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Lo sai che? Divorzio fai da te con assegno: consigli pratici

Lo sai che? Pubblicato il 7 maggio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 maggio 2015

Qualche suggerimento per evitare il rischio di ripensamenti circa l’accordo di separazione o divorzio al Comune che abbia previsto un assegno di mantenimento.

 

È degli ultimi giorni la notizia, auspicata da molte coppie di coniugi, della possibilità di chiedere al Comune (e senza la necessaria assistenza di un avvocato) la separazione o il divorzio consensuale oppure la modifica dei provvedimenti ad essi relativi [1] prevedendo negli accordi la corresponsione di un assegno di mantenimento (ne abbiamo parlato in questo articolo: “Separazione/divorzio dal sindaco o con negoziazione: la nuova circolare ministeriale”).

Tale facoltà – concessa da una nuova (e senz’altro più corretta) interpretazione [2] della legge – era stata fino a pochi giorni fa preclusa alle coppie (purché senza figli) per via di una lettura restrittiva del dettato normativo (per un approfondimento leggi: “Divorzio fai da te: impossibili gli accordi tra coniugi“).

Si ampliano, dunque, i poteri di accordo tra marito e moglie ma con essi, in modo inevitabile, anche le relative responsabilità.

Come, infatti, precisa la nuova circolare,”l’Ufficiale di stato civile è tenuto a recepire quanto concordato dalle parti, senza entrare nel merito della somma consensualmente decisa, né della congruità della stessa” sicché, potremmo dire, incombono solo sui coniugi i rischi della loro decisione.

Ma di quali rischi parliamo?

Non si può negare che ciò che nei procedimenti alternativi (quali quello giudiziario o tramite negoziazione assistita) è demandato al primo vaglio dell’avvocato e poi ancora a quello del tribunale, ora spetta esclusivamente al “buon senso” della coppia, la quale non è di certo tenuta ad avere cognizioni giuridiche di alcun tipo.

Non è da poco, ad esempio, il fatto che nella procedura tramite negoziazione assistita [3] la legge attribuisca agli avvocati il nuovo potere/dovere di certificare la non contrarietà degli accordi alle norme imperative e all’ordine pubblico e ciò non bastando – anche quando dal matrimonio non siano nati figli – richieda l’ulteriore passaggio dell’atto sottoscritto da tutte le parti dal vaglio del p.m.

Doppio controllo, quindi, (da parte di avvocato e autorità giudiziaria) se la coppia sceglie la separazione, il divorzio (o la loro modifica) in Tribunale o con negoziazione assistita (anche in assenza di prole) e nessun controllo invece se sceglie di procedere in modo autonomo davanti all’Ufficiale di stato civile.

Che vuol dire questo? Che scegliendo il procedimento fai da te i coniugi sono liberi di stabilire ciò che vogliono senza correre rischi?

Niente affatto. Anche in questo caso gli accordi conclusi sono soggetti, al pari degli altri, alla possibilità che uno dei coniugi si rivolga autonomamente al giudice per chiederne la revoca o la modifica.

Cercheremo, perciò, dare risposta ai possibili dubbi sul punto sentendoci, in ogni caso, di consigliare i nostri lettori di avvalersi di questo rimedio semplificato solo se essi sono in reale accordo tra loro; trattandosi, infatti, comunque di provvedimenti in grado di incidere a lungo sulla situazione economica di entrambe le parti (almeno fino a quando non subentri un successivo titolo) è bene che esso sia utilizzato con le dovute cautele e non al solo scopo di evitare i costi di una procedura alternativa.

Esiste un criterio legge per calcolare l’assegno?

Non esistono norme che prevedono un criterio matematico per determinare la misura dell’assegno, ma ci sono dei parametri di riferimento a cui il giudice deve attenersi e che, al pari, è bene che anche la coppia valuti se intende accordarsi per il versamento di un assegno che risponda agli effettivi bisogni e possibilità di ciascun coniuge, così da ridurre i rischi di successive domande di revoca o modifica.

Nello specifico, nel calcolare la misura dell’assegno è necessario accertare in via prioritaria il tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio e, di seguito, se il beneficiario dispone di mezzi economici sufficienti e adeguati a conservare un tenore di vita il più vicino possibile a quello avuto nel corso della vita matrimoniale.

Naturalmente, la determinazione dell’assegno dipende dalla reale consistenza di reddito e patrimonio di ciascun coniuge che, nei procedimenti giudiziari è accertata dal magistrato attraverso l’esame dei documenti e delle dichiarazioni rese negli atti e in udienza e a cui poi molti tribunali contemperano (senza alcun obbligo di legge) l’utilizzo di tabelle facenti capo al codiddetto MoCAM (Modello Calcolo Assegno Mantenimento).

