Diritto e Fisco | Editoriale

Attacco al copyright: la pirateria e il diritto d’autore. Incontro con Luca Neri

5 febbraio 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 febbraio 2013



Pirateria informatica, filesharing, Peer to peer, copyright: sono termini ormai entrati nel vocabolario quotidiano per via della grande battaglia che si consuma giorno dopo giorno su internet. Protagonisti sono i cosiddetti “pirati informatici” da un lato e l’industria dei contenuti dall’altro. Luca Neri conosce bene questa realtà perché è andato a intervistare i fondatori di “The Pirate Bay”, il più noto sito per la condivisione dei contenuti.

Altro che un galeone spagnolo o francese, affondato di tanto in tanto: la pirateria dell’era digitale saccheggia ogni giorno, in ogni parte del mondo, tesori ben più cospicui. Né si tratta di un fenomeno apparentemente arginabile. Dal canto loro, quasi tutti i governi stanno tentando di mettere un freno alla possibilità di scaricare  gratuitamente da internet materiale protetto dal diritto d’autore.

Diversi spunti di riflessione si aprono dalle pagine de “La baia dei pirati: Assalto al copyright” (Cooper Ed.), di Luca Neri, scrittore e giornalista, nonché esperto in informatica. “La baia dei pirati” è un saggio avvincente sull’epopea dei pirati telematici, un originale modo di vedere le cose, diverso da quello sino ad ora imposto dalle major del cinema e della musica.

Abbiamo intervistato Luca (1) nella sua sede di New York. Le sue parole sono state illuminanti. Per voi lo saranno ancor di più le pagine del libro. Il cui prezzo è assolutamente competitivo con qualsiasi forma di prelievo gratuito!

LLPT: Caro Luca, complimenti innanzitutto per l’ottima pubblicazione. Dalle pagine del tuo libro traspare una certa simpatia nei confronti dei cosiddetti ‘pirati’. Forse l’intenzione iniziale non era quella di assoluta neutralità giornalistica?

Luca Neri: Il libro è nato perché seguo l’argomento della pirateria da tanti anni, non solo come giornalista, ma anche da consulente informatico, quale è il mio reale lavoro. Ed, in questa ricerca, ho trovato due cose interessanti.

La prima era l’esistenza di un sito come “The Pirate Bay”. Per chi naviga ogni giorno su Internet, la cosa non sarà sembrata una novità, ma i meno pratici del settore possono anche rimanere a bocca aperta nel sapere che c’è un sito che, alla luce del sole e senza veli, mette a disposizione di chiunque, gratuitamente, musica e film invece protetti dal diritto d’autore.

La seconda cosa che mi ha incuriosito è stato uno studio della Cisco System, citato per la prima volta in un articolo in prima pagina del New York Times. Lo studio affermava che due terzi del traffico Internet sono generati da protocolli Peer To Peer (quel tipo di tecnologia usato per scaricare materiale dalla rete, musica, film, software, più sinteticamente detto P2P). Dal punto di vista giornalistico, mi è sembrata una “notizia”. Mi sono chiesto: “Perché questo fatto non sta su tutti i giornali? Perché non se ne parla? Se i due terzi della popolazione mondiale fossero rapinatori in fuga dopo aver svaligiato una banca, avremmo una notizia su tutti i quotidiani”. Quindi c’era qualcosa di interessante da raccontare. Ed è venuto fuori il libro. Peraltro c’è tutta una generazione di ragazzi, i millennials come vengono definiti negli Stati Uniti, quelli cioè cresciuti nel dopo Napster, che hanno iniziato sin da bambini a scaricare gratuitamente da internet. Ebbene, per questa generazione l’idea che lo spettacolo, la cultura, le idee – insomma tutto ciò che possa essere digitalizzato – debba essere pagato è completamente aliena. Si sono abituati ad un mondo dove, anziché un regime di scarsità, c’è un regime di abbondanza.

LLPT: Nel libro, traspare tuttavia l’intenzione di perorare una causa. Così il tono di simpatia che usi nei confronti dello stesso aspetto estetico dei pirati ed, in particolare, dei fondatori di “The Pirate Bay”, sembrerebbe insinuare il pensiero che non si tratta di comuni criminali, cattivi e arrabbiati, come ognuno potrebbe pensare, ma di bravissimi ragazzi, coi volti puliti, intelligenti e simpatici.

