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Assegnazione della casa coniugale: può favorire solo il coniuge più debole?

3 Aprile 2015 | Autore:
Assegnazione della casa coniugale: può favorire solo il coniuge più debole?

Il provvedimento del giudice serve a garantire ai figli la conservazione dell’ambiente domestico e non a  fornire assistenza al coniuge economicamente più svantaggiato; rare le eccezioni a riguardo.

 

In pochi forse immaginano quanti siano, ogni anno, i processi di separazione nei quali marito e moglie si contendono l’assegnazione della casa coniugale.

La legge [1] stabilisce a riguardo che il godimento del tetto domestico è attribuito dal giudice tenendo conto in via prioritaria dell’interesse dei figli. Ma che succede se, al contrario, non vi è alcun interesse della prole da tutelare (per esempio se la coppia non ha avuto figli o questi sono ormai indipendenti e autonomi)? Il giudice della separazione potrà, in tal caso, assegnare la casa familiare al coniuge economicamente più debole?

La risposta non è poi così scontata tant’è vero che sull’argomento si sono creati nel tempo orientamenti discordanti:

– uno, più elastico, secondo il quale il provvedimento di assegnazione sarebbe applicabile anche quando ricorrano presupposti ulteriori ed alternativi rispetto alla presenza di figli;

– e l’altro, più restrittivo, che ammette, invece, l’assegnazione della casa familiare al coniuge non proprietario solo quando questi sia affidatario, collocatario o (in caso di figli maggiorenni non autosufficienti economicamente) convivente con la prole.

Assegnazione anche in assenza di prole

In base al primo orientamento il giudice, anche in assenza di figli, potrebbe assegnare la casa al coniuge (cui non sia addebitabile la separazione) che ne abbia una prioritaria necessità, ad esempio per ragioni di debolezza economica o morale [2] sempre che, tuttavia, la casa sia almeno in comproprietà [3]; si pensi, ad esempio, al caso in cui uno dei coniugi soffra di una patologia tale da non permettergli di poter lasciare la casa senza subire un pregiudizio alla salute (per un approfondimento leggi: Assegnazione casa coniugale: non sempre segue l’affidamento dei figli). In caso contrario, invece (cioè in totale assenza di un titolo sull’immobile) il giudice della separazione non potrà pronunciarsi.

Secondo questo orientamento, tra l’altro, il provvedimento di assegnazione può rappresentare una sorta di modalità di mantenimento per il coniuge più debole [4]; se è vero, infatti, che la norma [5], non prevede espressamente tale finalità, tuttavia è altrettanto vero che non la esclude. In altre parole, l’interesse dei figli deve essere sì prioritario, ma ciò non significa che il giudice non possa ravvisare ulteriori necessità di tutela in situazioni diverse e alternative ad esso (quali ad esempio quella di tutela della salute di uno dei coniugi).

Questo appena descritto, tuttavia, rappresenta un filone di giurisprudenza minoritario in materia.

Assegnazione solo per la tutela dei figli

Secondo la tesi prevalente (e confermata da pronunce più recenti) infatti, il diritto di abitazione sulla casa familiare per il coniuge, è strumentale alla conservazione della comunità domestica e si giustifica solo nell’interesse morale e materiale della prole a non subire un forzoso allontanamento dall’habitat familiare sempre goduto; la tutela dell’interesse dei figli è dunque l’unico fattore in grado di superare il diritto di proprietà sul bene del coniuge estromesso [6].

Diversamente, si sostiene [7], il provvedimento di assegnazione verrebbe a rappresentare «una sorta di espropriazione senza indennizzo» in danno del coniuge proprietario del bene.

Pertanto, in assenza di prole (affidata, collocata o convivente), il giudice non potrà emettere alcun provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non essendo la medesima neppure prevista dalla legge in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento [8].

In parole semplici, secondo questa tesi, in assenza di figli, l’assegnazione della casa non può sopperire alle necessità patrimoniali del coniuge economicamente più debole in luogo o ad integrazione dell’assegno di mantenimento; in tali casi, infatti, il godimento del bene deve essere regolato dalle sole norme riguardanti il titolo di godimento (proprietà, locazione, comodato) su cui esso si basa.

L’assegnazione della casa coniugale non può considerarsi, infatti, una misura assistenziale nei riguardi del coniuge più svantaggiato, ma adempie in via esclusiva a tutelare l’interesse della prole a non subire ulteriori cambiamenti dovuti alla crisi dei genitori e a conservare un minimo di continuità e regolarità di vita: sono solo questi i motivi in grado di sacrificare il diritto di proprietà (o comproprietà) dei coniugi [9].

Perciò, l’assegnazione della casa coniugale ha un senso quando – nonostante la separazio­ne dei genitori – sia ancora possibile parlare di famiglia in ragione della convivenza con la prole non autosufficiente; ove questa manchi, il giudice non è tenuto ad adottare alcun provvedimento che faccia prevalere l’interesse alla tutela del coniuge più debole sul diritto reale o di godimento relativo alla casa coniugale [10].


note

[1] Art. 337 sexies cod. civ.

[2] C. App. Venezia, decreto 6.3.13 e Trib. Viterbo sent. 18.10.2006.

[3] cfr. Cass. sent. n. 822/98; 6106/97; 1198/84.

[4] Così Cass. sent. n. 549/86; n. 2083/83; n. 1198/84; n. 2494/82; n. 3934/89; n. 3900/80; n. 3344/78.

[5] Art. 156 cod. civ.

[6] Trib. Milano, sent. n. 3439/13 del 13.03.13.

[7] Cass. Sez. Un., sent. n. 11297/95.

[8] Cass. Sez. Un., sen. n. 2494/82; Cass.,; Cass. sent. n. 6769/07; Cass. sent. 4.07.2011.

[9] Cass. sent.. n. 18440/13.

[10] Cass. sent. n. 3934/08.


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