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Avvocati e decreto ingiuntivo sulla parcella: vale la dimora, non la residenza

31 marzo 2015


Avvocati e decreto ingiuntivo sulla parcella: vale la dimora, non la residenza

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 marzo 2015



L’avvocato non può agire in giudizio per il pagamento dell’onorario di fronte al giudice di residenza formale del cliente risultante dai dati anagrafici quando è a conoscenza della sua effettiva dimora.

Conta più la dimora effettiva che la residenza. Così, l’avvocato che deve chiedere un decreto ingiuntivo nei confronti del proprio ex cliente moroso non può rivolgersi al tribunale del luogo di residenza anagrafica di quest’ultimo, bensì a quello relativo alla dimora effettiva. A chiarirlo è stata la Cassazione con una recente ordinanza [1].

Questa volta la Suprema Corte non parla di foro del Consiglio dell’Ordine dell’avvocato creditore (leggi “Competenza territoriale e decreto ingiuntivo dell’avvocato”). Qui, invece, viene richiamato il codice del consumo [2] che, a detta dei giudici, regolamenta il contratto tra professionista e cliente.

Ai sensi di quest’ultimo corpo normativo – si legge in sentenza – la nozione di residenza va intesa in senso non formale, cioè corrispondente alle risultanze dei registri anagrafici, bensì sostanziale, quale luogo di dimora abituale [3].

La localizzazione della dimora va effettuata sulla scorta di elementi obiettivi quali, per esempio (come nel caso di specie) la risalente conoscenza dello stesso avvocato dell’abituale dimora del cliente, la numerosa corrispondenza reciprocamente inviata e ricevuta dalle parti, nonché il luogo di lavoro.

In definitiva, secondo la Corte, laddove il codice del consumo richiama, come foro competente, quello di residenza del consumatore bisogna intendere l’effettiva dimora anche se in apparente conflitto con la residenza anagrafica.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, sentenza 14 gennaio – 30 marzo 2015, n. 6333
Presidente bianchini – Relatore Manna

In fatto

D.F.M.E. proponeva opposizione al decreto emesso dal Tribunale di Arezzo, sezione distaccata di Montevarchi, col quale su ricorso dell’avv. M.G. le era stato ingiunto il pagamento della somma di Euro 44.146,60, a titolo di corrispettivo per prestazioni professionali svolte in relazione a varie controversie. A sostegno dell’opposizione, la preliminare eccezione d’incompetenza del giudice che aveva emesso il decreto ingiuntivo, competente essendo il Tribunale di Milano, luogo quest’ultimo di effettiva sua dimora, nonché la continenza della causa con altra, previamente instaurata dalla D. innanzi a quest’ultimo foro, per l’accertamento di profili di responsabilità professionale dell’avv. M. .
Questi resisteva e contestava la dedotta incompetenza.
Con ordinanza del 18.2.2014 il Tribunale dichiarava la propria incompetenza per territorio, competente essendo il Tribunale di Milano, e revocava il decreto ingiuntivo opposto, assorbita la questione di continenza. Osservava il giudice aretino che, soggiacendo il rapporto contrattuale dedotto a base della domanda al D.Lgs. n. 206/05 (codice del consumo), la nozione di residenza doveva essere intesa in senso non formale, cioè corrispondente alle risultanze dei registri anagrafici, bensì sostanziale, quale luogo di dimora abituale, in base all’art. 43 c.c.. Nella specie, proseguiva, era pacifico che la D. , sebbene anagraficamente residente in (omissis) , dimorava abitualmente e da anni a (…), ove ella aveva anche la sua sede di lavoro presso la Sopraintendenza ai Beni Culturali. Osservava, inoltre, che a (…) la D. aveva ricevuto la corrispondenza inoltratale dall’avv. M. , corrispondenza che, invece, precedentemente inviata al luogo di residenza anagrafica non era stata ritirata.
Proposto regolamento di competenza da parte dell’avv. M. e attivato il relativo procedimento camerale, il Procuratore Generale nel rassegnare le proprie conclusioni scritte ai sensi dell’art. 380-ter c.p.c. ha chiesto il rigetto del ricorso.
Il ricorrente, cui sono state comunicate le conclusioni del Procuratore Generale, ha depositato memoria e prodotto documenti.
D.F.M.E. non ha svolto attività difensiva.

In diritto

1. – Il Procuratore Generale osserva che l’ordinanza impugnata è conforme al principio affermato da questa Corte Suprema, secondo cui in tema di controversie tra consumatore e professionista, l’art. 33, comma 2, lett. u), del d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206, (c.d. Codice del consumo) va interpretato nel senso che la residenza del consumatore, cui la norma ha riguardo, è quella che lo stesso ha al momento della domanda e non quella che egli aveva al momento della conclusione del contratto, ma sull’individuazione del corrispondente foro esclusivo ivi previsto incide l’accertamento, devoluto al solo giudice del merito, del carattere fittizio dello spostamento di residenza del consumatore, compiuto per sottrarsi al radicamento della controversia o anche, come nella specie, dell’eventuale non coincidenza della residenza anagrafica (che instaura una mera presunzione) con quella effettiva (principio affermato dalla S.C. per il caso di accertata abituale dimora, cioè della vita lavorativa e familiare degli attori, in un luogo non ricompreso nel circondario del tribunale corrispondente a quello della loro residenza anagrafica) (Cass. n. 23979/10).
Ritiene, quindi, che il giudice di merito abbia rilevato sulla base di elementi obiettivi, quali la risalente conoscenza dello stesso avv. M. dell’abituale dimora della D. in (…), la numerosa corrispondenza reciprocamente inviata e ricevuta dalle parti, nonché il luogo di lavoro della stessa D. sito in (…), che la residenza anagrafica non coincideva con quella effettiva, cioè con la dimora abituale, e che di conseguenza resta superata la presunzione semplice derivante dai dati anagrafici.
2. – Tali conclusioni devono ritenersi condivisibili, non essendo, invece, fondate, le ragioni di segno opposto svolte dalla parte ricorrente.
Infatti, la circostanza che in (omissis) la D. sia proprietaria di due immobili, stipuli i relativi contratti di locazione, intrattenga un rapporto di c/c ed abbia il suo domicilio fiscale, non vale a dimostrare che ella mantenga ivi anche la sua residenza abituale. Si tratta, invero, di elementi di fatto che dimostrano come in (omissis) si localizzi il centro degli interessi economici della D. , vale a dire il domicilio di lei; ma ciò non dimostra che tale luogo coincida anche con quello di residenza, ossia di dimora abituale.
Né vale in senso opposto il fatto che la notificazione a mezzo posta del regolamento di competenza sia avvenuta con successo in (omissis) e che, per contro, non sia andata a buon fine quella tentata in via (omissis) . Si tratta di fatti successivi alla proposizione della domanda giudiziale, che nulla se non le mere asserzioni di parte ricorrente accreditano come espressivi di una situazione esistente già a detta epoca.
3. – Il ricorso va dunque respinto.
4. – Nulla per le spese, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.
5. – Ricorrono le condizioni previste dall’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02, inserito dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12, per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02, inserito dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

note

[1] Cass. ord. n. 6333/2015.

[2] Dlgs 206/2005, art. 33 co. 2, lett. u).

[3] Ex art. 43 cod. civ.

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