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Come capire la busta paga

12 Aprile 2015
Come capire la busta paga

Lavoro dipendente: il prospetto paga, le voci, il netto, il lordo, il TFR: una guida pratica.

La legge [1] impone all’azienda datrice di lavoro di consegnare al proprio dipendente, con il normale stipendio, anche un prospetto di paga (quella che comunemente chiamiamo “busta paga” o alcuni “cedolino”). In essa vanno indicati:

  • i riferimenti fiscali dell’azienda e del lavoratore;
  • il contratto di lavoro e l’inquadramento;
  • il periodo di riferimento a cui si riferisce la busta paga;
  • gli elementi della retribuzione lorda e le detrazioni che portano alla paga netta.

In questo modo, si consente al lavoratore di controllare la correttezza dei conteggi e del sistema di retribuzione.

Descriviamo, in questa sede, una busta paga “tipo” e cerchiamo di capire come si interpreta e cosa stanno a significare tutte le voce in essa contenute.

Come capire la busta paga

La prima riga della busta paga riporta, di regola, la ragione sociale dell’azienda, con l’indicazione dei numeri di “matricola” che la ditta ha presso l’INPS e l’INAIL.

Vi è poi l’indicazione del mese a cui si riferisce la busta paga (ogni mese viene emessa una busta paga differente), i dati anagrafici del lavoratore, il codice fiscale, il codice individuale INPS, il numero identificativo necessario a individuare il lavoratore, la data di assunzione, il livello di stipendio e la qualifica ricoperta in ditta.

La riga successiva serve a sviluppare l’importo dello stipendio a fine mese: vi sono indicate le ore di lavoro effettuate nel corso del mese, i giorni di lavoro, quelli retribuiti e il numero di settimane di cui è composto il mese.

La seconda sezione di una busta paga è, in genere, dedicata alle “competenze fisse” ovvero quelle che non variano e sulle quali, in base alle ore di lavoro svolte, sarà calcolato il nostro stipendio. Di norma, vengono indicate le seguenti voci:

  • paga base: è la retribuzione minima prevista dai Contratti di lavoro;
  • scatti di anzianità: consistono in quella parte della retribuzione legata alla permanenza del lavoratore nell’azienda;
  • superminimo: è quella quota di retribuzione, che si eroga al dipendente individualmente o in modo collettivo in aggiunta a quella prevista dal contratto nazionale di lavoro come riconoscimento per una capacità professionale superiore a quella di altri lavoratori con le stesse mansioni;
  • retribuzione variabile: riguarda quella parte dello stipendio che varia mensilmente; sono, così, indicate in questa parte le competenze che ci spettano per lo straordinario, per le indennità di turno, per eventuali premi di presenza, per festività lavorate, per indennità di mensa o di trasferta e via dicendo.

Viene poi riservato uno spazio anche al cosiddetto “dare” ovvero a tutte quelle voci che, a titolo di prelievo fiscale o previdenziale, gravano sul lordo del nostro cedolino. Il carico di queste voci è indicato nell’ultima sezione della busta paga, dedicato alle trattenute che la retribuzione subisce per pagare le tasse e per garantire la pensione e l’assistenza in caso di malattia.

La prima riga di questa sezione indica l’imponibile dei contributi sociali, ovvero la quota di retribuzione sulla quale si calcolano le trattenute per I’INPS, l’INAIL e altre forme assicurative obbligatorie per legge o per contratto.

Le ultime righe riguardano, infine, le trattenute IRPEF. Sono poi indicate in un altro riquadro anche le eventuali prestazioni previdenziali anticipate dall’azienda per conto dell’INPS o dell’INAIL.

A questo punto abbiamo la retribuzione lorda del mese, le ritenute previdenziali e quelle fiscali: non resta che detrarre le ultime due dalla prima, allo scopo di ottenere la retribuzione netta.

La busta paga come prova del rapporto di lavoro

Contrariamente a quello che comunemente si crede, il rapporto di lavoro non richiede necessariamente un contratto scritto ai fini della sua validità (cosiddetto “principio di effettività). La conseguenza è che il dipendente potrà provare di aver lavorato per un’azienda anche se ha smarrito la lettera di assunzioni o le buste paga.

Tuttavia, la presenza di una busta paga consente al dipendente di agire con un procedimento più rapido e agevole onde ottenere il pagamento degli eventuali arretrati: il ricorso per decreto ingiuntivo, infatti, che di norma è assai più celere del giudizio ordinario, richiede sempre una prova scritta del credito fatto valere e tale può essere appunto la busta paga (ma potrebbe essere anche una dichiarazione scritta dal datore con cui questi ammette il proprio debito).

Attenzione: se la busta paga è stata firmata per quietanza non avrà più valore di documento di credito (in quanto, con la sottoscrizione, il dipendente ha dichiarato di aver ricevuto l’importo in essa indicato). Diversa cosa è se la busta viene firmata per accettazione e ricevuta. In tal caso, si può ancora ricorrere con decreto ingiuntivo.

L’impossibilità di azionare un decreto ingiuntivo contro il datore di lavoro non pregiudica, ovviamente, la possibilità di instaurare una causa tradizionale, in assenza di prove scritte: in tal caso, i tempi saranno più lunghi e il dipendente dovrà valersi di prove testimoniali per dimostrare l’attività prestata.

Le eventuali differenze retributive sulla busta paga come straordinari o un inquadramento del dipendente che non rispecchi le sue effettive funzioni dovrà farsi valere con causa ordinaria e non con decreto ingiuntivo (e ciò perché la prova, in tali ipotesi, non può mai essere documentale).


note

[1] L. 4/1953.

Autore immagine: 123rf com


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