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Tenuità del fatto: quando il Giudice di pace può applicare la nuova legge?

20 Aprile 2015 | Autore:
Tenuità del fatto: quando il Giudice di pace può applicare la nuova legge?

Dal 2 aprile il Giudice di pace potrà applicare due diverse discipline della particolare tenuità del fatto. La scelta è rilevante soprattutto perché da essa dipende il potere della persona offesa di opporsi al proscioglimento dell’imputato.

La legge che disciplina i procedimenti penali di competenza del Giudice di Pace, aveva già introdotto a far data dal 2002 una causa di non procedibilità per particolare tenuità del fatto [1].

La definizione di particolare tenuità del fatto contenuta in questa legge è del tutto simile a quella prevista dal nuovo testo approvato in Parlamento lo scorso marzo [2], tanto da far ritenere che il legislatore abbia preso spunto proprio dal primo per descrivere quando un fatto di reato può essere considerato meritevole di non punibilità per particolare tenuità.

Il primo definisce il fatto di particolare tenuità quando:

-il danno o il pericolo prodotto dal reato sono esigui rispetto all’interesse tutelato;

– è occasionale;

– il grado di colpevolezza dell’autore è di particolare tenuità.

La nuova disposizione, entrata in vigore lo scorso 2 aprile, consente di applicare la non punibilità per particolare tenuità quando:

– il danno o il pericolo sono esigui;

– la condotta è particolarmente tenue;

– il comportamento non è abituale.

Le definizioni dei due articoli coincidono in gran parte e si differenziano solo per il fatto che la norma relativa ai reati di competenza del Giudice di pace richiede che costui, prima di applicare la norma, valuti anche le conseguenze negative che il processo penale potrebbe provocare rispetto alle esigenze di studio, lavoro, famiglia e salute dell’indagato/imputato.

Al contrario, il secondo e più recente articolo impedisce il riconoscimento della particolare tenuità quando sussistano una serie di aggravanti e, in particolare, quando il reato ha provocato lesioni gravissime o la morte di una o più persone.

Ne consegue che, per quanto riguarda i reati di competenza del Giudice di pace, i casi di applicabilità delle due norme siano in gran parte coincidenti, seppure non possa dirsi esclusa la possibilità che in alcuni – pur rari – casi, sia applicabile solo una delle due ipotesi. Ad esempio, qualora il Giudice ritenga che la prosecuzione del processo non comporti particolari conseguenze negative per le esigenze di studio, lavoro, famiglia o salute del sospetto colpevole potrà applicare soltanto la disciplina generale mentre quando sussista una delle aggravanti previste da quest’ultimo (ad eccezione della morte e delle lesioni gravissime), potrebbe decidere comunque di applicare la norma relativa ai soli reati di competenza del Giudice di pace.

La scelta dell’applicazione dell’una o dell’altra norma è decisiva in relazione al potere della persona offesa di impedire o meno l’archiviazione o il proscioglimento.

Infatti, la norma risalente al 2000 prevede che l’archiviazione o la sentenza di non doversi procedere possano essere pronunciate solo se la persona offesa non ha interesse alla prosecuzione del procedimento e non si oppone. La mancanza di interesse da parte della persona offesa può essere dedotta anche da fatti impliciti, come ad esempio la continuata assenza al processo nonostante la regolare citazione, ma tali fatti devono essere univoci, manifestando senza alcun dubbio l’assenza di interesse della vittima del reato.

Al contrario, la nuova disciplina introdotta lo scorso marzo prevede che:

– nella fase delle indagini la persona offesa debba essere avvisata della richiesta del Pubblico ministero di archiviazione per particolare tenuità del fatto e possa presentare opposizione esponendo le ragioni per cui ritenga che il fatto non sia di particolare tenuità. Nonostante l’opposizione, tuttavia, il Giudice può comunque decidere di accogliere la richiesta del P.M. e archiviare;

– durante il processo la persona offesa, eventualmente costituitasi parte civile, può esporre, oralmente e per iscritto, le proprie ragioni, ma questo non impedisce al Giudice di prosciogliere l’imputato per particolare tenuità del fatto.
In altre parole, la disciplina già prevista per i reati di competenza del Giudice di pace garantisce alla persona offesa il potere di impedire l’interruzione del processo e, quindi, di ottenere già con la sentenza penale il risarcimento dei danni. La nuova legge, invece, rende quasi del tutto impotente la persona danneggiata, che nella gran parte dei casi non potrà fare altro che subire la decisione del Giudice, dovendo agire successivamente innanzi al Tribunale civile per il risarcimento dei danni.

Il fatto che vi sia una disciplina speciale dettata esplicitamente per i procedimenti innanzi al Giudice di pace dovrebbe imporre, in generale, l’applicazione della vecchia disciplina, facendo salva la possibilità per la persona offesa di opporsi. Tuttavia, in caso di opposizione della vittima, il Giudice potrebbe decidere di applicare il principio generale che impone di scegliere la legge che risulta in concreto più favorevole all’imputato.

È evidente che è irragionevole e presenta seri dubbi di incostituzionalità proteggere maggiormente le vittime e punire più severamente gli imputati di reati meno gravi: basti fare l’esempio del reato di ingiuria a confronto con quello di truffa. Tuttavia, in assenza di indicazioni esplicite da parte del legislatore, la questione potrà essere risolta soltanto dalla Corte di Cassazione, oppure dalla Corte costituzionale.


note

[1] D.Lgs. n. 274/2000, art. 34.

[2] D.Lgs. n. 28/2015, art. 1.

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