Luca Neri: E’ una domanda che è venuta fuori in tante occasioni. Spesso mi si descrive come colui che è a favore del no-copyright. No! io non sono a favore proprio di niente. Io mi limito a raccontare delle storie interessanti. Il punto di vista dei pirati è un punto di vista che sino ad oggi nessuno aveva sentito. Mentre il punto di vista delle multinazionali del copyright è ben noto, ossia che i pirati sono tutti dei ladri, c’è una intera generazione di persone che la pensa in modo di verso. Queste persone non avevano una voce. Così ho cercato di essere il loro reporter. Le major hanno i loro potenti strumenti di informazione e comunicazione; non avevano perciò bisogno di un altro giornalista che ne propagandasse il pensiero. Invece mi sembrava interessante, proprio per stimolare il dibattito, far sapere che c’è anche un controcanto. Alla fine, quindi, non sono le mie idee, ma quelle del movimento che ho intervistato.

LLPT: Al di là delle soluzioni opportunistiche offerte da molti internauti, che ogni giorno partecipano all’assalto del copyright, la tua posizione è originale perché trova una giustificazione di carattere logico-giuridico. Il tuo pensiero è il seguente. Il copyright non è un diritto naturale che nasce con l’uomo (come per esempio il precetto “non rubare”, “non uccidere”). Esso è solo il frutto dell’evoluzione tecnologica, ideato agli inizi dello scorso secolo, con l’avvento dei prodotti fonografici, o meglio, con la materializzazione dell’opera artistica nel prodotto fonografico. In altre parole: quando si è potuto imprigionare l’opera d’arte in un supporto fisico (il disco), si è pensato anche di proteggerla, dandole una tutela che prima di allora non esisteva e, quindi, di far pagare per essa. Prima, invece, le idee erano patrimonio collettivo: Mozart, per esempio, si ispirava alla musica popolare ed il popolo copiava la musica di corte. Le influenze erano continue e reciproche e nessuno pensava di far pagare per questo. L’arte era patrimonio artistico collettivo e non era protetta.

Vista così, la tutela del diritto d’autore non nasce come un diritto precostituito dell’uomo e, come è nata, ben potrebbe morire.

Sulla base di questa argomentazione, mi sembra che tu giustifichi il pensiero “non c’è bisogno di attendere una morte naturale del diritto d’autore. Meglio l’eutanasia.

Luca Neri: Il problema non è quello se il diritto d’autore debba essere abolito come un concetto legale astratto. L’elemento che è rilevante è che c’è ormai uno scollamento tra il comportamento collettivo della gente, e di conseguenza la sua morale, e quello che la legge sancisce in materia di copyright (ossia il monopolio della copia). Non ha alcun senso discutere di pirateria se non si tiene conto di ciò e della necessità che la legge si adegui alla nuova realtà sociale. Sarebbe come a dire: “Io sono contro la legge di gravità!” Bene, – mi verrebbe da rispondere – e allora buttati dalla finestra e schiantati al suolo! Poiché le leggi non nascono dal vuoto, ma sono il risultato di un consenso sociale, quando le persone cambiano la morale che sta dietro a questa legge, le leggi si devono adattare. E’ ciò che è successo per tante questione scottanti, come la schiavitù, l’aborto, i diritti civili. La schiavitù è esistita per migliaia di anni, considerata pienamente legittima. Poi, la nostra morale si è rifiutata di accettare questo precetto e sono cambiate anche le leggi.

Dunque, il processo è proprio il contrario: non è il popolo a doversi adattare alla legge, ma è la legge che si deve adattare alla nuova coscienza popolare. E’ importante sapere che il diritto d’autore non è un diritto naturale. Ma e che la gente, quando si tratta di oggetti telematici, non avverte la copia come un reato, pur rendendosi conto che ciò che compie è attualmente contrario alle leggi.

LLPT: Dunque, se la coscienza popolare ha perso il senso dell’illiceità del download è giusto che la norma giuridica rispecchi la nuova norma morale. Se il popolo non considera più il pirata come un ladro è giusto che anche la legge si adegui a questa situazione di fatto. Il diritto vigente si dovrebbe adeguare al diritto vivente.

