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Successione: l’usucapione dei beni in eredità

20 Aprile 2015
Successione: l’usucapione dei beni in eredità

Non è sufficiente che gli altri coeredi si siano astenuti dall’uso del bene in comune, ma occorre che quello fra i coeredi, il quale invochi l’usucapione, abbia goduto del bene stesso in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui.

È possibile l’usucapione sui beni ereditati insieme ad altri coeredi e, quindi, ancora in comunione. In particolare [1], secondo la Cassazione, in caso di eredità indivisa – ossia di contitolarità tra più soggetti sui beni ereditari, prima della loro divisione in natura – il coerede può usucapire la quota degli altri coeredi, divenendone il proprietario esclusivo.

Le condizioni per rivendicare l’intervenuta usucapione dell’intera proprietà di beni ereditati solo in quota sono le seguenti:

– è necessario che il coerede possa vantare un possesso prolungato sui beni ereditati (secondo i tempi tipici dell’usucapione che, per esempio, per la proprietà sugli immobili è di 20 anni);

– il coerede deve aver goduto della cosa in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui ossia escludendo gli altri coeredi: si pensi a una casa abitata solo da uno degli eredi, che l’abbia utilizzata impedendo agli altri di usufruirne;

– durante questo periodo, il coerede deve aver manifestato, all’esterno, una inequivoca volontà di possedere il bene non come semplice “coerede”, ma come vero e proprio proprietario del bene (o dei beni), esercitando, dunque, sullo stesso, i diritti e le facoltà che tipicamente spettano, per legge, solo al proprietario [1]. Si pensi al coerede che abbia cambiato chiavi della serratura alla casa in comunione o che abbia recintato un terreno, spianandolo ed eseguendo lavori senza chiedere il consenso agli altri;

– il possesso deve essere riconoscibile da parte degli altri coeredi: questi ultimi, cioè, ne devono essere a conoscenza e, in tal senso, non devono aver mosso obiezioni o contestazioni di sorta. In pratica, essi devono essere rimasti inerti dinanzi al comportamento “prevaricatore” del loro coerede, disinteressandosi completamente del bene che hanno ereditato.

Non sono richiesti ulteriori condizioni se non le due predette [2].

Dunque, ai fini dell’usucapione dei beni ereditati non è sufficiente che gli altri partecipanti si siano astenuti dall’uso della cosa, ma occorre anche che il coerede ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere come se fosse l’unico erede. Tale volontà non può desumersi dal fatto che il coerede abbia utilizzato e amministrato il bene ereditario provvedendo al pagamento delle imposte, alla manutenzione, al disbrigo di pratiche inerenti la successione [3].

Si è ritenuto che lo svolgimento di trattative con gli altri coeredi per la vendita, da parte di costoro, dei diritti loro spettanti sulla comune eredità, possa ugualmente far decorrere i termini dell’usucapione (in quanto non incompatibile con il possesso esclusivo del coerede possessore che non abbia ancora maturato l’usucapione [4]).

Ciascun coerede può agire per spoglio contro il coerede possessore, a tutela del proprio compossesso, senza necessità di citare in causa anche gli altri coeredi [5].


note

[1] Cass. sent. n. 7721/2009.

[2] In particolare, la giurisprudenza ritiene che non sia necessaria l’interversione del possesso a condizione che sussistano i predetti due requisiti.

[3] Cass. sent. n. 1593/1999.

[4] Cass. sent. n. 2782/2005.

[5] Cass. sent. n. 2395/29186.

Autore immagine: 123rf com


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