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Prima donazione poi vendita: possibile elusione fiscale

10 Aprile 2013
Prima donazione poi vendita: possibile elusione fiscale

La donazione di un bene seguita dalla successiva vendita, in un arco temporale ristretto, può comportare problemi con il Fisco.

Donare un bene e poi venderlo può costituire elusione fiscale, anche se manca il comportamento fraudolento del contribuente. È dunque legittimo l’avviso di accertamento con cui l’Agenzia delle Entrate tassa la plusvalenza realizzata da un contribuente sulla vendita di un terreno donato pochi mesi prima ai figli.

La Corte di Cassazione, in una recente sentenza [1], ha ritenuto elusiva l’operazione composta da una donazione di un bene e la vendita successiva del bene stesso.

In particolare, la Suprema Corte ha interpretato tale “schema” come elusivo, perché posto in essere al solo scopo di sottrarre al Fisco reddito imponibile (nella fattispecie, la plusvalenza realizzata a seguito della cessione del bene), cioè di non pagare le imposte che il contribuente avrebbe dovuto pagare se avesse venduto direttamente il bene.

Infatti, la legge prevede che nel caso in cui si venda un bene immobile (una casa, un terreno ecc…), il venditore deve dichiarare, ai fini IRPEF (Imposta sul reddito persone fisiche), l’eventuale plusvalenza realizzata (la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto del bene) e su tale plusvalenza pagare le imposte.

Diversamente, nel caso in cui si trasferisce la proprietà del bene mediante donazione, non solo non si realizza un reddito tassabile in capo al donante ai fini IRPEF (in tal caso si paga l’imposta sulle donazioni), ma nel caso in cui il donatario (colui che riceve il bene in donazione) vendesse il bene, l’eventuale plusvalenza sarebbe, di fatto, pari a zero e, quindi non si sconterebbero le imposte.

Nella vicenda oggetto della sentenza, l’Agenzia delle Entrate, con avviso di accertamento, aveva recuperato a tassazione la plusvalenza realizzata dalla cessione di un terreno che il contribuente aveva donato poco tempo prima ai figli.

In particolare, sulla base di alcuni indizi (tra i quali la vicinanza temporale tra l’atto di donazione e quello di vendita), L’Amministrazione Finanziaria aveva ritenuto potersi applicare la norma che prevede l’imputabilità al contribuente dei redditi di cui appaiono titolari altri soggetti, quando egli ne risulti l’effettivo possessore per interposta persona [2], nonostante l’atto di donazione non fosse simulato, ma effettivo e reale.

L’elusività può essere provata anche con elementi indiziari e presuntivi. Nel caso trattato dalla Cassazione, l’Agenzia delle Entrate aveva emesso l’avviso di accertamento sulla base della vicinanza temporale tra l’atto di donazione e quello di vendita, della mancata restituzione della caparra al promittente venditore – donante e dello stretto rapporto di parentela tra donante e donatari.

I giudici della Cassazione hanno giustificato l’intervento dell’Agenzia delle Entrate ricordando che le operazioni effettuate dal contribuente per ottenere benefici fiscali sono considerate elusive indipendentemente dal comportamento fraudolento di quest’ultimo. È infatti sufficiente il ricorso a strumenti giuridici che, seppur legittimi e realmente utilizzati, vengono usati in modo improprio o ingiustificato, tale da far presumere l’intento elusivo dell’operazione negoziale.

Il contribuente che voglia scagionarsi e vincere tale ragionamento presuntivo deve provare che, alla base dell’operazione donazione – vendita, esistevano concrete ragioni economiche diverse dall’intento di ottenere benefici fiscali.

di MENNATO FUSCO


È di fondamentale importanza porre attenzione a questo tipo di operazioni in quanto, di fronte ad un’eventuale contestazione del Fisco, il contribuente deve essere in grado di dimostrare la presenza di valide ragioni economiche che giustifichino l’operazione. Solo mediante tale dimostrazione si può evitare la ripresa a tassazione della plusvalenza e l’irrogazione delle sanzioni, in alcuni casi applicabili.

note

 

[1] Cass. sent. n. 449/2013.

[2] Art. 37, c. 3 del D.P.R. n. 600 del 1973: “Sono imputati al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti quando sia dimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti,  che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona”.


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