A titolo esemplificativo, secondo tale modello, se chi richiede l’assegno abbia un lavoro part-time (ad esempio di 600 euro al mese) che non gli permetta di conservare il tenore di vita precedente pur consentendo di provvedere ai bisogni primari, mentre l’altro percepisca un reddito da lavoro dipendente (di 1400 euro mensili), l’assegno potrebbe essere previsto nella misura di un quarto del reddito del coniuge obbligato se al beneficiario sia assegnata la casa coniugale e di un terzo senza assegnazione dell’immobile (del cui valore locativo va comunque tenuto conto).

Naturalmente si tratta di un esempio legato alla specifica situazione di reddito e personale e, perciò, destinata a variare di caso in caso.

Di particolare importanza è, inoltre, il fatto che il calcolo dell’assegno si basi su informazioni veritiere dei redditi e del patrimonio di ciascuno.

A riguardo, val la pena ricordare che con una recente pronuncia [4], riferita ad un accordo omologato in tribunale (ma che ben potrebbe riguardare uno “fai da te”), la Cassazione ha precisato che ciascuno dei coniugi può chiedere la revoca dell’accordo (di separazione o divorzio) quando sia stata ” posta in essere intenzionalmente un’attività fraudolenta consistente in artifizi e raggiri, diretti ed idonei a impedire al giudice l’accertamento della verità, facendo apparire una situazione diversa da quella reale e, così, pregiudicando l’esito del procedimento”. Nel caso di specie, un uomo, nascondendo alla moglie la sua effettiva situazione reddituale, aveva ottenuto dall’accordo di separazione dei vantaggi che ,in caso contrario, non gli sarebbe stato possibile ottenere.

In altre parole, il coniuge che si accorga di essere stato ingannato riguardo alla reale condizione economica dell’ ex, potrà impugnare l’accordo al fine di ottenerne la revoca.

Si può rinunciare all’assegno?

In ogni caso, fatta esclusione per l’ipotesi di accordi basati su informazioni false (che ovviamente andranno documentate da chi ne chiede la revoca), in generale i coniugi hanno piena libertà di decidere la misura dell’assegno, così come di prevedere una rinuncia ad esso.

Anche in questo caso, tuttavia, esistono dei limiti che è bene conoscere.

Il coniuge economicamente più debole, infatti, potrà sempre far valere (tramite una richiesta di modifica dei precedenti accordi) la pretesa di un assegno se vengano meno le condizioni di autosufficienza economica su cui era basata la rinuncia.

Al pari, egli potrà chiedere la revoca dell’accordo dando prova al giudice che la precedente rinuncia sia stata frutto di una valutazione non libera (ad esempio legata all’esigenza di evitare il giudizio e di ottenere subito la separazione). Perciò attenzione: la fretta non è mai foriera di buoni consigli!

Assegno con scadenza

I coniugi possono anche prevedere negli accordi di separazione che il versamento dell’assegno avvenga fino a un determinato termine, oltre il quale il coniuge obbligato sarà liberato dal relativo obbligo economico; ciò, tuttavia, non varrà ad escludere in assoluto il diritto a richiedere un successivo assegno di divorzio in base alle attuali condizioni economiche delle parti rispetto al tenore di vita avuto durante il matrimonio [5].

Assegno in un’unica soluzione

La circolare del Ministero [2] precisa, inoltre, che “non può costituire oggetto di accordo la previsione della corresponsione in un’unica soluzione dell’assegno di divorzio in quanto si tratta di attribuzione patrimoniale” come tale esclusa dall’ambito di applicabilità della disciplina.

Ciò non toglie che se l’assegno in un’unica soluzione sia stato previsto in sede di separazione, i coniugi possano invece legittimamente accordarsi nella successiva domanda di “divorzio fai da te” per il versamento di un assegno periodico; tale accordo troverebbe giustificazione specie nel caso in cui sia subentrato un mutamento rispetto alle condizioni economiche di cui alla separazione.

Le modifiche sull’assegno

Vale la pena ricordare, in ogni caso, che gli accordi raggiunti tra i coniugi in vista della separazione o del divorzio dipendono sempre dalle circostanze esistenti al momento della loro sottoscrizione; pertanto, ciascun coniuge potrà sempre chiederne, anche in modo unilaterale, la relativa modifica, provando che esse sono mutate. Anche in tale ipotesi potrà risultare economicamente conveniente per i coniugi ottenere la revisione tramite il medesimo procedimento “fai da te”.

Ma attenzione: il consiglio che ci sentiamo di darvi è quello di richiedere prima della sottoscrizione dell’accordo davanti all’ufficiale di stato civile, quantomeno la consulenza di un legale o eventualmente di un commercialista di fiducia, onde evitare di trovarvi a dover sostenere in seguito i costi (di gran lunga superiori) di un giudizio promosso (a torto o a ragione) da chi sia rimasto insoddisfatto dell’accordo.

note

[1] Art. 12 D.L n.132/14.

[2] Ai sensi della Circ. Ministero dell’Interno n. 6/15.

[3] Art. 6 D.L. 132/14.

[4] Cass. sent. n. 8096 del 21.4.2015.

[5] Cfr. C. App. di Napoli, sent. del 25.05.11.

Autore immagine: 123rf com


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