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Editoriali PCT: lo strapotere dei cancellieri

Editoriali Pubblicato il 6 maggio 2015

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> Editoriali Pubblicato il 6 maggio 2015

Il processo civile telematico: ora i cancellieri decidono cosa accettare e cosa no.

 

Dai piani alti non si vedono i sassolini sulla strada. Ed è proprio su quelli, purtroppo, che si scivola. Mentre il CSM esprime con favore l’avvento del Processo civile telematico, i cui risultati definisce “complessivamente positivi”, mi sembra invece che qualcosa non vada per il verso giusto. Non mi riferisco agli avvocati, molti dei quali hanno accolto con estremo piacere il non dover più fare lunghe file in tribunale o delegare collaboratori o domiciliatari solo per depositare una semplice memoria.

La realtà è molto diversa. È fatta di ufficiali giudiziari che, per caricare un pignoramento, impiegano diverse decine di minuti con file interminabili, ormai, dietro le porte delle cancellerie. È fatta di uffici che non rispondono al numero di telefono, sicché, per potersi costituire sia pur telematicamente, l’avvocato deve comunque andare in tribunale a procurarsi il numero di R.G. La realtà, soprattutto, è fatta di cancellieri che decidono cosa accettare e cosa no, che stabiliscono se un atto è ricevibile o meno, acquisendo poteri che, invece, un tempo non gli sarebbero mai stati riconosciuti. Vi farò l’esempio che mi è capitato per ben due volte.

Ho dovuto depositare alcuni atti endoprocessuali in tribunale, sezione lavoro (aspetto, quest’ultimo, da tenere in considerazione per quanto di seguito dirò). Il software che utilizzo (di quelli a pagamento, peraltro molto efficiente e di facile utilizzo) mi presenta innanzi alla pagina relativa al mio fascicolo e mi invita a fare la “mia scelta”. Clicco su “deposita atto” e il sistema, come di consueto, mi segue nella compilazione dei relativi campi, nella firma digitale dell’atto da depositare, nel controllo dei dati e, infine, nella spedizione della busta. La pagina è già impostata – per come è ovvio che sia – sul tribunale di riferimento, sulla sezione lavoro, sul fascicolo, con la corretta indicazione delle parti e del registro generale. Tutto regolare: la cancelleria riceve il documento che viene registrato.

In un successivo momento in occasione di un ulteriore deposito per lo stesso giudizio, ripeto, ovviamente, la medesima procedura. Il sistema non dà errori, mi conferma l’invio e mi riferisce che tutto è in regola. Il cancelliere, però, questa volta, decide di non accettare l’atto perché lo ritiene “non correttamente indirizzato alla sezione lavoro”. In realtà, ho ripetuto lo stesso procedimento della volta precedente, peraltro nella pagina relativa al fascicolo in questione, trattandosi di atto endoprocessuale. Insomma, sbagliare era impossibile, essendo tutto preimpostato e tanto più che la procedura era stata la medesima del primo deposito.

Il cancelliere si trincera dietro un semplice “ci deve essere un errore, ma io non posso accettare l’atto”. Spallucce, insomma, di chi – come si suol dire con gergo di strada – “non vuol sforzarsi di capire”.

Non mi rimane che ripetere la medesima procedura, con gli stessi passaggi. E questa volta il cancelliere, per quanto nulla sia cambiato, decide di ricevere l’atto.

Se ci fossero stati dei termini di scadenza a quest’ora avrei perso molto più tempo dell’era pre-pct.

Non è l’unico caso. Sono molteplici ormai le segnalazioni degli avvocati che ricevono rifiuti da parte dei cancellieri, peraltro spesso ingiustificati, per poi dover ricorrere al giudice per farsi rimettere nei termini.

I cancellieri finiscono – a volte – per appropriarsi di una funzione che spetta solo al giudice: quella di decidere dell’eventuale irricevibilità degli atti.

Eppure la circolare del Ministero della Giustizia del 27.06.2015  (qui disponibile come documento allegato) aveva già evidenziato questo problema, sottolineando l’esigenza, “assolutamente prioritaria di garantire la tempestiva accettazione degli atti e documenti depositati dalle parti”. Dice il Ministero – che evidentemente già aveva intravisto la possibilità di abusi – che “non spetta al cancelliere la possibilità di rifiutare il deposito degli atti introduttivi (e/o di costituzione in giudizio) inviati dalle parti”. In definitiva, conclude la circolare, le cancellerie, dal 30 giugno 2014, avranno cura di accettare qualsiasi atto endoprocessuale  depositato in via telematica.

note

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. L’età media attuale dei cancellieri/e è molto elevata, per le note ragioni che tutti conosciamo.
    Dalle mie parti è vicina ai 60 anni.
    Ve lo immaginate un 60enne, abituato ad un livello di informatizzazione tale che aveva difficoltà a ricevere una chiamata con un cellulare Nokia degli anni ’90, e improvvisamente lanciato nell’arena del PCT, a districarsi tra stringhe XML e codici errore non elencati dal Ministero ma che devi scoprire da solo Googolando?
    Non ho certo intenzione di giustificare l’operato dei cancellieri, ma di fatto il loro plateau esperienziale in cui il PCT si va ad inserire (senza un vero collaudo) questo è.
    In generale il lato oscuro del PCT “all’italiana” è il solito problema di questo Governo, che deve fare tutto di corsa senza studiare per bene le “riforme” che introduce.
    Il PCT è lo specchio dell’avventatezza, del pessimo coordinamento con il sistema esistente e della mancata attenzione ai punti di frizione tra il nuovo e l’esistente.
    E’ fin troppo evidente che il PCT non è stato rodato, non è stato testato in tutti i suoi aspetti, e che noi avvocati (per la maggior parte) e gli altri operatori del diritto (per la minor parte) siamo tutti CAVIE da laboratorio per testare direttamente sul campo il nuovo sistema.
    Questo è il macro-problema, all’interno del quale si diramano tutti gli altri.
    E’ fin troppo ovvio che se il PCT funzionasse a dovere e in tutte le sue parti ne saremmo tutti entusiasti fin da subito.
    Ma quando quotidianamente dobbiamo imbatterci nella miriade di dettagli e problemi tecnici (che, però, possono potenzialmente produrre danni enormi comportando nullità, improcedibilità, decadenze, prescrizioni, irricevibilità e quant’altro fa ricadere la “patata bollente” sempre nelle mani del povero avvocato) che ben si sarebbero potuti evitare progettando meglio il PCT a priori… è lì che giustamente sobbalziamo dalle nostre scrivanie.
    Purtroppo siamo in Italia, ma non per questo dobbiamo arrenderci, anzi: proprio per questo dobbiamo alzare il capo e farci rispettare (quando abbiamo ragione), perché solo rispettando noi sarà rispettato il nostro Cliente e, in definitiva, troverà concreta applicazione la lettera della legge, sia sostanziale che processuale.
    Teniamo duro e facciamoci sentire!
    Ad maiora, Colleghi!

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