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No-Profit: maggiori controlli del fisco

9 Maggio 2016 | Autore:
No-Profit: maggiori controlli del fisco

L’Agenzia delle entrate intende incrementare i controlli per favorire l’emersione delle false associazioni, che celano di fatto enti commerciali.

Con la riforma dell’approccio al controllo previsto dall’Agenzia delle Entrate, del quale abbiamo detto anche nelle nostre pagine, si punterà a smascherare le truffe e a ridurre i casi di evasione conclamata, per allentare un po’ i controlli sui contribuenti più piccoli.

L’Agenzia tuttavia intende mettere mano anche ad uno dei settori che presenta il maggior tasso di opacità nel nostro Paese, il settore del no-profit. A fronte dell’azione meritoria, volontaria e assolutamente fondamentale per le nostre società, svolta dalle tante no-profit effettive presenti nel nostro Paese, è innegabile difatti che la scarsa chiarezza della normativa di settore presti il fianco se non al malaffare, quanto meno al tentativo di elusione da parte di quanti, attratti dai (presunti) bassi costi di gestione, pensano di poter gestire attraverso le associazioni attività che sono di fatto commerciali.

No profit e attività commerciale: quando è possibile

Fermo restando che la scelta di svolgere anche attività commerciale non è vietata (e proprio qui sta il problema principale della normativa di settore), perchè è sufficiente che l’associazione svolta “attività commerciale” in maniera “marginale” [1]  per poter mantenere il requisito di no-profit, è innegabile che spesso si verifichino abusi di tali possibilità. Si pensi, ad esempio, a situazioni quali quelle di bar e ristoranti, tour operator, circoli sportivi e sale da ballo ad esempio, la cui situazione fiscale in molti casi rischia di essere particolarmente complicata da decifrare, sulla linea di confine tra il profit e il no-profit (condizione che spesso varia in ragione di una tessera di adesione che viene fatta firmare ai clienti).

Ad oggi, nell’ambito delle attività delle associazioni [2] sono da considerarsi non commerciali, e quindi non soggetti a tassazione:

  • tutte le attività svolte verso gli associati, in conformità alle finalità dell’associazione, per cui non viene chiesto uno specifico corrispettivo economico;
  • i fondi pervenuti da raccolte pubbliche effettuate occasionalmente in occasione di determinate festività o ricorrenze;le quote associative dei soci (quota d’iscrizione annuale) e gli altri contributi versati dai soci all’associazione;
  • le donazioni ricevute dall’associazione;
  • i contributi corrisposti da amministrazioni pubbliche per lo svolgimento convenzionato, in regime di accreditamento, di attività aventi finalità sociali esercitate in conformità agli scopi dell’associazione;
  • i corrispettivi ricavati dalla cessione, anche a terzi, di proprie pubblicazioni cedute prevalentemente agli associati.

In attesa della riforma definitiva del terzo settore (più volte annunciata ma della quale ancora non si ha visibilità) oggi le Entrate affermano in maniera chiara che l’analisi del rischio in materia sarà “eseguita con la massima cura, utilizzando anche gli specifici applicativi disponibili“.

Sarà obiettivo di controllo specifico l’individuazione di quei soggetti che in apparenza si presentano come non profit ma che invece celano spesso attività lucrative.

L’applicativo del fisco sarà in grado di individuare non solo gli enti che hanno registrato atti a contenuto patrimoniale ma anche quelli che hanno effettuato movimenti di denaro da e per l’estero, comunicati dagli operatori finanziari.

note

[1] L’unica eccezione al rispetto di queste regole  riguarda le associazioni sportive dilettantistiche, che possono svolgere attività commerciale anche in maniera prevalente

[2] TUIR, art. 148


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