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Editoriali Musica in sala d’attesa: si paga?

Editoriali Pubblicato il 15 ottobre 2011

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> Editoriali Pubblicato il 15 ottobre 2011

 La diffusione di musica nella sala d’attesa del dentista non richiede il compenso in favore dei produttori fonografici.

Solo due cose, dicono gli americani, sono certe nella vita: la morte e le tasse.

I mariuoli del nostro Parlamento per anni hanno sfruttato queste due certezze in una sinergia assai redditizia, istituendo l’imposta sulle successioni: quanto di più immorale si sia conosciuto, perché si è giocato su un momento di dolore per insinuare aliquote elevate.

E siccome morire è l’ultima cosa che ciascuno intende fare, si parlerà in questa sede di un argomento decisamente più allegro: l’attesa dal dentista.

C’è chi ha sperato di vessare anche tale momento di spensieratezza. In particolare, il SCF Consorzio Fonografici ha chiesto, ad un frequentato studio dentistico, i diritti sulle riproduzioni fonografiche, dallo stesso diffuse nella sala d’attesa, attraverso un’emittente radiofonica. La distrazione dei pazienti ha un suo prezzo…

Beh, che vi piaccia o no, il caso è approdato nelle aule del Tribunale di Milano, il cui giudice monocratico si è da poco espresso con la sentenza n. 2177 del 18 febbraio 2009.

Un principio di tecnica narrativa ci impone di non rivelare subito il contenuto della decisione (si chiama souspance), ma di analizzare prima la norma oggetto della controversia.

Gli artt. 73 e 73-bis della legge sul diritto d’Autore (L. n. 633/1941) garantiscono al titolare dei diritti sulle riproduzioni fonografiche un compenso per tutte le diffusioni dei fonogrammi, in via radiofonica o televisiva, eseguite in pubblici esercizi ed in occasione di qualsiasi altra pubblica utilizzazione, anche senza fini di lucro (1).

Il Tribunale di Milano ha interpretato la locuzione “pubblica utilizzazione dei fonogrammi” alla luce delle direttive comunitarie 92/100/CEE e 2001/29/CE (2), precisando che “il pubblico rilevante è (…) quello che volontariamente sceglie un luogo per ascoltare musica, non certo i clienti di uno studio dentistico che vi si recano per cure del proprio corpo in orari prestabiliti dal medico e che solo occasionalmente si ritrovano ascoltatori di brani musicali.

Le cose cambiano notevolmente se, invece, la musica viene riprodotta in un albergo. In una simile circostanza, infatti, la Corte di Giustizia del 7 dicembre 2006 (3) ha stabilito che costituisce atto di comunicazione al pubblico la diffusione di musica nei locali di un albergo, poiché il termine pubblico’ riguarda un numero indeterminato di telespettatori potenziali e poiché “bisogna tener conto non solo dei clienti che si trovano nelle camere dell’albergo (…), ma anche dei clienti che sono presenti in qualsiasi altro spazio del detto stabilimento e hanno a loro portata un apparecchio televisivo ivi installato e, dall’altro, occorre prendere in considerazione il fatto che, abitualmente, i clienti di un tale stabilimento si succedono rapidamente. Si tratta in generale di un numero di persone abbastanza rilevante, di modo che queste devono essere considerate come un pubblico.

Dunque, per tornare alla cara sala d’attesa dello studio professionale, il Tribunale ha detto che non è dovuto il compenso ai produttori fonografici.

Ci vorrebbe, a questo punto, un finale a sorpresa. Ma la soluzione è stata ormai rivelata. Si può, a ogni buon fine, ricordare il sempreverde pensiero di Beppe Grillo che trae spunto proprio dall’igiene orale: “Di cosa è fatto uno spazzolino da denti? Di plastica. Da cosa si ricava la plastica? Dal petrolio. E’ rosso perché lo abbiamo colorato e ci abbiamo aggiunto un po’ di cloruro. Ogni tre mesi il tuo dentista di fiducia ti dice, devi cambiare lo spazzolino. Quanti ce ne saranno in Italia in questo momento? Venti milioni? Ogni tre mesi venti milioni vanno nell’immondizia, finiscono in un forno, vengono bruciati. I cloruri diventano diossina, vanno nell’aria. Piove, la diossina va nel mare, viene assorbita dal plancton, il pesce mangia il plancton, tu esci, vai al ristorante, mangi il pesce (80 mila lire al chilo) e ti sei mangiato il tuo spazzolino.

 

 

note

(1) L’art. 73 L.d.A. così recita:

1. Il produttore di fonogrammi, nonché gli artisti interpreti e gli artisti esecutori che abbiano compiuto l’interpretazione o l’esecuzione fissata o riprodotta nei fonogrammi, indipendentemente dai diritti di distribuzione, noleggio e prestito loro spettanti, hanno diritto ad un compenso per l’utilizzazione a scopo di lucro dei fonogrammi a mezzo della cinematografia, della diffusione radiofonica e televisiva, ivi compresa la comunicazione al pubblico via satellite, nelle pubbliche feste danzanti, nei pubblici esercizi ed in occasione di qualsiasi altra pubblica utilizzazione dei fonogrammi stessi. L’esercizio di tale diritto spetta al produttore, il quale ripartisce il compenso con gli artisti interpreti o esecutori interessati.

2. La misura del compenso e le quote di ripartizione, nonché le relative modalità, sono determinate secondo le norme del regolamento.

3. Nessun compenso è dovuto per l’utilizzazione ai fini dell’insegnamento e della comunicazione istituzionale fatta dall’Amministrazione dello Stato o da enti a ciò autorizzati dallo Stato.

Art. 73-bis.

1. Gli artisti interpreti o esecutori e il produttore del fonogramma utilizzato hanno diritto ad un equo compenso anche quando l’utilizzazione di cui all’art. 73 è effettuata a scopo non di lucro.

2. Salvo diverso accordo tra le parti, tale compenso è determinato, riscosso e ripartito secondo le norme del regolamento.

(2) In base al principio della primazia della norma comunitaria su quella nazionale.

(3) Causa C-306/05.


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