Diritto e Fisco | Editoriale

Tutela della proprietà intellettuale: ma chi tutela il consumatore?

28 Febbraio 2012 | Autore:
Tutela della proprietà intellettuale: ma chi tutela il consumatore?

 Il Tribunale di Roma: “La pirateria è riequilibratrice e garantisce l’arte. Il copyright è di fatto abrogato”.

Durante il convegno tenutosi a Milano lo scorso 24 febbraio sul tema “Proprietà intellettuale e concorrenza come fattori di rilancio della competitività italiana”, sono stati liberati i soliti fantasmi dal vaso di Pandora. L’obiettivo è il solito: spaventare il mercato e premere sul legislatore.

In Italia – è stato detto – un software su due è pirata (la media europea invece è del 33%). Secondo la Bsa (Business Software Alliance), la riduzione della contraffazione di dieci punti percentuali (dal 49 al 39%) potrebbe portare, in quattro anni, un beneficio per il PIL nazionale di quattro miliardi di euro e 7.500 nuovi posti di lavoro. Senza contare i benefici per l’erario, stimati in 800 milioni di euro solo per il 2013.

La stessa Bsa, nella persona di Matteo Mille, riconosce che la gente ricorre alla pirateria per risparmiare sull’acquisto di software originali. Gli imprenditori decidono spesso di rischiare, pur consapevoli che la legge n. 633/1941 (la cosiddetta legge sul diritto d’autore) persegue non solo chi vende software pirata, ma anche chi lo utilizzi al solo fine di trarre vantaggio dal mancato acquisto delle licenze (per un maggiore approfondimento sul tema, confronta qua).

L’aspetto legale del tema non sempre è incoraggiante per l’industria dei contenuti. Secondo la nostra giurisprudenza, infatti, il professionista non è perseguibile per reato di detenzione di software non originale. Una sentenza innovativa ha, a riguardo, stabilito che tale illecito può essere posto solo dagli imprenditori, mentre il professionista non è considerato soggetto che svolge un’attività commerciale (ne abbiamo parlato qua).

Ci sono però degli aspetti che, ogni volta in cui si affronta il tema della pirateria, vengono messi volutamente da parte. Certo: nessuno può negare che un aumento dei consumi in un determinato settore comporti anche un relativo incremento degli investimenti e, quindi, nuovi posti di lavoro ed entrate per l’erario. Ma il sostegno a un comparto non può mai rivolgersi in un pregiudizio per il consumatore. Mi riferisco alla sconsiderata politica dei prezzi svolta dalle software house.

Con un esempio, anche a costo di autodenunciarmi, mi spiegherò meglio.

Quando ero all’università, come ogni buon studente in perenne “bolletta”, non pagavo quasi mai il biglietto del pullman. L’università era a cinque fermate da casa. Spendere mille lire per un tragitto così breve costituiva una sproporzione difficilmente accettabile per le disastrate tasche di un ventenne. Così decisi, più inconsapevolmente che con cognizione scientifica, di “accettare il rischio”. A conti fatti, il risparmio sull’acquisto di due biglietti al giorno sarebbe stato superiore alla perdita per  le eventuali multe ricevute nel corso dei quattro anni di studi.

E così è stato. Un paio di volte mi sono trovato dinanzi all’uniforme che segnava i miei dati sul taccuino. E lì per lì, superato il primo imbarazzo, mi sono consolato al pensiero di quanto avevo nel frattempo risparmiato con le precedenti corse.

Dove c’è una evidente sproporzione tra costo e servizio, si sceglie sempre la “strada alternativa”. Si tratta, del resto, del principio che regola l’evasione fiscale. E questo vale anche per la pirateria informatica.

Il mercato del software è forse quello dove tale sproporzione è più evidente. Da un lato, infatti, i costi della produzione di un’unità aggiuntiva sono praticamente nulli (soprattutto grazie all’acquisto online dei programmi e relative licenze sugli iStore), dall’altro lato i prezzi restano ingiustificatamente alti.

La mia impressione è che si sfrutti la “necessità” del professionista (vedi CAD, banche dati di leggi e giurisprudenza, ecc.) o delle aziende (software gestionali della contabilità).

Si potrebbe parlare anche di una sorta di vero e proprio cartello tacito tra le società che producono software, sfruttato per imporre prezzi al di sopra della ragionevole proporzione tra costi e lucro d’impresa. Software che, peraltro, vengono spesso prodotti riciclando esperimenti di ragazzi universitari, accontentati con poche centinaia di euro.

Non sono il solo a pensarla così.

Il 5 febbraio 2001, il Tribunale di Roma [1], con una sentenza di portata storica, ha assolto “per aver agito in stato di necessità” un cittadino extracomunitario che smerciava CD pirata sprovvisti del contrassegno SIAE.

La motivazione è rivoluzionaria. Il giudice afferma che la cosiddetta New Economy abbia l’obbligo di promuovere l’arte a diffusione gratuita o a bassissimo prezzo, “per rendere effettivo il principio costituzionale dell’arte e della scienza libere [2] e quindi usufruibili da tutti: cosa non assicurata dalle attuali oligarchie produttive d’arte che impongono prezzi alti, contrari a un’economia umanistica”. La sentenza definisce l’attuale politica dell’industria dei contenuti “diseducativa per i giovani, spesso privi del denaro necessario per acquistare i loro prodotti preferiti e spinti, quindi, a ricorrere in rete e fuori a forme diffuse di pirateria riequilibratrice”.

Il tribunale capitolino arriva dunque ad affermare che le industrie dei contenuti di software sono dei veri e proprio “oligopoli produttivi” che contrastano l’art. 41 della Costituzione secondo cui l’iniziativa economica privata libera “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Conclude la sentenza: “Solo un’arte a portata di tasca di tutti i cittadini e soprattutto dei giovani può essere a livello produttivo umanitaria e sociale come richiesto dalla Costituzione, per fa sì che davvero tutti possano godere dei prodotti artistici”.

Il Tribunale, poi, arriva ad affermare un principio che ha un’originalità senza precedenti. Esso sostiene che la normativa penalistica a favore del copyright sia “tendenzialmente abrogata di fatto ad opera dello stesso popolo per desuetudine, con azione naturale tendente a calmierare le sproporzioni economiche del mercato capitalistico in materia”.

Nel caso concreto, il giudice ha infine ritenuto che vendere cassette per sopravvivere è una necessità superiore rispetto a quella della tutela del copyright e pertanto ha assolto il pirata ambulante.

Una storia che sembra a lieto fine, come quelle dei romanzi di Grisham. Ma quanti giudici così avremo in Italia?

 

 


note

[1] Trib. Roma, sent. 15 febbraio 2001, in Foro it., 2003, II, col. 175.

[2] Art. 33 Cost.


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