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Jobs Act, dipendenti licenziabili per limiti di età

12 Aprile 2015 | Autore:
Jobs Act, dipendenti licenziabili per limiti di età

Il contratto a tutele crescenti cancella la tutela dell’articolo 18 per chi raggiunge i requisiti della pensione di vecchiaia.

La licenziabilità dei lavoratori per il superamento dei limiti d’età è un argomento sul quale la normativa, nel corso del tempo, ha subito notevoli variazioni.

Dal 1990 [1] sino al 2011 era possibile, difatti, non applicare la nota tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori[2] contro i licenziamenti degli ultrasessantenni, poiché le disposizioni riconducevano tale tipo di recesso dal contratto di lavoro liberamente effettuabile , dietro preavviso, da entrambe le parti.

Nel 2007 [3], però, è stata aggiunta, quale ulteriore requisito per cessare il rapporto di lavoro, la maturazione della finestra per l’accesso al trattamento pensionistico, poiché non era più sufficiente il solo raggiungimento del parametro d’età per il collocamento a riposo.

Tutto è cambiato, poi, con la Riforma previdenziale Monti-Fornero, chiamata anche D.L. Salva-Italia [4], nota per aver inasprito notevolmente i requisiti per l’accesso alla pensione: tale normativa, tra le tante disposizioni poco favorevoli ai lavoratori, aveva introdotto però anche degli elementi di flessibilità, volti a premiare i soggetti che avessero deciso di ritardare la quiescenza.

Chi, difatti, avesse optato per la permanenza in servizio, sarebbe stato “ricompensato” con la previsione di un coefficiente di trasformazione ( si tratta dello strumento che “converte” il montante contributivo in assegno pensionistico) maggiormente favorevole, rispetto ai lavoratori collocati a riposo al raggiungimento del primo parametro utile.

Per fornire una garanzia effettiva ai dipendenti, riguardo alla possibilità di utilizzare la normativa sulla «flessibilità», il Salva- Italia aveva allora esteso la tutela prevista dall’art.18 sino al compimento di 70 anni d’età (limite incrementabile secondo la speranza di vita , salito, nel 2013, a 70 anni e 3 mesi, ed innalzato, a partire dal 1° gennaio 2016 a 70 anni e 7 mesi), di fatto quasi azzerando le possibilità di licenziare liberamente.

Tuttavia, un ulteriore cambiamento è insorto con l’entrata in vigore del contratto a tutele crescenti, tramite un apposito decreto attuativo del Jobs Act [5]: coloro che sono stati inquadrati con tale disciplina, ovvero tutti gli assunti posteriormente al 7 marzo 2015,non essendo più beneficiari delle tutele dell’articolo 18, non potranno beneficiare della tutela sulla flessibilità prevista dalla Riforma Pensioni sino al parametro dei 70 anni.

Questa è la conclusione alla quale la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, dopo una lunga ed attenta analisi , è pervenuta nel suo ultimo approfondimento [6]. La copertura contro la libera recedibilità, dunque, non è applicabile, in quanto la nuova normativa non prevede un analogo strumento, e non appare estensibile alle nuove fattispecie il Salva-Italia, poiché quest’ultima norma non aumenta la platea di destinatari dell’articolo 18, ma ne prolunga soltanto la tutela , in termini temporali.

Il rilievo della disciplina non è trascurabile, pur applicandosi alla maggioranza dei lavoratori in via di pensionamento la vecchia normativa: ad esempio, è sufficiente anche un cambio d’azienda, posteriore al 7 marzo 2015, per essere automaticamente inquadrati col contratto a tutele crescenti.

Questi soggetti, prendendo in considerazione il 2015, saranno liberamente licenziabili per raggiungimento dei limiti di età a 66 anni e 3 mesi se uomini, ed a 63 anni e 9 mesi se donne; dal 2016, e sino alla fine del 2018, i parametri saliranno a 66 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 65 anni e 7 mesi per le donne .


note

[1] L. 108/90.

[2]Art. 18, L. 300/70.

[3] Art. 6 Co. 2 bis, D.L. 248/2007.

[4] Art. 24, D.L. 201/2011.

[5] D.lgs. 23/2015.

[6] Fondazione Studi CDL, appr. del 09/04/2015.

Autore immagine: 123rf com


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