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I cosiddetti lavoratori a partita IVA sono regolari?

15 maggio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 maggio 2015



Oggigiorno è normale sentire di lavoratori che anziché essere assunti con normali contratti di lavoro subordinato sono costretti, spesso illegittimamente, ad aprire partita IVA e ad emettere fattura nei confronti di un singolo datore di lavoro.

Normalmente, con il termine “lavoratori a partita IVA” si indica una categoria di soggetti che effettua, nei confronti di un altro soggetto, prestazioni di lavoro autonomo. Di solito questo genere di lavoratori sono quelli che aprono una ditta individuale come ad esempio gli idraulici, gli imbianchini ma anche esperti informatici e consulenti aziendali.

Il legislatore non offre una definizione specifica di lavoratore autonomo. Tuttavia, si può far riferimento alla nozione di contratto d’opera fornita dal Codice Civile [1] e, quindi, in generale considerare lavoratore autonomo chi compie un’opera o un servizio richiesto da un committente con lavoro prevalentemente proprio e, sopratutto, senza vincolo di subordinazione.

Il relativo contratto può avere ad oggetto qualunque attività (opera o servizio) di carattere manuale oppure tecnica ,che abbia l’attitudine a generare un risultato di natura economica, con la precisazione che l’opera si distingue dal servizio in quanto in quest’ultimo caso non interviene la trasformazione della materia.

La caratteristica fondamentale che distingue la categoria in esame da quella dei lavoratori dipendenti è appunto quella dell’autonomia. In altre parole, il soggetto svolge la propria attività senza alcun vincolo di subordinazione nei confronti del committente. Ciò significa che quest’ultimo, a differenza di ciò che accade con i dipendenti, non ha (o non dovrebbe avere) alcun tipo di potere in relazione ai tempi, alle modalità e ai mezzi utilizzati per lo svolgimento dell’opera commissionata.

Molto spesso non succede ciò. Viene, infatti usata la formula del contratto a partita IVA per mascherare un rapporto di lavoro subordinato. Avviene quando il lavoratore fintamente “autonomo” lavora stabilmente presso la sede dell’azienda committente, utilizzando strumenti di lavoro di proprietà del medesimo e tenendo i medesimi orari degli altri dipendenti aziendali. In questi casi è anche normale che il committente sia l’unico “cliente” del lavoratore.

Risulta evidente che questo tipo rapporto lavorativo non sia né legittimo né legale dato che è fatto appositamente per eludere o sfuggire a precisi obblighi retributivi, contributivi, contrattuali e legali, da parte dell’azienda committente/datrice di lavoro.

In questo caso, a mio giudizio, il danno più rilevante nei confronti del lavoratore a partita IVA (fasullo) è quello contributivo in quanto il lavoro autonomo applica meccanismi differenti in ordine ai sistemi di calcolo della pensione spettante.

I lavoratori coinvolti in questo tipo di situazioni possono o, meglio, dovrebbero senz’altro rivolgersi al Tribunale del Lavoro competente che, se ne accerta i presupposti, può dichiarare che il rapporto lavorativo a partita IVA è in realtà un rapporto di lavoro subordinato, stabilendone altresì la trasformazione contrattuale e condannare l’azienda a risarcire il lavoratore in ordine a le differenze retributive e contributive che sarebbe stata obbligata a pagare. Il tutto con decorrenza “ex tunc” cioè sin dalla nascita del rapporto lavorativo fintamente a partita IVA.

note

[1] Cod. Civ. art. 2222.

Autore immagine: 123rf com

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