Luca Neri: Siamo in un momento di trasformazione. In tale situazione, dovremmo considerare anche i lati positivi. Abbiamo un’evoluzione tecnologica che, improvvisamente, ci permette di fare circolare la cultura, in modo globale e gratuito. Perché non sfruttare questa facilità? Dove c’è una maggiore diffusione del sapere, c’è anche un maggiore tasso di innovazione, nuove invenzioni. E’ sempre stato così: tutte le volte nella storia che il sapere si è allargato da una minoranza a gruppi più ampi, abbiamo avuto dei periodi di creatività. Mi riferisco per esempio al caso del libro e di Gutemberg. Con l’invenzione della stampa, il libro, prima oggetto costosissimo perché scritto di pugno dagli amanuensi, è divenuto accessibile anche alla borghesia. Ciò ha portato alla rivoluzione protestante, alla rivoluzione industriale e alla rivoluzione scientifica. Il mondo è cambiato in una maniera che nel Medio Evo era inimmaginabile. Oggi siamo di fronte ad una riforma di carattere tecnico e storico altrettanto importante: bisogna guardare avanti, perché i benefici di questa svolta sono inimmaginabili.

LLPT: Gli USA sono lo Stato più conservatore in materia di copyright, perché sede delle major discografiche e del cinema. E, forse, sono anche i più influenti sul mercato internazionale, che segue un po’ i trattati internazioni imposti dagli americani.

Ma come si pongono gli altri Stati dell’Unione Europea? Nel tuo libro si parla della Svezia come di un paese riformista (lo è sempre stato sin dalle leggi sulla parità dell’uomo e della donna), con un partito politico dei Pirati, balzato all’attenzione collettiva nelle ultime elezioni. Dall’altro lato, abbiamo un parlamento, in Francia, che approva una legge assurda come la cosiddetta Sarkozy “dei tre colpi” (per fortuna dichiarata incostituzionale). Qualche giorno fa, tuttavia, leggevo che la stessa proposta di legge è stata presentata sul banco del Parlamento inglese. Sul versante extracontinentale, invece, ci sono diversi Paesi asiatici considerati veri e propri paradisi per i pirati, che disconoscono ogni trattato internazionale in materia di copyright. Da dove credi possa giungere il colpo definitivo al diritto d’autore?

Luca Neri: Io non faccio il profeta! Come si evolverà il dibattito in materia di diritto d’autore, francamente non lo so. Mi sembra però ovvio che esso avrà un peso sempre più rilevante nella politica del futuro. Non perché il copyright sia così importante, ma perché è in gioco la stessa libertà di informazione e di internet. La rete, così come la conosciamo oggi, è un luogo in cui ognuno può affacciarsi e scrivere quello che vuole, creare nuovi servizi, senza chiedere permesso a nessuno; non c’è un vertice, non c’è un controllo. Proprio per questa ragione, Internet ha avuto il successo che ha avuto. Guardando al domani, dobbiamo chiederci che tipo di libertà, di società e di comunicazione vogliamo. I pirati, in definitiva, sono dei combattenti per i diritti civili.

LLPT: Invece si dice che i pirati siano i ladri e gli approfittatori.

Ma c’è un’iniquità di fondo anche nel comportamento della controparte. Perché le case discografiche si fanno ancora gioco del consumatore e continuano a chiedere, anche per la musica acquistata on line, gli stessi prezzi applicati alla musica su supporto materiale? Una canzone infatti costa circa 1 euro: ci vogliono quindi circa 15/18 euro ad album. Se è vero, però, che la musica è ormai digitalizzata e dunque la sua distribuzione è a costo zero (non vi sono, infatti, spese nell’upload di un file su un server affinché possa essere scaricato); se gran parte dei costi del tradizionale CD sono dovuti alla fase di produzione (2); perché, ciò nonostante, i prezzi non si abbassano?

 Luca Neri: Questo lo dovresti chiedere a loro! Il mio sospetto (circostanza peraltro documentata da altri analisti di questo settore) è che c’è stata un’incapacità dell’industria discografica a capire Internet e la sua portata. Se l’imprenditore, che è stato a lungo monopolista, modificandosi il mercato e venendo meno il suo monopolio, non abbassa i prezzi, fallirà!

Ho partecipato ad una trasmissione su SkyNews 24, dove c’era il vice presidente dell’Anica, l’Associazione dei produttori cinematografici italiani. Lui si rende conto che Internet è il canale di distribuzione del domani e che anche l’industria cinematografica dovrà rendere i suoi film scaricabili. In tale occasione, gli ho fatto questa domanda: “Se il prezzo di un film piratato è zero, qual è il prezzo che voi sareste disposti ad offrire, che sia concorrenziale con quello applicato dai pirati?

