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Video virali su Facebook: reato pubblicare la ripresa del colpevole

10 Maggio 2015
Video virali su Facebook: reato pubblicare la ripresa del colpevole

Social network: il rischio di una gogna mediatica come forma di giustizia privata e i numerosi reati che si commettono nel voler denunciare ai propri contatti i crimini altrui.

È quella che potremmo chiamare “sindrome da scoop televisivo”: dietro la spinta di trasmissioni come Striscia la notizia e Le iene, gli utenti dei social network si improvvisano giornalisti d’assalto, lasciandosi prendere dalla mania di pubblicare video di altrui comportamenti riprovevoli, a volte spregevoli o illegali: il tutto allo scopo di generare indignazione e sfruttare, in questo modo, la giustizia mediatica.

A volte sono spinti da un protagonismo personale (in perenne caccia di “like”); altre volte dall’intento (sia pur lodevole) di sensibilizzare la gente; altre ancora da una vendetta personale, come nel recente caso della proprietaria di una cantina di vini che, dopo essere stata derubata per l’ennesima volta, anziché denunciare l’accaduto alla polizia, ha preferito pubblicare, su Facebook, il video del furto realizzato dalle telecamere di sorveglianza a circuito chiuso. Di fatto, questo comportamento non solo è indice di una tendenza malata a comunicare esclusivamente tramite social e immagini, ma soprattutto della sfiducia nei confronti della giustizia, coi suoi tempi lunghi, i costi, la burocratizzazione dei procedimenti e, soprattutto, l’inefficienza di fondo. Meglio una giustizia privata, fai-da-te: immediata, efficace e, soprattutto, “perpetua”. Già! perché la “gogna mediatica” dura a vita: eliminare un contenuto da internet, ormai divenuto virale, condiviso, ripubblicato sui social e sugli aggregatori di notizia, è più difficile che spostare un palazzo con tutta la gente dentro.

Ma attenzione: un comportamento del genere può esporre a seri rischi. Filmare qualcuno e poi pubblicare il video sul web può integrare più di un reato. Le prerogative della stampa, infatti, non sono accordate ai cittadini, anche se il fine è il medesimo. “Sparare” sui social network il filmato con volti, voci e soggetti riconoscibili espone a due tipi di illeciti, tutt’altro che leggeri: la violazione dell’altrui privacy (e, che piaccia o meno, essa spetta anche ai criminali, salvo il predetto diritto di cronaca giornalistica) e il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Così, anche la pubblicazione su Facebook del filmato rilasciato dalle telecamere del sistema di videosorveglianza è vietata, salvo la “pixellatura” dei volti (risultato, peraltro, non facilmente ottenibile da chi non sia dotato di appositi software di editing video).

Non solo. Anche il pestaggio di un compagno di classe può rientrare nelle condotte vietate. E di questi, purtroppo, Facebook ne è pieno. Peraltro, in questo caso, a pagarne le spese sono spesso i genitori quando si ha a che fare con minori.

Insomma, dotarsi di un sistema di videosorveglianza non legittima il titolare a far poi quello che vuole del relativo video: lo scopo deve essere sempre quello della denuncia alle forze dell’ordine.


note

Autore immagine: 123rf com


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