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Lecito assistere a una seduta di esame altrui?

13 Aprile 2015
Lecito assistere a una seduta di esame altrui?

Concorsi pubblici: libero ingresso a parenti e amici e, soprattutto, ai candidati ancora in attesa di svolgere l’esame?

È legittimo che la commissione esaminatrice, quando valuta i candidati nel corso della prova orale, impedisca l’accesso nell’aula a quelli non ancora esaminati? O, al contrario, hanno diritto questi ultimi ad ascoltare le domande dei colleghi concorrenti?

Il nodo di tale quesito è stato affrontato da una recente sentenza del Consiglio di Stato [1]. Secondo i giudici amministrativi, in caso di concorsi pubblici, le sedute d’esame devono essere liberamente accessibili al pubblico. Diversamente è illegittimo l’operato della commissione.

I commissari, insomma, non possono precludere l’accesso ai candidati non ancora esaminati che, pertanto, hanno diritto ad assistere alle altrui prove. E ciò vale anche se la Commissione decide di iniziare la prova orale con una domanda omogenea, uguale per tutti i concorrenti e, quindi, anche se l’eventuale presenza di altri candidati, ancora in attesa di sostenere il colloquio, potrebbe agevolarli attraverso l’audizione delle risposte altrui.

In buona sostanza, non fa niente se quelli che devono ancora sostenere l’esame ottengono un ingiustificato vantaggio rispetto ai primi, potendo ascoltare le domande fatte a questi.

La legge [2] infatti stabilisce che le prove orali devono svolgersi in un’aula aperta al pubblico [3], di capienza idonea ad assicurare la massima partecipazione. Affinché un’aula o sala possa definirsi “aperta al pubblico” è necessario che, durante le prove orali, sia assicurato il libero ingresso al locale ove esse si tengono, a chiunque voglia assistervi e quindi non soltanto a terzi estranei (come i parenti dei candidati o eventuali partner, amici, ecc.), ma anche e soprattutto ai candidati, sia che abbiano già sostenuto il colloquio, sia che non vi siano stati ancora sottoposti.

Ogni candidato ha il diritto sacrosanto e ineliminabile a presenziare alle prove degli altri candidati, al fine di verificare di persona il corretto operare della commissione.


note

[1] Cons St. sent. n. 1627/15 del 27.03.2015.

[2] Art. 6, comma 4, d.P.R. n. 487/1994.

[3] Artt. 7, comma 5, e 16, comma 2, d.P.R. n. 220/2001.

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Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 3 – 27 marzo 2015, n. 1627
Presidente Torsello – Estensore Schilardi

