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Revocabile e non appellabile la separazione se lui occulta il reddito

21 Aprile 2015
Revocabile e non appellabile la separazione se lui occulta il reddito

La sentenza di separazione o divorzio revocata se il coniuge nasconde dolosamente all’altro il proprio reale volume d’affari, inducendo anche in errore il giudice.

Che succede se il giudice riconosce a lei un mantenimento ridotto perché lui, nel corso del giudizio di separazione o divorzio, riesce a far credere che il suo reddito è basso? Si fa appello [1] (peraltro, in tal caso, non valgono i normali termini e non si potrà limitare l’impugnazione a trenta giorni dalla scoperta del dolo [1]).

Ma ciò non sempre è possibile. Se la sentenza proviene già da un giudice di appello, dalla Cassazione o, addirittura è divenuta definitiva, potrebbe sembrare che non ci sia nulla più da fare. E invece non è così. Il rimedio giusto, in questi casi, c’è ed è quello della revocazione [2]. È questo l’importante chiarimento di una sentenza della Cassazione pubblicata questa mattina [3].

Come noto, il codice di procedura civile [2] dispone che le sentenze possono essere revocato se sono (tra le altre ipotesi) l’effetto del dolo di una delle parti ai danni dell’altra, ossia, nel caso tra moglie e marito, se uno dei due ha nascosto astutamente le proprie disponibilità economiche per far credere di essere più povero e ottenere una condanna al mantenimento ridotta (si pensi alla simulazione della chiusura di un’attività commerciale). In questo caso la sentenza è revocabile. In particolare, l’avvocato, nel proprio atto di ricorso, non può chiedere la nullità o l’annullamento dell’accordo di separazione – istanza che va presentata in un ordinario giudizio di cognizione – quanto piuttosto la revocabilità per dolo della pronuncia di separazione o divorzio.

In sentenza si legge infatti che nella separazione consensuale, così come nel divorzio congiunto, si stipula un accordo, di natura negoziale, che, frequentemente, per i profili patrimoniali, si configura come un vero e proprio contratto. Non rileva che, in sede di divorzio, esso sia recepito, fatto proprio dalla sentenza: tale pronuncia è necessaria solo per lo scioglimento del vincolo matrimoniale, ma, quanto all’accordo, si tratta di un controllo esterno del giudice, analogo a quello di separazione consensuale.

Pertanto – prosegue la Cassazione – qualora l’accordo sia nullo, tale nullità potrebbe essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, e dunque anche da chi ha dato causa a tale nullità. E tale accordo potrebbe essere oggetto di annullamento da parte del soggetto incapace o la cui volontà risulti viziata (ad es. da un errore, magari sulla sussistenza dell’ interesse del minore, ovvero dal dolo di una delle parti ). Ma nullità o annullamento non potrebbero costituire motivo di impugnazione da parte dei soggetti dell’accordo da cui essi sono vincolati, ma dovrebbero essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione [4]. Ma se l’obbligato all’assegno ha dolosamente nascosto le sue reali condizioni economiche sussistono invece i presupposti per chiedere la revocatoria della sentenza.

Come noto, le sentenze possono essere impugnate per revocazione se pronunciate in grado di appello o nel giudizio di cassazione o, ancora, se emesse in primo grado, a talune condizioni, quando siano passate in giudicato [5].


note

[1] Cass. sent. n. 11697/2013, n. 6322/1993. La Cassazione ha avuto modo di precisare che il vizio revocatorio come il dolo di una parte ai danni dell’altra può proporsi coi motivi di appello, coi quali può censurarsi ogni profilo di ingiustizia della sentenza di primo grado. Trattandosi, peraltro, nella specie, di appello, con cui si fa valere un vizio revocatorio, dovrà operare la disciplina di tale mezzo di impugnazione, né si potrà limitare l’impugnazione a trenta giorni dalla scoperta del dolo.

[2] Art. 395 cod. proc. civ.

[3] Cass. sent. n. 8096 del 21.04.2015.

[4] Cass. sent. n. 17607/2003.

[5] Art. 395, 396 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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