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Lo sai che? Se l’avvocato dimentica di indicare la PEC nell’atto

Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2015

Domiciliazione presso la cancelleria del tribunale adito.

La posta elettronica certificata ha preso, a tutti gli effetti, il posto della vecchia corrispondenza anche per quanto riguarda le notifiche. Risultato: se l’avvocato dimentica di indicare, nel proprio atto processuale, il proprio indirizzo PEC, la domiciliazione si intende effettuata, in automatico, presso la cancelleria del tribunale adito [1]. Ovviamente, l’indicazione della PEC deve essere quella comunicata al proprio consiglio dell’ordine.

È questo l’importante chiarimento espresso dalla Cassazione con un’ordinanza di ieri [2].

Il professionista, quindi, da oggi dovrà fare molta attenzione: innanzitutto a verificare se, nei propri atti abbia indicato l’indirizzo di posta certificata; in caso negativo, dovrà verificare, saltuariamente, in cancelleria, se è avvenuta la notifica di un atto, come per esempio, la sentenza di primo grado ai fini della decorrenza del termine (breve) per impugnare.

In base alla legge del 34 [3], gli avvocati che esercitano la propria attività di difesa in un giudizio al di fuori della circoscrizione del Tribunale cui sono assegnati, devono, all’atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso. In caso di mancato adempimento di tale onere, il domicilio eletto si considera essere la cancelleria dell’autorità giudiziaria adita. Tale principio si applica in ogni caso di esercizio dell’attività forense fuori dal circondario di assegnazione dell’avvocato, come derivante dall’iscrizione al relativo ordine professionale e, quindi, anche nel caso in cui il giudizio sia in corso innanzi alla Corte d’appello e l’avvocato risulti iscritto all’ordine di un Tribunale diverso da quello nella cui circoscrizione ricade la sede della Corte d’appello, ancorché appartenente allo stesso distretto di quest’ultima.

A partire, poi, dal 2011, con l’entrata in vigore delle modifiche [4] al codice di procedura civile [5] la domiciliazione presso la cancelleria del giudice presso cui è in corso il giudizio – si legge nella sentenza in commento – scatta soltanto se il difensore non ha indicato nell’atto l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine.

note

[1] Ai sensi dell’art. 82 del R.D. n. 37/1934.

[2] Cass. ord. n. 8870 del 4.05.2015.

[3] Art. 82, R.D. n. 37/1934.

[4] Art. 25 L. 183/2011.

[5] Modifiche degli artt. 125 e 366 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 11 dicembre 2014 – 4 maggio 2015, n. 8870
Presidente Bianchini – Relatore Manna

Svolgimento del processo e motivi della decisione

I. – Il Consigliere, nominato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione in base agli artt. 380-bis e 375 c.p.c.:
“I. – L’avv. P.F., con studio professionale in Gorizia, domanda la cassazione della sentenza emessa dalla Corte d’appello di Trieste il 21.1.2013, con ricorso notificato alla A.N.S.E.R. Costruzioni edili, di Mistruzzi & C. s.r.l. il 12.7.2013.
1.1. – Nel resistere con controricorso la predetta società eccepisce l’inammissibilità del ricorso in quanto notificato dopo la scadenza del termine di cui all’art. 325 c.p.c., essendo stata notificata la sentenza d’appello il 9.5.2013, ai sensi dell’art. 82 R.D. n. 37 del 1934 presso la cancelleria della Corte d’appello di Trieste.
2. – Allo stato degli atti in possesso di questo relatore, il ricorso è – con la precisazione di cui infra – improcedibile e ad ogni modo inammissibile.
2.1. – La giurisprudenza di questa Corte Suprema si è orientata nel senso che l’art. 82 del r.d. 22 gennaio 1934, n. 37 – secondo cui gli avvocati, i quali esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge fuori della circoscrizione del tribunale al quale sono assegnati, devono, all’atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso, intendendosi, in caso di mancato adempimento di detto onere, lo stesso eletto presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria adita – trova applicazione in ogni caso di esercizio dell’attività forense fuori del circondario di assegnazione dell’avvocato, come derivante dall’iscrizione al relativo ordine professionale, e, quindi, anche nel caso in cui il giudizio sia in corso innanzi alla corte d’appello e l’avvocato risulti essere iscritto all’ordine di un tribunale diverso da quello nella cui circoscrizione ricade la sede della corte d’appello, ancorché appartenente allo stesso distretto di quest’ultima. Tuttavia, a partire dalla data di entrata in vigore delle modifiche degli artt. 125 e 366 c.p.c., apportate dall’art. 25 della legge 12 novembre 2011, n. 183, esigenze di coerenza sistematica e d’interpretazione costituzionalmente orientata inducono a ritenere che, nel mutato contesto normativo, la domiciliazione ex lege presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria, innanzi alla quale è in corso il giudizio, ai sensi dell’art. 82 del r.d. n. 37 del 1934, consegue soltanto ove il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dall’art. 125 c.p.c. per gli atti di parte e dall’art. 366 c.p.c. specificamente per il giudizio di cassazione, non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine (Cass. S.U. n. 10143/12).
2.1.1. – Dall’epigrafe della sentenza impugnata risulta che l’avv. P.F. si costituì in proprio (la controversia ha per oggetto il pagamento di sue spettanze professionali) nel giudizio d’appello, eleggendo domicilio presso la cancelleria della Corte triestina. Pertanto, legittimamente la sentenza di secondo grado gli è stata ivi notificata il 9.5.2013, a prescindere dal fatto che detta domiciliazione sia stata propriamente elettiva (come parrebbe stando alla lettera dell’epigrafe della sentenza) ovvero derivante dall’applicazione del secondo comma dell’art. 82 R.D. cit.
Pertanto, la validità della prima notificazione della sentenza d’appello eseguita il 9.5.2013 rende vana, ai fini della decorrenza del termine breve d’impugnazione ex artt. 325 e 326 c.p.c., la successiva notificazione della medesima sentenza munita di formula esecutiva, effettuata a mezzo del servizio postale al predetto avvocato il 14.5.2013 e depositata ai sensi dell’art. 369, secondo comma n. 2 c.p.c.
Di riflesso, il ricorso è anche improcedibile in base a quest’ultima norma, non essendo stata depositata la copia della sentenza impugnata con la relata della prima notificazione.
2.1.2. – Il tutto a meno che dall’esame diretto degli atti (consentito a questa Corte trattandosi di verificare i fatti processuali) non emerga che l’avv. F. avesse indicato nel giudizio d’appello (verosimilmente con atto successivo alla proposizione del gravame, anteriore alla legge n. 183/11) il proprio indirizzo di posta elettronica certificata, comunicato al Consiglio dell’ordine d’appartenenza.
3. – Per le considerazioni svolte si propone la decisione del ricorso con ordinanza, ai sensi del n. 1 dell’art.375 c.p.c.”
II. – La Corte condivide la relazione, in ordine alla quale nessuna delle parti ha depositato memoria.
III. – Pertanto il ricorso va dichiarato improcedibile, prevalendo quest’ultima sanzione rispetto a quella, concorrente, d’inammissibilità (cfr. Cass. n. 6706/13).
IV. – Seguono le spese, liquidate come in dispositivo, a carico della parte ricorrente
V. – Ricorrono le condizioni per il raddoppio del contributo unificato, in base a quanto previsto dall’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02, inserito dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12,

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente alle spese, che liquida in E 2.200,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02, inserito dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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