Diritto e Fisco | Editoriale

La tassa su chi non lavora: studenti e casalinghe alla cassa

19 Aprile 2015 | Autore:
La tassa su chi non lavora: studenti e casalinghe alla cassa

Chi si prende cura della casa deve pagare l’obolo allo Stato: in aumento gli importi e le fasce d’età.

C’era da scommetterci che prima o poi sarebbe successo. Lo Stato è riuscito a inventare il modo per far pagare le tasse anche a chi non lavora e non ha un reddito. Nonostante la Costituzione [1] imponga che le imposte siano applicate in funzione della “capacità contributiva” del cittadino, ossia di produrre ricchezza, la smania di far cassa e di rastrellare dai contribuenti fino all’ultimo centesimo ha spinto lo Stato a inventarsi un balzello sui disoccupati, casalinghe e studenti universitari, che, peraltro a breve, potrebbe subire un ulteriore inasprimento. Ma procediamo con ordine.

Accanto al canone Rai, tra le imposte più assurde del nostro sistema fiscale un posto di tutto rilievo spetta all’assicurazione obbligatoria La deve pagare, per legge, chi si occupa della casa (casalinghe e “casalinghi”) nonché gli studenti. Ciò per coprire gli eventuali costi della Sanità pubblica in caso di infortuni domestici [2]. Insomma, per il solo fatto che non si abbia un lavoro e di rimanere “confinati” a casa, scatta l’obbligo di versare una gabella annuale all’Istituto di Previdenza di 12,91 euro (per maggiori approfondimenti su soggetti, esenzioni e importi vai a “Casalinghe e studenti: c’è l’assicurazione obbligatoria”): circa 13 euro per un servizio del tutto inesistente, dovuti dai cittadini tra 18 e 65 anni

Neanche a dirlo, sono pochi gli italiani che pagano, risultando per ciò, a tutto gli effetti per lo Stato, evasori fiscali. Così l’Erario, non riuscendo inviare milioni di cartelle esattoriali, ha deciso bene di fare come con il Canone Rai (la cui pubblicità martellante sulle reti TV rasenta, a volte, il comico): una massiccia “campagna informativa” attuata con strumenti più simili alla minaccia. È di questi giorni, infatti, l’invio di un milione e mezzo di lettere alle famiglie italiane tenute a versare questa imposta. La comunicazione mira a “sollecitare” il pagamento secondo la nota e subdola tecnica delle società di recupero credito, che mirano a rappresentare al debitore le conseguenze in caso di inadempienza, facendo leva sul timore di quanti preferiscono pagare piccoli importi pur di non subire conseguenze di sorta.

Non solo. Per combattere l’evasione di questa assurda imposta, lo Stato ha avuto un’idea geniale: piuttosto che recuperare l’evaso, preferisce, da un lato, estendere l’obbligo di pagamento a una platea più ampia di contribuenti, alzando i limiti di età da 65 a 70 anni, dall’altro aumentare l’importo che, secondo le voci circolate in questi giorni, potrebbe subire un rapido incremento.

È vero, l’Italia è il Paese dei “furbetti”. Ma, evidentemente, non si tratta solo dei contribuenti.

La Legge 493/1999 ha introdotto l’obbligo per le casalinghe di sottoscrivere presso I’INAIL una polizza assicurativa che dovrebbe offrire una tutela contro gli infortuni che possono derivare dal lavoro svolto tra le mura domestiche.

Tale assicurazione è obbligatoria per chi presenta i seguenti requisiti:

– età compresa tra i 18 e i 65 anni;

– svolge, in via non occasionale, senza vincolo di subordinazione e a titolo gratuito, il classico lavoro casalingo (cura della famiglia e della casa);

– non svolgono altra attività che comporti l’iscrizione presso forme obbligatorie di previdenza sociale.

Anche chi svolge lavori che non coprono l’intero anno (per esempio lavoratori stagionali, a tempo de terminato) deve assicurarsi per il periodo in cui non svolge attività lavorativa e non ha versamenti contributivi. Il premio da versare, però, è annuale e non è frazionabile, anche se la copertura opera solo per i periodi in cui non viene svolta alcuna attività lavorativa.

Non devono effettuare il pagamento coloro che hanno un reddito proprio IRPEF annuo che non supera i 4.648,11 euro e se appartiene a un nucleo familiare il cui reddito complessivo non supera i 9.296,22 euro annui (entrambi i requisiti devono essere presenti). In questo caso, infatti il pagamento è a carico dello Stato e deve essere presentata un’autocertificazione utilizzando l’apposito modello reperibile presso le sedi INAlL o i patronati.

note

[1] Art. 57 Cost.

[2] L. n. 493/1999.

Autore immagine: 123rf com


4 Commenti

  1. Stato oppressivo e sfinente. Le associazioni in difesa del cittadino e del consumatore non potrebbero attivarsi?

  2. Tutto questo come modo di accapparrare ancora soldi, mentre da altre parti si sprecano su lavori inutili o peggio, oppure si rubano attraverso sofisticati giri di “affari”.
    Gigi 41

  3. Una vergogna.
    Togliere i soldi ai poveri.
    Già gli stipendi sono da fame e non arrivi a 400-500 euro al mese e loro tassano? Cosa??? La dignità!!!!! OLTRE CHE IL DENARO.
    Non c’è un limite allo schifo,posso approvare il canone ma non che si tolgano i soldi ai poveri,coloro che muoiono di fame.
    Io non lavoro,mia nonna mi da ancora la paghetta e non ciò manco una lira ,tutti i posti di lavoro sono per chi è riuscito a laurearsi a pieni voti,e per noi restano solo call center e porta a porta truffaldini!
    Oppure lavori come commessi sottopagati e schiavizzati.
    Ora la nuova moda è uccidere l’economia e renderci schiavi…. Se questa legge ha fatto del male a chi già non aveva nulla,allora prego e spero il signore che quella sorte del vostro giudizio,ricada sulle vostre teste quando Gesù giudicherà il mondo!

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