Fatto

1.- La Provincia di Perugia, con determinazione dirigenziale n. 5089 del 24 maggio 2010, bandiva un concorso pubblico per la copertura di un posto da dirigente con indirizzo informatico, a tempo indeterminato e con rapporto di lavoro a tempo pieno.
L’art. 2 comma 1, n. 3 del bando di concorso richiedeva, ai fini dell’ammissione alla procedura, il possesso del “diploma di laurea in Informatica, Ingegneria informatica, Ingegneria elettronica indirizzo informatico o equipollenti, conseguita ai sensi del vecchio ordinamento …”.
Al termine della fase selettiva, la Provincia di Perugia, con determina n. 13548 del 27 dicembre 2010, approvava le operazioni della commissione giudicatrice e la graduatoria di merito finale, che vedeva collocato al primo posto l’ing. Alfiero Ortali con punti 79/90, al secondo posto l’ing. Giovanni Gentili con punti 78/90, al terzo posto l’ing. Daniele Maffei con punti 77/90, al quarto posto l’ing. Francesco Marozzi con punti 75/90 e al quinto posto l’ing. Luca Ventura con punti 74/90.
2.- L’amministrazione provinciale procedeva, conseguentemente, all’assunzione del vincitore ing. Alfiero Ortali, con decorrenza 30 dicembre 2010.
Avverso gli atti concorsuali l’ing. Luca Ventura proponeva ricorso innanzi al T.A.R. per l’Umbria (R.G. n. 105/2011), con contestuale richiesta di risarcimento danni a carico dell’amministrazione provinciale.
2b.- Analoga iniziativa veniva intrapresa dall’ing. Daniele Maffei con ricorso al T.A.R. n. 301/2011 R.G., conclusosi con sentenza n. 444 depositata il 4 settembre 2014, oggetto di autonomo appello introdotto dalla provincia di Perugia innanzi a questa Sezione del Consiglio di Stato (n. 8785/2014 R.G.).
L’ing. Luca Ventura articolava tre motivi di doglianza e, in particolare, lamentava violazione della lex specialis articoli 2 e 10 e del D. I. 9 luglio 2009, in quanto la laurea in ingegneria elettronica posseduta dai canditati Ortali e Gentili (classificatisi rispettivamente al primo e al secondo posto della graduatoria finale), non avrebbe potuto essere equiparata a quella di Ingegneria informatica richiesta nel bando di concorso, con la conseguenza che gli stessi avrebbero dovuto essere esclusi dalla partecipazione al concorso.
Con il secondo motivo, l’ingegnere Ventura lamentava la violazione dei principi di correttezza e trasparenza, nonché del regolamento provinciale relativo alle modalità di svolgimento dei concorsi, della delibera di Giunta n. 197/2010 e del D.P.R. n. 487/1994, censurando l’operato della commissione esaminatrice sotto vari profili ed in particolare: per la genericità dei criteri adottati per la valutazione delle prove, per non aver consentito, ai candidati in attesa di sostenere il colloquio, di assistere allo svolgimento della prova orale e per non aver previsto il sorteggio delle domande da porre agli stessi.
Il ricorrente lamentava, altresì, la violazione dell’art. 6 del D.P.R. n. 487/1994 in quanto i risultati della prova orale non erano stati immediatamente comunicati ai canditati nella sede in cui si era svolta la prova, ma pubblicati il giorno successivo sull’albo pretorio on line.
Con il terzo motivo il ricorrente lamentava la violazione delle regole tecniche previste dal D.P.C.M. 30 marzo 2009, in materia di generazione, apposizione e verifica delle firme digitali, asserendo che gli atti del procedimento concorsuale non garantivano il rispetto dell’art. 3 del citato D.P.C.M., in quanto erano stati prodotti in formato digitale Microsoft Word.
