Pensione anticipata, depositato il DDL sulla quota 100

10 Aprile 2015 | Autore:
Pensione anticipata, depositato il DDL sulla quota 100

Finalmente trasformata in disegno di legge la proposta Damiano sull’anticipo del pensionamento.

 

Iniziano a vedersi, dopo un lungo lasso di tempo, i primi atti concreti risultanti dalle accese discussioni sul tema delle pensioni.

I dibattiti hanno coinvolto ogni partito e categoria, ed i suggerimenti, bipartisan, sono stati numerosissimi: dal collocamento a riposo col solo requisito di 35 anni di contribuzione ed un assegno forfettario, al cosiddetto “prestito pensionistico” ed all’assegno di solidarietà per le pensioni sopra i 2000€. Ogni proposta ha cercato di bilanciare le due contrapposte esigenze alla base della questione pensionistica, ovvero la necessità di ottenere il trattamento di quiescenza ad un’età non troppo avanzata, favorendo il ricambio generazionale, da una parte, con l’enorme deficit dell’Inps ed il collasso del sistema retributivo, dall’altra.

Tra tutti i pareri, sembra, allo stato attuale, aver avuto la meglio il programma formulato da Cesare Damiano, depositato alla Camera sotto forma di disegno di legge [1], titolato “Disposizioni per l’introduzione di elementi di flessibilità nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico”.

Il progetto ha come primo obiettivo quello di combattere la disoccupazione: i deboli segnali di ripresa dell’occupazione nei primi mesi del 2015, secondo Damiano e gli altri firmatari del DDL, non sono sufficienti a cambiare la drammatica situazione italiana, data la notevole percentuale di disoccupati registrata nel 2014 (12,7%), la più alta mai rilevata dal 1977, e data l’assenza di provvedimenti incisivi. Il futuro di milioni di lavoratori, dunque, resta privo di quelle certezze delle quali avevano beneficiato le generazioni precedenti.

È necessario, poi, secondo gli ideatori della nuova normativa, considerare che, in molti casi, l’attività lavorativa delle persone è frazionata: sono rarissime le situazioni in cui, terminato il ciclo di studi, si trovi subito dopo un impiego “a vita”, come avveniva in passato. Oggigiorno, i periodi lavorati sono spesso intervallati da mesi di disoccupazione o altri ammortizzatori sociali; senza contare, peraltro, che non sempre le posizioni per le quali si è assunti comportano il versamento di contribuzione presso il Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti. Può capitare, ad esempio, di prestare la propria opera in qualità di collaboratori a progetto, con contributi accreditati, di conseguenza, presso la Gestione Separata Inps, non ricongiungibili. Pertanto, nella maggior parte delle ipotesi, è già un traguardo raggiungere 35 anni di contribuzione, stante l’eccessiva onerosità, qualora siano effettuabili, di riscatti e ricongiunzioni.

A tali problematiche, poi, va unito il forte inasprimento dei requisiti per l’accesso alla pensione: il cammino verso il progressivo innalzamento dell’età pensionabile e dei parametri contributivi, iniziato nel 2008, è poi culminato col famoso Decreto Salva-Italia, noto anche come Riforma Monti-Fornero [2]: l’età pensionabile, al 2015, secondo il dispositivo della Riforma, unito agli incrementi legati all’aspettativa di vita, è di 66 anni e 3 mesi, ed aumenterà di ben 4 mesi nel prossimo triennio, sino ad arrivare a 66 anni e 11 mesi nel 2019, e superare la soglia dei 67 anni nel 2021. Non confortano i requisiti di contribuzione, che nel 2016 saranno innalzati a 42 anni e 10 mesi per gli uomini, ed a 41 anni e 10 mesi per le donne, e conosceranno anch’essi incrementi biennali dal 2019.

A parere degli ideatori del DDL, questa normativa ha creato uno stato di insicurezza e di instabilità generale, con un enorme numero di disoccupati ancora lontani dalla pensione , da un lato, e con il blocco del ricambio generazionale, generato dall’aumento dei requisiti per l’accesso al trattamento, dall’altra parte, che sbarra l’ingresso ai giovani.

