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Pensione anticipata e di vecchiaia 2015, diritti ed i termini d’estinzione

13 Aprile 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Aprile 2015



Ecco i diritti in materia previdenziale e i casi in cui si possono estinguere.

Nel campo della previdenza, parallelamente agli altri settori, i diritti non sono “eterni”, ma possono prescriversi o decadere: in particolare, la prescrizione ne cancella l’esistenza, quando il titolare non li esercita entro il termine previsto dalla legge, e la decadenza elimina la possibilità di farli valere, per il mancato esercizio in un determinato lasso temporale.

Dunque, anche in ambito pensionistico e contributivo è necessario prestare molta attenzione allo scorrere del tempo.

Ad esempio, se il datore di lavoro non dovesse versare i contributi previdenziali per i dipendenti, essi si prescriveranno nel termine di 5 anni dalla data in cui sarebbero dovuti essere pagati. Dunque, una volta trascorso un lustro, l’INPS non potrà più domandare all’azienda la liquidazione della contribuzione, e nemmeno l’impresa potrebbe più effettuare il versamento. Tuttavia, qualora il dipendente, entro il quinquennio, presenti all’Istituto una denuncia per omissione contributiva, il termine sarà automaticamente esteso a 10 anni, dalla data del dovuto pagamento.

Il principio di automaticità delle prestazioni, difatti, trova il suo limite in tali termini prescrittivi. Sarà comunque possibile, per il lavoratore, richiedere il risarcimento dei danni al datore, per omessa o irregolare contribuzione: in questo caso, infatti, il lasso di tempo entro il quale esercitare il diritto al risarcimento non decorre dalla data del mancato versamento, ma dalla data in cui si manifesta il pregiudizio, ovvero al raggiungimento dei requisiti pensionistici. Pur non essendo più possibile, per l’azienda, liquidare i contributi, essa potrà comunque chiedere all’Inps di costituire una rendita vitalizia in favore del dipendente[1], cosicché possa ottenere un beneficio economico pari alla mancata pensione.

Per i lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, iscritti alle relative gestioni) e per i “parasubordinati” (iscritti alla Gestione Separata)il termine di prescrizione contributiva è solo quinquennale, non esistendo un datore di lavoro in alcuna delle ipotesi(anche nel caso delle collaborazioni non abbiamo un datore, ma un committente).

A differenza dei contributi, ciò che risulta, invece, imprescrittibile, in campo previdenziale, è il diritto alla pensione: questo significa che anche, a distanza di decenni, è possibile chiedere all’INPS il riconoscimento della spettanza dell’assegno pensionistico.

È necessaria, a tal proposito, una distinzione: per alcune tipologie di trattamento, come quelli di anzianità (ora pensione anticipata), d’invalidità e gli assegni sociali, il diritto nasce posteriormente alla presentazione della domanda; per le pensioni di vecchiaia e di reversibilità, invece, nasce dal mese successivo alla maturazione dei requisiti, a prescindere dalla data in cui è effettuata la richiesta.

La spettanza della pensione non deve essere confusa col diritto alla riscossione delle relative rate: sino al 2011, quest’ultimo aveva una prescrizione decennale, nei casi in cui l’Ente previdenziale avesse omesso il versamento degli assegni, e quinquennale, nelle ipotesi in cui gli importi fossero stati messi a disposizione per il pagamento, ma non riscossi dall’interessato.

Dal 2011 [2], il termine prescrizionale è stato ridotto a 5 anni anche nella prima casistica: ad esempio, se un soggetto, all’età di 80 anni, si accorge di aver diritto al trattamento di vecchiaia, e ne effettua richiesta, I’INPS ne riconoscerà la spettanza dal mese successivo a quello in cui era stata raggiunta l’età per la pensione di vecchiaia ( non quella prevista dalla Riforma Monti-Fornero, ma dalla precedente normativa applicabile al contribuente, in virtù del principio di cristallizzazione dei requisiti). Tuttavia, per effetto dei nuovi termini di prescrizione delle rate, l’Istituto liquiderà solo gli assegni spettanti nei 5 anni antecedenti la presentazione della domanda , invece che nei 10 previsti dalle vecchie disposizioni.

Ancora diverso è il caso del ricorso contro errori nel calcolo della pensione, il cui termine è stato ridotto da 10 a 3 anni [3], qualora debbano essere liquidate delle somme a favore del contribuente: nel caso contrario, ovvero quando risultino versamenti erogati in eccesso, l’Inps continua, invece, ad avere 10 anni di tempo per farsi restituire tali somme.

note

[1] Art. 13, L. 1338/ 1962.

[2] D.L. 98/2011.

[3] Art. 38, Co. 4, Dl 98/2011.

Autore immagine: 123rf com


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