L’ing. Luca Ventura, infine, chiedeva la condanna della provincia di Perugia al risarcimento dei danni per perdita di chance, quantificati in €. 1.085.953,56.
2c.- Con distinti atti si costituivano in giudizio l’amministrazione provinciale e gli ingegneri Giovanni Gentili e Francesco Marozzi che eccepivano l’inammissibilità e l’infondatezza nel merito del ricorso .
Si costituiva, altresì, in giudizio l’ing. Alfiero Ortali che esperiva ricorso incidentale, lamentando l’illegittimità dell’art. 2 comma 1, n. 3 del bando nella parte in cui la Provincia aveva richiesto, come requisito per l’ammissione al concorso, il diploma di laurea in Ingegneria elettronica con “indirizzo informatico od equipollenti” conseguito ai sensi del “vecchio ordinamento”.
Al riguardo, l’ing. Ortali, in possesso del diploma di laurea in Ingegneria elettronica conseguito con il c.d. vecchio ordinamento, deduceva che la normativa antecedente alla riforma universitaria (D.P.R. 20maggio 1989), applicabile ratione temporis, non prevedeva per il corso di laurea in Ingegneria elettronica l’indirizzo informatico.
3.- Il T.A.R, con ordinanza n. 510 del 24 ottobre 2013, ordinava al ricorrente principale l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti i concorrenti collocati in graduatoria, entro 60 giorni dalla comunicazione del provvedimento, avvenuta via p.e.c. in data 24 ottobre 2013.
L’ing. Ventura provvedeva alla notifica del provvedimento e depositava l’atto di integrazione del contraddittorio in data 15 gennaio 2014, oltre la scadenza del termine assegnato (23 dicembre 2013). Tanto veniva eccepito dal ricorrente incidentale e dalla provincia di Perugia che chiedevano la declaratoria di improcedibilità del ricorso.
I controinteressati eccepivano, altresì, l’improcedibilità del ricorso per sopravvenuto difetto di interesse del ricorrente principale, atteso che l’art. 16 comma 9, del D.L. n. 95/2012, nelle more intervenuto, aveva disposto il divieto di procedere ad assunzioni per le amministrazioni provinciali.
3b.- Il T.A.R. per l’Umbria, con sentenza n. 443, depositata il 4 settembre 2014: – rigettava le eccezioni di improcedibilità sollevate dai controinteressati e dalla Provincia di Perugia; – rigettava il primo motivo di ricorso principale (violazione lex specialis art. 2 comma 1, n. 3) e, contestualmente, dichiarava improcedibile il ricorso incidentale proposto dall’ing. Ortali per difetto di interesse con riguardo alla asserita illegittimità della stessa disposizione normativa; – accoglieva in parte il secondo motivo del ricorso principale, limitatamente alla violazione dell’art. 6 del D.P.R. n. 487/1994 e dell’art. 35, comma 3, lettera a) del D.Lgs. n. 165/2001, censurando l’operato della commissione giudicatrice che aveva precluso, ai candidati che non avevano sostenuto il colloquio, di assistere alle prove orali degli altri candidati; – rigettava la domanda risarcitoria per perdita di chance.
Avverso la sentenza, la Provincia di Perugia ha proposto appello.
Si è costituito l’ing. Alfieri Ortali, che ha proposto appello incidentale.
Si è costituito, altresì, in giudizio l’ing. Luca Ventura che ha chiesto di rigettare l’appello della Provincia e dell’ing. Ortali e ha proposto, a sua volta, appello incidentale in relazione ai motivi del ricorso originario non accolti dal T.A.R.
All’udienza pubblica del 3 marzo 2015 la causa è stata assunta per la decisione.

