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Divorzio breve: non è tutto oro…

12 maggio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 maggio 2015



La nuova riforma avvantaggerà di certo i coniugi in accordo, ma rischia di produrre maggiori danni quando la causa di separazione sia ancora in corso.

 

Il divorzio breve è quasi ormai alle porte. Dal prossimo 26 maggio i coniugi separati potranno ottenere lo scioglimento del proprio matrimonio coi tempi ridotti previsti dalla nuova legge [1]. Tempi che – lo ricordiamo – consentiranno a marito e moglie di dirsi addio quando siano trascorsi 6 mesi dalla separazione oppure dopo un anno dalla comparizione davanti al presidente se la separazione sia giudiziale (per un approfondimento leggi: Divorzio breve: inizia il conto alla rovescia) .

Ma l’attesa riforma porta davvero con sé solo vantaggi?

Senza alcuna intenzione di demonizzare un istituto che – si può dire – deve ancora nascere, ci sentiamo di fare delle sintetiche riflessioni pro e contro questa legge che ha voluto avvicinare (riuscendoci, a nostro avviso, in modo un po’ maldestro) la nostra normativa a quella di altri Paesi, quelli che, per intenderci, sono meta del cosiddetto turismo dei divorzi law cost.

PRO

Sicuramente sono due i casi nei quali il divorzio breve porterà degli effetti positivi:

– quando marito e moglie non abbiano più nulla da spartire o da pretendere l’una dall’altro e, magari, ciascuno si sia già creato una nuova famiglia: in tali casi, infatti, il divorzio sarà davvero un modo più veloce per dare un taglio al passato (si pensi ai matrimoni durati pochi anni, da cui non siano nati figli e nei quali ciascuno abbia una propria indipendenza economica);

– quando la coppia, già reduce da una separazione consensuale nella quale abbia saputo raggiungere degli accordi soddisfacenti, sia in grado di fare lo stesso col divorzio: il tal caso, la nuova legge potrà permettere alle coppie e alle famiglie di riprendere in mano la propria vita su nuove basi.

CONTRO

Ben pochi vantaggi, invece, riusciamo ad individuare in tutti i casi in cui sia ancora in corso tra i coniugi una causa di separazione.

Ci chiediamo infatti: in caso di separazione giudiziale in cui marito e moglie si fanno la guerra sulla misura dell’assegno, beni da spartire, affidamento o diritto di visita dei figli, sarà difficile pensare a una domanda di divorzio che preveda accordi condivisi.

Crediamo, invece, che un modo per dare maggior coerenza a questa riforma sarebbe stato (ma potrebbe essere ancora) quello di accompagnarla a politiche di sostegno alla coppia in crisi. Politiche che favoriscano (anche sul piano economico) la scelta strumenti alternativi alla guerra in tribunale e in grado di mettere i coniugi in condizione di fare insieme le scelte migliori per la famiglia che si trasforma, scelte che nessun avvocato né giudice potrebbe fare nel modo che essi sentono più giusto per loro.

Pensiamo alla possibilità, ora preclusa ai soggetti meno abbienti, di avvalersi del patrocinio a Spese dello Stato qualora preferiscano separarsi o divorziare con il nuovo istituto della negoziazione assistita (ne abbiamo parlato in questo articolo: Separazione e negoziazione assistita: nessuna tutela per i meno abbienti), pensiamo al diritto collaborativo, uno strumento prezioso per gestire separazioni e divorzi in cui non ci sono né vincitori né vinti, e che, nonostante sia sperimentato con successo in molti altri Paesi, viene guardato ancora con molta diffidenza in Italia.

La libertà è una conquista, ma non ci può essere libertà nella sola possibilità di anticipare una richiesta di divorzio se, poi, la maggior parte dei nodi del conflitto resta ancora da sciogliere.

note

[1] L. n. 55 del 6 maggio 2015.

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