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Lo sai che? Chi crea contenzioso seriale paga 5 volte le spese processuali

Lo sai che? Pubblicato il 10 maggio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 maggio 2015

Citare precedenti sentenze della Cassazione a sproposito può comportare una condanna per responsabilità processuale aggravata: bandito il contenzioso seriale da grandi affari.

Guai agli avvocati che fanno di tutto per creare un filone di cause seriali, arrivando a strumentalizzare i precedenti della Cassazione, fino a far credere che la Corte si sia espressa in un determinato modo, diverso, invece, da quello reale: si rischia, infatti, una condanna per “responsabilità processuale aggravata[1] pari a cinque volte le spese di lite. Questo perché, in casi del genere, è indubbia la presenza di una “ignoranza inscusabile” o del dolo da parte del legale, che è fonte, appunto, della condanna al risarcimento esemplare secondo le linee guida fornite già dalla Cassazione.

È questo l’orientamento del Tribunale di Padova che, con una recente sentenza [2], parla di dolo processuale nei confronti di chi, nel proprio atto processuale “cita a sproposito una sentenza della Cassazione nel tentativo di indurre in errore il giudice su quanto affermato dalla Suprema Corte stessa nella pronuncia”. Detta condotta processuale – si legge nel provvedimento in commento – merita di essere opportunamente sanzionata [1]: un risarcimento del danno non solo per il pregiudizio arrecato alla controparte processuale, per averla ingiustamente coinvolta in una lite inutile e defatigante, ma anche al sistema giudiziario in sé e nel suo complesso, per l’aggravio di cause.

Secondo il tribunale, una misura equa per determinare tale condanna deve essere quella pari a cinque volte le spese di lite liquidate ai sensi del noto decreto ministeriale del 2014 [3].

Insomma, guai alle interpretazioni strumentali dei precedenti giurisprudenziali solo al fine di creare “un contenzioso seriale”, specie (come nel caso oggetto della pronuncia in questione) in una materia delicata come quella bancaria, che vive peraltro tempi di crisi. Si discuteva, in particolare, sulle modalità di calcolo degli interessi usurari applicati dall’istituto di credito: se dovessero sommarsi o meno gli interessi moratori a quelli corrispettivi ai fini del superamento del tasso soglia. E il tribunale – così come la giurisprudenza maggioritaria – è dell’avviso contrario. Il tutto, si ricorderà, è nato da un equivoco interpretativo di una nota sentenza della Cassazione [4] che aveva generato non poche perplessità, ma che, ad oggi, sembrano ormai superate. “Fortunatamente la Cassazione non ha mai detto una simile mostruosità”, scrive il giudice: in realtà la Suprema corte ha stabilito che il tasso di mora deve essere tenuto in considerazione ai fini della valutazione della natura usuraria e dunque il giudice deve verificare se il tasso convenzionale e quello di mora singolarmente considerati, superino o meno il tasso soglia (mentre in precedente c’era chi affermava che si potesse verificare il solo tasso convenzionale). Ecco allora che si configura l’abuso del processo per la Cassazione citata a sproposito con la parte che interpreta a proprio favore la nota pronuncia e mette in moto la macchina della giustizia senza possibilità di arrivare vittorioso al traguardo.

note

[1] Art. 96 cod. proc. civ., terzo co.

[2] Trib. Padova sent. n. 739 del 10.03.2015.

[3] DM n. 55/2014.

[4] Cass. sent. n. 350/13.

Autore immagine: 123rf com


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