Diritto

4.- La provincia di Perugia e l’ing. Alfiero Ortali hanno chiesto la riforma della sentenza del T.A.R. proponendo sostanzialmente le medesime censure articolate su tre distinti motivi.
4b.- Con il primo motivo di appello, essi lamentano violazione degli artt. 37, 35 comma 1 lettera c) e 49 comma 3, del cod. proc. amm..
Gli appellanti sostengono che in sede di originario ricorso l’ing. Daniele Maffei, non avendo provveduto al tempestivo deposito dell’atto di integrazione del contraddittorio, nel termine di 60 giorni stabilito nell’ordinanza del T.A.R. n. 509 del 23 ottobre 2013, sarebbe incorso nella sanzione di cui all’art. 49 comma 3, del cod. proc. amm. e nella conseguente improcedibilità del ricorso ai sensi dell’art. 35 comma 1 lettera c), del cod. proc. amm..
Gli appellanti assumono, inoltre, che il Tribunale avrebbe errato nel concedere al ricorrente ing. Maffei il beneficio del c.d. errore scusabile, ex art. 37 cod. proc. amm., non essendo riscontrabili, nel caso di specie, i presupposti che consentono al giudice la rimessione in termini e cioè la “presenza di oggettive ragioni di incertezza su questioni di diritto o di gravi impedimenti di fatto”.
Al riguardo, come già evidenziato, il T.A.R., con ordinanza n. 510 del 24 ottobre 2013, aveva ordinato al ricorrente di provvedere all’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti i concorrenti collocati in graduatoria, entro 60 giorni dalla comunicazione del provvedimento avvenuta in data 24 ottobre 2013.
Conseguentemente, l’ing. Ventura provvedeva alla notifica del provvedimento agli interessati e depositava l’atto di integrazione del contraddittorio in data 15 gennaio 2014, oltre la scadenza del termine assegnato (23 dicembre 2013), circostanza questa che veniva eccepita dalle parti resistenti che chiedevano la declaratoria di improcedibilità del ricorso.
Il T.A.R. respingeva, però, l’eccezione ritenendo, con articolata motivazione, che vi fosse spazio per riconoscere, d’ufficio, l’errore scusabile e ciò a termini dell’art. 37 del cod. proc. amm., che consente al giudice amministrativo di rilevare la tempestività dell’atto di integrazione del contraddittorio.
4c.- Orbene, il Collegio ritiene che, seppure nel termine di sessanta giorni assegnato dall’ordinanza n. 510 del 2013 poteva effettivamente intendersi che fosse ricompreso tanto l’adempimento della notifica che quello del deposito dell’atto, tuttavia deve riconoscersi che la disposizione di cui all’art. 49 del cod. proc. amm. sull’integrazione del contraddittorio si presta a qualche dubbio interpretativo, fatto proprio dalla giurisprudenza.
Il Collegio rileva che l’art. 49 cod. proc. amm., al comma 3, prevede che il giudice deve indicare il termine entro cui la parte interessata deve effettuare le notifiche alle parti da chiamare in causa, mentre solo per le conseguenze, previste dal precedente art. 35, la norma fa riferimento alla tardività sia della notifica degli atti che del relativo deposito.
La più recente giurisprudenza di questo Consiglio di Stato (Sez. VI, 5 marzo 2014, n. 1063) ha evidenziato, al riguardo, che “discende da quanto sopra che l’ordinanza di integrazione del contraddittorio debba obbligatoriamente contenere il termine perentorio, entro cui effettuare le notifiche, ma non anche (o non necessariamente) il termine per il successivo deposito, essendo al riguardo dettata – nell’art. 45, comma 1, c.p.a. – la disposizione generale sopra riportata, che inequivocabilmente impone un termine di trenta giorni per il deposito degli atti notificati”.
Quest’ultimo termine deve ritenersi, allora, per evidenti ragioni sistematiche, ed in mancanza di diversa indicazione ex officio nell’ordinanza emanata a tal fine, come indicazione di un omogeneo e generale regime normativo di rito, direttamente inerente alla necessaria certezza di perfezionamento del rapporto processuale, esteso, verso soggetti altrimenti estranei, mediante l’integrazione del contraddittorio.
Alla luce di tale interpretazione circa i termini procedurali da rispettare, non può che condividersi, come evidenziato dal T.A.R. dell’Umbria, che le norme di interesse si prestano a dubbi interpretativi, per cui non possono che ritenersi sussistenti i presupposti per la concessione dell’errore scusabile, così come chiarito dalla adunanza plenaria di questo Consesso (Cons. St., Ad. Plen., 2 dicembre 2010 n. 3) e cioè l’oscurità del quadro normativo, le oscillazioni della giurisprudenza e il dettato non univoco della citata ordinanza del TAR dell’Umbria n. 509 del 24 ottobre 2013.