Una sorta di “cane che si morde la coda”, insomma, poiché vietare l’introduzione nel mercato del lavoro a un gran numero di soggetti, significa privarsi di un significativo numero di contribuenti, dunque di finanziatori delle pensioni stesse.

Da questa situazione si potrebbe uscire solo con un’enorme crescita di produzione e Pil, ipotesi che non trova alcun riscontro nelle varie previsioni effettuate dagli economisti.

L’unica soluzione, secondo i proponenti, starebbe allora in una legge che ripristini la certezza dei requisiti per collocarsi a riposo, prevedendo un lungo periodo di transizione entro il quale consentire l’accesso alla pensione con parametri meno severi di quelli attualmente vigenti.

Nel dettaglio, il DDL propone un nuovo sistema di flessibilità di uscita, che, se approvato, entrerà in vigore dal primo gennaio 2016, e terminerà il 31 dicembre 2021.

Lo strumento prevede, difatti, il collocamento a riposo, per tutti i soggetti che conseguiranno la quota 100 (intesa come somma tra requisito anagrafico e contributivo), se dipendenti, o 101, se lavoratori autonomi.

Ad esempio, un impiegato che possiede 63 anni d’età e 37 anni di contributi potrà certamente pensionarsi, poiché 63+37= 100.

In aggiunta alla quota 100, sarà altresì necessario possedere un’età minima di 62 anni, ed una contribuzione minima di 35 anni; per spiegarci meglio, un dipendente, con 39 anni di contributi e 61 anni d’età, non potrà pensionarsi sino all’anno successivo, pur raggiungendo la quota 100.

Bisogna tenere conto, poi, in presenza di frazioni di mese, delle diversità nelle basi di calcolo, essendo l’anno diviso in 12 mesi: per esemplificare, 35 anni e 6 mesi di contributi non sono computabili, ai fini della quota, come 35, 6 , ma , ovviamente, come 35,5 .

Ad ogni modo, il cammino per l’approvazione definitiva del DDL è ancora lungo, e molte possono essere le modifiche effettuabili alla normativa. Naturalmente, la nostra redazione vi terrà costantemente aggiornati riguardo ad ogni novità in materia.


note

[1] DDL n.2945/2015.

[2] D.L. 201/2011


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7 Commenti

  1. ottima analisi!Complimenti all’autore.Ma manca un pensierino alle pensioni d’oroPolitici( ,Manager pubblici,corte costituzionale,dove vanno in quiscenza con pensione SEMPRE da Presidente). Renzi salirebbe alle stelle

  2. Concordo, la prima cosa che farei, se avessi poteri decisionali,è tagliare quei vergognosi vitalizi, certamente non ottenuti in base al versamento dei contributi.

  3. L’aspettativa di vita considera anche chi è andato in pensione con 19 anni 6 mesi ed un giorno? certo che campano fino a 100 anni. Un poveraccio che ha lavorato 40 anni che aspettativa di vita può avere? FINE PENA MAI………

  4. Che grande intuizione. Complimenti al genio che ha studiato questa forma di istigazione al suicidio, Infatti vorrei capire chi come me oggi ha 61 anni e 5 mesi di vita e a 55 anni ha perso il lavoro senza poterne trovare un altro dopo 32 anni 2 mesi di contribuzione continua cosa deve aspettarsi da questo continuo aumento dell’età pensionabile e una perdita costante di longevità a causa chiaramente delle difficoltà di sopravvivenza odierne? Secondo la genialità di chi di questi problemi non ne ha nemmeno uno io dovrei andare in pensione a 68 anni. Vergogna.

  5. ho 38 anni e 6 mesi di contributi 55 anni età sono pure disoccupato ho fatto domanda versamenti volontari (accolta)ma troppo onerosa x chi non guadagna

  6. Io con 20 anni di contributi quando andrò in pensione se sarò ancora viva?
    quindi che mi ridassero indietro quanto ho versato con i dovuti interessi e che la pensione se la tenessero pure.

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