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Co.co.pro nei call center: i chiarimenti del Ministero

8 Aprile 2013 | Autore:
Co.co.pro nei call center: i chiarimenti del Ministero

L’utilizzo dei contratti a progetto nei call center: i chiarimenti del Ministero del lavoro.

Con una recente circolare [1], il Ministero del lavoro ha fornito chiarimenti riguardo ai contratti a progetto nei call center per l’attività in outbound. Con questo termine si indicano le chiamate volte a proporre beni e servizi ai clienti (ad esempio quelle volte a convincere l’utente a cambiare gestore telefonico), che si differenzia dall’attività inbound dove invece l’operatore non compie le telefonate, ma le riceve (ad esempio, l’assistenza clienti).

La circolare del Ministero ribadisce che il contratto a progetto, per poter essere adottato nei call center, necessita di una serie di requisiti: l’assenza di un vincolo di subordinazione tra lavoratore e datore; il divieto di svolgimento di compiti esclusivamente esecutivi e ripetitivi; l’inquadramento del lavoro nella realizzazione di uno o più progetti specifici [2].

Tuttavia l’utilizzo del co.co.pro. è consentito anche in assenza dei suddetti requisiti per la vendita di beni e servizi realizzata attraverso call center outbound, sempre che le retribuzioni minime non scendano al di sotto del corrispettivo definito dalla contrattazione collettiva nazionale di riferimento.

Dunque, l’utilizzo del contratto a progetto nei call center è ammesso, a patto che siano garantiti ai lavoratori i corrispettivi minimi previsti per i lavoratori dipendenti del medesimo settore. In mancanza del riconoscimento dei suddetti minimi, il co.co.pro. sarà ritenuto illegittimo e il rapporto di lavoro instaurato verrà ricondotto al lavoro subordinato a tempo indeterminato [3].

La circolare affronta anche il tema della delocalizzazione dell’attività aziendale: nel caso specifico dei call center, la delocalizzazione si verifica quando una società, con sede legale in Italia, trasferisca la gestione delle proprie commesse all’estero, mediante filiali aperte in paesi stranieri o tramite il meccanismo del subappalto.

A tal proposito, il Ministero ribadisce che, qualora un’azienda decida di spostare l’attività di call-center fuori dal territorio nazionale, deve darne comunicazione, almeno centoventi giorni prima del trasferimento, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, indicando i lavoratori coinvolti. Inoltre deve darne comunicazione all’Autorità Garante per la Privacy, indicando quali misure vengono adottate per il rispetto della legislazione nazionale, in particolare del codice in materia di protezione dei dati personali [4].


note

[1] Circolare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 14 del 2.04.2013.

[2] Art. 61, c. 1, d.lgs. n. 276 del  10.09.2003. Anche circolare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 29/2012.

[3] In linea generale, in base all’art. 63, c.2 del d.lgs. n. 276/2003,  “in assenza di contrattazione collettiva specifica, il compenso non può essere inferiore, a parità di estensione temporale dell’attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto”.

[4] Di cui al d.lgs. n. 196 del 30.06.2003.


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