5.- Con un secondo motivo di censura gli appellanti eccepiscono l’improcedibilità del ricorso originario per difetto di interesse, atteso che, nelle more del giudizio, è entrato in vigore l’art. 16 comma 9, del decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012 che ha disposto il divieto per le province di effettuare nuove assunzioni.
Gli appellanti sostengono che, con l’intervenuto divieto di procedere a nuove assunzioni a tempo indeterminato, l’annullamento della graduatoria finale di merito produrrebbe come unico effetto quello di privare la Provincia del vincitore del concorso, senza alcuna possibilità per l’ing. Ventura di essere assunto in luogo del titolare.
5b.- L’eccezione non può trovare accoglimento, atteso che, come evidenziato dal T.A.R., è da ritenere sempre sussistente l’interesse di un candidato, a impugnare una graduatoria al fine di ottenere una posizione migliore, anche nel caso in cui “il conseguimento della nomina si ponga per lui come dato meramente eventuale”.
L’interesse a ricorrere sussiste, infatti, ogni qualvolta il giudicato si riveli meramente strumentale rispetto ad un’ulteriore attività dell’amministrazione dalla quale il ricorrente potrebbe conseguire un risultato positivo, anche se eventuale.
In tema di legittimazione processuale e interesse a ricorrere rileva, peraltro, oltre al vantaggio concreto ed eventuale, anche quello puramente morale che il ricorrente può perseguire con la propria impugnativa in esito all’annullamento del ricorso (Cons. Stato, Sez. VI, 28 marzo 2012, n. 1848; Sez. V, 12 febbraio 2013, n. 805).
6.- Con il terzo motivo di censura, gli appellanti lamentano l’erroneità della sentenza gravata nella parte in cui il Tribunale ha ritenuto illegittimo l’operato della commissione esaminatrice che ha precluso l’accesso ai candidati non ancora esaminati, all’aula di svolgimento della prova orale, con conseguente violazione del principio di pubblicità.
Gli appellanti sostengono che l’esigenza di precludere l’accesso ai soli candidati non esaminati era legittima, in quanto la commissione esaminatrice aveva stabilito di iniziare la prova con una domanda omogenea per tutti i concorrenti e, conseguentemente, la presenza di candidati in attesa di sostenere il colloquio, avrebbe potuto determinare dalle risposte altrui un vantaggio a loro favore.
6b.- Al riguardo, si osserva che le descritte modalità di svolgimento della prova non possono non ritenersi illegittime, alla stregua delle più basilari regole di trasparenza, imparzialità e buon andamento da osservarsi in merito.
Di ciò è evidente espressione l’art. 6, comma 4, del d.P.R. 9 maggio 1994 n. 487, secondo il quale “le prove orali devono svolgersi in un’aula aperta al pubblico, di capienza idonea ad assicurare la massima partecipazione”, nonché gli artt. 7 comma 5 e 16 comma 2, del d.P.R. 27 marzo 2001 n. 220 secondo i quali la prova orale deve svolgersi in un’aula o sala aperta al pubblico.
E perché un’aula o sala sia aperta al pubblico, occorre che durante le prove orali sia assicurato il libero ingresso al locale ove esse si tengono, a chiunque voglia assistervi e quindi non soltanto a terzi estranei, ma anche e “soprattutto ai candidati, sia che abbiano già sostenuto il colloquio, sia che non vi siano stati ancora sottoposti “(Cons. Stato, Sez. III, 7 aprile 2014, n. 1722).
Ciascun candidato è titolare, infatti, di un interesse qualificato a presenziare alle prove degli altri candidati, al fine di verificare di persona il corretto operare della commissione.
A nulla rileva sostenere, come gli appellanti fanno, che la scelta operata dalla commissione sarebbe stata motivata dalla circostanza che i quesiti, pur essendo in numero pari a quello dei concorrenti (così da evitare che la stessa domanda fosse posta a due candidati), erano tra loro “strettamente interconnessi” e “l’ascolto delle risposte da parte degli altri concorrenti avrebbe comunque avvantaggiato questi ultimi in violazione della par condicio”.
Tale assunto, oltre ad essere inconferente, non è condivisibile, atteso che le materie d’esame, per la loro ampiezza, ben consentivano di sottoporre domande sempre variate, ancorché di equivalente difficoltà tecnica.
7.- Con appello incidentale l’ing. Luca Ventura ha impugnato la sentenza del T.A.R. n. 443/2014 nella parte in cui il Tribunale ha rigettato i motivi proposti nel ricorso originario.
