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Facebook, commentare la notizia e criticare il giornalista: diffamazione

17 maggio 2015


Facebook, commentare la notizia e criticare il giornalista: diffamazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 maggio 2015



Condividere un post e poi criticare la testata giornalistica o l’autore del pezzo può integrare il reato a condizione che le parole offensive non siano generiche.

Attenti alle critiche che fate commentando un post sulla timeline di Facebook: dalla Cassazione arriva una dura stretta contro i facili insulti. Ma procediamo con ordine.

Facebook è diventata una rassegna stampa: tuttavia, tra bufale, notizie poco attendibili, smentite e falsi allarmi, è anche difficile, per gli utenti del social network, orientarsi nel caotico mare dell’informazione. Se a ciò si aggiunge un certo atteggiamento impulsivo e spesso irriverente nei confronti delle regole civili e legali, spesso si scorgono, tra i commenti sotto i post, frasi che trascendono i normali limiti del diritto di critica, sconfinando nella diffamazione. Ed è bene ricordare (perché in molti sembrano essersene dimenticati) che la diffamazione è un reato sanzionato dal codice penale: non perché si è su Facebook, quindi, non si è puniti o si rimane all’ombra da possibili procedimenti.

La dimostrazione è nelle parole della Cassazione che, qualche giorno fa, con una sentenza [1], ha lanciato un monito al popolo di internet e, in particolare, di Facebook: “Non andateci giù pesante!

I commenti negativi, postati sul social network, contro l’autore del pezzo giornalistico o la stessa testata possono integrare il reato di diffamazione quando si risolvono in attacchi precisi e mirati. In buona sostanza, rivolgersi all’indirizzo del giornalista con frasi offensive – tutt’altro che espressione della normale critica – può costare il rischio di un procedimento penale. Se, quindi, la vittima è “suscettibile” e non è intenzionata a lasciar passare il commento, ci si può mettere in un bel pasticcio.

La vicenda

La vicenda giudiziaria nasce da un articolo giornalistico postato su Facebook. I commenti negativi contro l’autore del pezzo hanno però fatto scattare, per i titolari dei relativi account, l’accusa di diffamazione. Nel caso di specie, la sentenza è approdata al proscioglimento per genericità delle parole, prive di riferimenti alla testata e ai giornalisti. Insomma: salvi per un pelo.

Per la punizione i commenti devono essere rivolti alla persona

Per contestare il reato di “diffamazione” – scrive la Cassazione – è necessario che vi sia una correlazione tra i commenti apparsi su Facebook e gli autori dell’articolo pubblicato sul giornale.

Scrivere “giornalista deficiente, ignorante, ecc.” è certamente sufficientemente specifico.

Se invece i commenti non fanno alcun riferimento al giornale, né al luogo di pubblicazione, né agli autori dell’articolo e nemmeno all’articolo commentato (per esempio “certe persone non sono degne di vivere”) allora il reato non può essere contestato e il giornalista non può ritenersi diffamato.

note

[1] Cass. sent. n. 20366/15 del 15.05.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 26 marzo – 15 maggio 2015, n. 20366
Presidente Lombardi – Relatore Settembre

Ritenuto in fatto

1. II Giudice dell’udienza preliminare dei Tribunale di Napoli ha pronunciato sentenza di non doversi procedere a carico di F.F., D.M.S:, A.A.M., D:G.A. per insussistenza del fatto.
I quattro erano accusati di diffamazione in danno di S.F. ed E.M., giornalisti dei “Corriere di Capri”, per avere – prendendo spunto da un articolo apparso sul giornale suddetto, intitolato “Muore dopo overdose 38enne caprese” – pubblicato sul proprio profilo Facebook commenti sprezzanti nei confronti dei giornalisti di Capri.
2. Osserva il giudicante che i vari commenti apparsi sul social network hanno preso il via da un primo commento di F.Z.V.F. delle ore 20,45 di una non meglio precisata domenica e che ad esso si sono poi aggiunti altri commenti, senza che mai sia stato menzionato il giornale su cui era apparso l’articolo, né gli articolisti, né il luogo di pubblicazione; inoltre, senza alcun specifico riferimento alla notizia commentata con l’articolo criticato. La genericità dei commenti non consentiva, pertanto, di individuare determinate persone “come parti lese”.
3. Contro la sentenza suddetta hanno proposto ricorso per Cassazione sia il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli che il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Napoli per mancanza e contraddittorietà della motivazione.
Deducono che il Giudice dell’udienza preliminare debba, ai fini di una pronuncia di non luogo a procedere, esprimere una valutazione prognostica in ordine alla “completabilità degli atti di indagine preliminare” e alla “inutilità del dibattimento”. Pertanto, anche in presenza di elementi insufficienti o contraddittori, deve dar conto dei fatto che il materiale acquisito è insuscettibile di successivo completamento. Invece, nella specie, il Giudice dell’udienza preliminare non ha formulato alcun doveroso apprezzamento in merito alla possibilità che l’accusa fosse sostenibile nel dibattimento.

Considerato in diritto

Entrambi i ricorsi sono infondati. Sebbene lamentino un vizio di motivazione, i ricorrenti prescindono totalmente dalla motivazione della sentenza impugnata, limitandosi ad affermare un principio di diritto esatto, ma non attinente al caso concreto. Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli ha, invero, assolto gli imputati per aver ritenuto che nessuna diffamazione è stata consumata nella specie, per non aver intravisto alcuna correlazione tra i commenti apparsi su Facebook e gli autori dell’articolo pubblicato sul “Corriere di Capri”, in quanto quei commenti non facevano alcun riferimento al giornale in questione, né al luogo di pubblicazione dello stesso, né agli autori dell’articolo; inoltre, non contenevano nemmeno riferimenti all’articolo commentato. Per tale motivo i giornalisti dei Corriere di Capri, e in particolare gli autori dell’articolo “Muore dopo overdose 38enne caprese”, non potevano ritenersi diffamati.
Nessuna contestazione di questi argomenti viene mossa coi ricorso. Pertanto, la possibilità di approfondimento in sede dibattimentale rimane teorica e congetturale, siccome affermata senza specificazione dell’oggetto.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi dei Pubblico Ministero e del Procuratore Generale. Così deciso il 26/3/2015

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