprema Corte, con una pronuncia [3] – riguardante i risvolti penali dell’occupazione abusiva (nello specifico il reato di invasione di edifici [4]) – che aveva evidenziato come “lo stato di necessità sussista solo quando vi sia un pericolo attuale di un danno grave alla persona e quando tale pericolo sia imminente, ossia individuato e circoscritto nello spazio e nel tempo sì da giustificare il comportamento illegittimo del soggetto che vuole evitarlo”.

Dunque, secondo i Supremi giudici, legittimare l’occupazione abusiva dinanzi a situazioni croniche quale appunto la mancanza di un alloggio, condurrebbe ad una inammissibile sostituzione del requisito dell’attualità del pericolo richiesto dalla legge con quello della permanenza, giustificando così, in modo sistematico, situazioni di protratto abusivismo.

Chi occupa in modo permanente e cronico un alloggio popolare non può giustificarsi sostenendo di essere in stato di necessità. L’occupazione di beni altrui, infatti, potrebbe – a tutto concedere – essere scusata solo in presenza di un pericolo attuale e transitorio.

note

[1] TAR Lazio, sent. n. 4407/15 dep. il 20.03.2015.

[2] Ai sensi dell’art. 54 cod. pen.: Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.

Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l’ha costretta a commetterlo.

[3] Cass. sent. n. 43078 del 15.10.2014.

[4] Ai sensi dell’art. 633 cod. pen. : Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati , al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto, è punito, a  querela della persona offesa con la reclusione fino a due anni o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro.
Le pene si applicano congiuntamente, e si procede d’ufficio, se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, ovvero da più di dieci persone, anche senza armi.


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1 Commento

  1. Parere nettamente contrario. A fronte dell’inerzia dello Stato a provvedere è legittima l’autotutela del cittadino privato spinto dalla necessità a occupare edifici pubblici vieppiù se abbandonati. Come nel penale così nell’amministrativo. Non si vede perché differenziare. Il pericolo connesso al non avere abitazione è perennemente attuale., http://www.antiarte.it/eugius/occupazione_necessitata.htm

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