L’ing. Luca Ventura, con il primo motivo, lamenta la violazione degli artt. 4, comma 4, lett. a), 9, comma 3 e 12, commi 1, 3 e 6 del Regolamento per l’accesso al pubblico impiego della Provincia di Perugia nonché degli articoli 2, 4 e 10 della lex specialis, laddove il Tribunale ha ritenuto equipollente il diploma di laurea in Ingegneria informatica con quello di Ingegneria elettronica.
L’ing. Ventura, nel premettere che l’equipollenza dei titoli “o è definita ex lege dal Legislatore o può essere definita in via sostanziale (“tout-court”) … dalla Pubblica Amministrazione che ha bandito il concorso”, sostiene che il T.A.R. avrebbe errato nel ritenere applicabile, al caso di specie, l’art. 4, comma 3 del D.M. n. 270/2004, in quanto alcuni candidati (tra i quali Ortali, Gentili) avevano conseguito il diploma di laurea con il vecchio ordinamento e quindi fuori dall’ambito di applicazione del citato D.M. e il D.P.R. n. 328/2001 che ha regolato l’accesso alla professione di ingegnere e non anche l’ammissione ai pubblici concorsi.
L’ingegner Luca Ventura assume inoltre che il corso di Ingegneria informatica e quello di Ingegneria elettronica sarebbero separati e, contrariamente a quanto ritenuto dal T.A.R., non esisterebbe alcuna equipollenza né “ex lege” (tanto sarebbe attestato, peraltro, dal documento pubblicato sul sito del Ministero dell’istruzione università e ricerca relativo all’equipollenza delle lauree del vecchio ordinamento), né “sostanziale”, atteso che la Provincia di Perugia non aveva stabilito di prevederla espressamente nel bando di concorso.
7b.- Orbene, come evidenziato dal T.A.R. nella sentenza appellata, “sarebbe del tutto illogico ritenere che una equiparazione normativamente prevista per l’esercizio di una attività professionale non assuma alcun rilievo ai fini dei concorsi per l’assunzione a posti di pubblico impiego”.
L’articolo 47 del D.P.R. n. 328 del 2001 sulla professione di ingegnere, per l’ammissione all’esame di Stato per il “settore dell’informazione” ai fini dell’iscrizione nell’albo professionale richiede, infatti, il possesso (tra le altre) della laurea specialistica in Ingegneria elettronica, equiparandola a tal fine ad Ingegneria informatica, ad Informatica e ad Ingegneria elettronica ad indirizzo informatico, lauree tutte indistintamente previste nel bando ai fini dell’ammissione al concorso.
L’equiparazione del titolo di studio posseduto dagli ingegneri Ortali e Gentili secondo il criterio dell’equipollenza di cui al D.P.R. n. 328/2001 è quindi da ritenersi legittima ed è, conseguentemente, conforme alle previsioni della lex specialis.
La circostanza che l’ing. Ortali abbia sostenuto n. 6 esami ad indirizzo informatico nel suo ciclo universitario è, poi, un ulteriore elemento utile per poter comprendere quali siano i contenuti formativi del corso di laurea in questione.
Né questo assunto è smentito dal disposto del D.P.R. del 20 maggio 1989, atteso che, come il primo giudice ha evidenziato, detta norma inserisce nella stessa classe di corsi di laurea le due specializzazioni di Ingegneria informatica ed Ingegneria elettronica, riservando identico valore legale ai diplomi conseguiti nell’ambito della stessa classe.
Peraltro, l’ing. Ortali si è laureato in Ingegneria elettronica prima dell’entrata in vigore del D.P.R. 20 maggio 1989, che ridisciplinava corsi di laurea, specializzazioni e indirizzi con effetti successivi, mentre in precedenza, come nella fattispecie oggetto di trattazione, l’indirizzo del corso era determinato dal piano di studi sottoposto dallo studente all’approvazione dell’università, piano che doveva contenere un determinato numero di esami propri dell’indirizzo prescelto.
7c.- Con il secondo e terzo motivi di doglianza, l’ing. Ventura lamenta l’erroneità della sentenza gravata nella parte in cui il Tribunale ha rigettato il motivo di ricorso di primo grado inerente l’asserita violazione dell’art. 12 comma 1, del D.P.R. n. 487/1994 e dell’art. 29 comma 1 del R.O.U.S. – modalità di accesso all’impiego della Provincia di Perugia.
In particolare, l’ing. Ventura lamenta la mancata predeterminazione, da parte della commissione esaminatrice, di “puntuali criteri di valutazione delle prove” e la conseguente “insufficienza del voto numerico” attribuito alle prove sostenute dai candidati.
Anche tale doglianza non può trovare accoglimento.
Sul punto, come evidenziato dal T.A.R., si osserva che una siffatta previsione non è contenuta nell’art. 20 del regolamento della Provincia – allegato A) – alla delibera di Giunta n. 737 del 27 dicembre 2001.
Deve condividersi, sulla base di quanto ampiamente argomentato dal T.A.R., che la previsione in parola non è applicabile direttamente alla fattispecie in esame, atteso che l’art. 12 del D.P.R. n. 487 del 1994 non è da ritenersi norma di indirizzo per gli enti locali ai sensi del successivo articolo 18 bis (Cons. Stato, Sez. VI, 18 aprile 2007, n. 1779).
In merito si osserva, comunque, che il principio di trasparenza perseguito dall’art. 12 del D.P.R. n. 487/1994 è stato nella specie ugualmente raggiunto attraverso la predeterminazione degli argomenti che hanno poi formato oggetto della prova orale (Consiglio di Stato, Sez. VI, 10.4.2003 n. 1920).
E a tale predeterminazione la commissione ha provveduto con particolare attenzione al punto, come si è detto, da estromettere i candidati dall’aula d’esame perché, a loro avviso, avendo stabilito per la prova orale domande omogenee per tutti, la presenza di candidati in attesa di sostenere il colloquio, “avrebbe potuto determinare dalle risposte altrui un vantaggio a loro favore”.
Inoltre, nei concorsi a posti di pubblico impiego la Commissione esaminatrice deve stabilire preventivamente ed in astratto i criteri di massima solo in relazione alla valutazione dei titoli e non anche per la valutazione delle prove scritte o pratiche, che è rimessa alla sua discrezionalità tecnica.
Inoltre, quanto all’onere di motivazione circa le valutazioni effettuate di un esame o delle prove di un concorso pubblico, per costante giurisprudenza è da ritenersi che tale obbligo “è sufficientemente adempiuto con l’attribuzione di un punteggio numerico, configurandosi quest’ultimo come formula sintetica, ma eloquente, che esterna la valutazione tecnica compiuta dalla Commissione esaminatrice”, conformandosi, citandola, alla prevalente giurisprudenza di questo Consiglio di Stato (C.d.S., sez. VI, 10.12.2010; sez. V, 19.11.2012 n. 5831).
Tale attribuzione numerica, infatti, esprime e sintetizza il giudizio tecnico discrezionale della commissione stessa e la sindacabilità di tali giudizi, per tale loro natura, è da considerare potenzialmente possibile solo in caso di manifesta illogicità od erroneità (C.d.S., Sez. I, 15.5.2010, n. 5002).
7d.- Anche la circostanza ulteriormente lamentata, che il Tribunale non ha ben considerato che la prova orale si sarebbe svolta anche su argomenti diversi ed ulteriori da quelli previsti nel bando di concorso, non è fondata, atteso che non è dato rinvenire una specifica violazione dell’art. 6 del bando di concorso e dell’art. 21 comma 2 del R.O.U.S. (modalità di accesso all’impiego della Provincia di Perugia).
Le disposizioni regolamentari richiamate non si riferiscono, infatti, a selezioni relative al profilo dirigenziale, per il quale al contrario è più che legittimo accertare a più ampio spettro il livello culturale e le capacità organizzative e professionali del candidato che aspira a ricoprire posizioni di vertice nell’ambito dell’ente locale.
7e.- Correlata alle precedenti è l’ulteriore censura avanzata dall’ing. Ventura quando egli sostiene che l’operato della commissione d’esame sarebbe stato illegittimo, non avendo effettuato il sorteggio delle domande da porre ai candidati per la prova orale, in violazione dell’art. 12 comma 1 del D.P.R. n. 487 del 1994 dell’art. 29 comma 12 del R.O.U.S. – modalità di accesso all’impiego della Provincia di Perugia.
Deve, però, osservarsi che il regolamento della Provincia di Perugia in materia di concorsi non ha previsto tale obbligo e non è da ritenersi insufficiente o illegittimo, perché non pregiudica la par condicio dei partecipanti al concorso, né l’art. 12 del D.P.R. n. 487/1994, come evidenziato, costituisce norma di indirizzo per gli enti locali ai sensi dell’art. 18 bis dello stesso D.P.R..
8.- L’accoglimento del ricorso principale proposto dalla Provincia di Perugia priva di interesse l’esame del quinto motivo di appello, con il quale l’ing. Ventura ripropone la doglianza già disattesa in primo grado e relativa alla mancata immediata pubblicazione dei risultati della prova orale al termine della relativa seduta, in asserita violazione dell’art. 6 comma 5, del D.P.R. n. 487/1994.
Al riguardo, il T.A.R. ha, comunque, chiarito che ha trovato applicazione l’art. 9 del bando di concorso attraverso la pubblicazione dell’esito delle prove di esame all’albo pretorio e sul sito internet della Provincia la mattina successiva all’espletamento della prova orale, e cioè il 18 dicembre 2010.
Va anche considerato che nell’ambito di una procedura concorsuale, la mancata affissione all’albo della sede d’esame dell’elenco dei candidati esaminati con indicazione del voto da ciascuno di essi riportato, può essere irrilevante qualora dal verbale redatto subito dopo la seduta risulti con certezza l’attribuzione del punteggio a ciascun candidato (Cons. Stato, Sez. V, 4 marzo 2008 n. 862).
Con il sesto motivo di doglianza l’ing. Ventura ripropone la censura, esaminata e disattesa dal T.A.R., relativa alla asserita violazione delle regole tecniche poste dal D.P.C.M. 30 marzo 2009 in materia di generazione, apposizione e verifica delle firme digitali e validazione temporale dei documenti informatici, lamentando in particolare che la versione originale degli atti relativi al procedimento concorsuale è stata prodotta in formato digitale microsoft word (.doc) il quale non garantisce il rispetto dell’art. 3 del D.P.C.M. 30 marzo 2009.
Tale doglianza non necessita di esame, per evidente sopravvenuta carenza di interesse per la parte, pur tuttavia essa non sarebbe, comunque, suscettibile di accoglimento atteso che, come correttamente ritenuto dal T.A.R., fa fede la esistente copia cartacea degli atti di concorso, regolarmente sottoscritta da pubblico ufficiale che ne ha attestato la conformità all’originale.
Per quanto esposto non può trovare accoglimento la tesi dell’ing. Ventura, che la “presenza di una serie di illegittimità così ampia e variegata” determinerebbe la necessità dell’annullamento dell’intera procedura, ricorrendo, invece, le condizioni perché si proceda alla sola rinnovazione delle prove orali, come ritenuto dal T.A.R.
9b.- Non sussistono, inoltre, i presupposti per corrispondere alla richiesta di risarcimento del danno, ex art. 2043 del cod. civ., già rigettata dal T.A.R., perchè l’accoglimento della censura sul mancato rispetto della pubblicità del concorso, imponendo la rinnovazione delle prove orali del concorso, preclude la possibilità di pronunciarsi al riguardo.
Giova soggiungere, peraltro, che il danno derivante dalla perdita di chance non è una mera aspettativa di fatto ma una entità patrimoniale a sé stante, suscettibile di autonoma valutazione.
La chance perduta costituisce in definitiva un escamotage di cui si avvale l’interprete per più facilmente individuare e graduare il quantum risarcitorio che, però, è da infliggere solo a chi col suo comportamento non si è uniformato ai principi della correttezza e della lealtà e che per questo deve essere sanzionato.
Per quanto ampiamente esposto, si può prescindere, infine, per sopravvenuta carenza di interesse, dall’esaminare le doglianze dell’ing. Alfiero Ortali, circa l’errata interpretazione o applicazione dell’art. 35 comma 1, lettera b) del cod. proc. amm. ed, in subordine, l’errata applicazione del D.M. n. 509/1999 e del D.I. del 9 luglio 2009, in relazione alle norme sull’ordinamento universitario ante riforma, nonché ai principi in materia di accesso ai concorsi pubblici, già avanzate in primo grado e dichiarate anche dal TAR dell’Umbria improcedibili per carenza di interesse.
Conclusivamente l’appello principale va respinto e gli appelli incidentali vanno in parte respinti e in parte dichiarati improcedibili, come da motivazione.
Le spese del presente grado di giudizio, per le difficoltà interpretative, proprie dell’oggetto del contendere, vanno compensate tra le parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, respinge l’appello principale della Provincia di Perugia; in parte respinge e in parte dichiara improcedibili gli appelli incidentali, nei termini di cui in motivazione.
Spese del presente grado di giudizio compensate tra le parti.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.


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1 Commento

  1. Buon Giorno,
    Proprio oggi mi sono presentato in un aula dove erano in corso i colloqui di maturità.Lavorando nel settore della formazione professionale tecnica,sono interessato a ttolo privato e professionale,a livello di aggiornamento su programmi e contenuti delle scuole pubbliche.
    Sono stato avvicinato da una presidente di commision (presumo) che mi ha chiesto “se avevo titolo ad assistere” e poi,ascolate le mie ragioni ha aggiunto che “se qualche candidato non gradisce la mia pesenza mi deve allontanare”.
    Lungi da me rovinare l’esame ai ragazzi ma mi sembra che la presidente in questione dimenti qauntomeno che l’accesso è aperto al pubblico (anche senza “motivo”).
    Poi,il fatto che un ragazzo si senta imbarazzato dal fatto che un tecnico “eterno” assista,forse bisognerebbe ricordare che la vita è ben al di fuori del proprio “grupo facebook”.
    Posso farmi valere per poter assitere a qualche orale senza discussioni?

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