Sono convinto che la gente sia disposta a pagare un minimo per un download più veloce, privo di virus, più facile, senza difficoltà (che invece ci sono nei network P2P). Forse 50 centesimi, o giù di lì. Ma è disposta l’industria cinematografica a fare film su questi prezzi, quando invece è abituata a far pagare 20/30 euro a DVD? Credo che, sul volume, le industrie potrebbero avere i loro margini di guadagno, anche perché il digitale non ha solo l’effetto di abbassare i prezzi del prodotto finale, ma consente anche di ridurre notevolmente i costi della produzione. Ma questo vuol dire sconvolgere tutto un modo di ragionare. Alcune industrie saranno abbastanza sveglie da riuscire a farlo, altre invece no e credo che, per queste ultime, sarà difficile sopravvivere.

LLPT: Una domanda a cui vorrei rispondessi da tecnico dell’informativa e non da giornalista.

Al di là delle considerazioni di carattere giuridico, ritieni che tecnicamente il fenomeno della pirateria possa essere arginato o anche solo controllato? Chi è più forte: l’industria dei contenuti o i pirati?

Luca Neri: L’obiettivo della tecnologia è quello di rendere le reti veloci, capillari, numerose. C’è un trend storico che rende la circolazione delle informazioni digitalizzabili sempre più facile. Si va verso la diffusione totale dei dati e ciò sembra un fenomeno impossibile da fermare. Non credo tuttavia che si possa fare un ragionamento così drastico. E’ possibile, se non fermare completamente, almeno rallentare la pirateria. Il problema è che, per fare ciò, bisognerebbe ispezionare tutto il traffico che passa per la rete: esattamente quello che fanno i censori cinesi o dei paesi arabi. E’ questa però la società che desideriamo? Peraltro, chi dovrebbe esercitare il controllo? Un privato, un governo, una pubblica amministrazione, un giudice? Questo sembra più uno stato di polizia. Nessuna delle nostre società democratiche sarebbe disposta ad accettare ciò. Peraltro, non stiamo parlando di terrorismo: stiamo parlando di canzonette! Per cui, restiamo con i piedi per terra. Non vale la pena di perdere la libertà per difendere delle industrie che non si vogliono adeguare alla tecnologia.

LLPT: L’industria dei consumi vuol far credere che la conseguenza del P2P sia il disincentivo alla creatività: se l’artista non guadagna, non produce.

Ma questo pensiero si scontra con due considerazioni. Analizziamole.

La prima è una circostanza di fatto. Da quando esiste il P2P, le produzioni discografiche sono aumentate vorticosamente, ogni settimana escono centinaia di nuovi album e vecchi gruppi ormai considerati estinti si riuniscono e lanciano nuovi album. Anche storicamente, i mercati asiatici di Taiwan, Giappone e Corea del Sud hanno conosciuto il boom economico in periodi in cui non vi era protezione della proprietà intellettuale, quando chiunque era libero di copiare le idee altrui e di svilupparle.

La seconda, invece, è una considerazione di carattere economico. La maggior parte dei proventi derivanti dal copyright non finisce nelle tasche degli artisti (salvo pochi eletti), ma delle major. L’artista non è mai remunerato per quanto invece l’utente paga. Eppure, per decenni, gli autori hanno continuato a produrre, pur senza guadagni. Molti di essi, addirittura, hanno sostenuto più spese di quante sono state le entrate (come il cosiddetto “autore a proprie spese” nel campo dell’editoria).

Dunque, l’iniquità di fondo potrebbe proprio essere quella di un’industria dei contenuti che ricatta sia l’autore che il consumatore.

Come vedi la possibilità di una riduzione drastica dei prezzi al consumo grazie ad internet e alla possibilità di autoprodursi (bypassando l’industria della distribuzione e della produzione dei supporti materiali)? Potrebbe ciò restituire quella equità tra valore intrinseco dell’opera e prezzo che il consumatore è disposto a riconoscere? In altre parole, potrebbe il futuro vedere un rapporto solo bilaterale (artista – consumatore) e non trilaterale come oggi (artista – produttore – consumatore)?

Luca Neri: Non credo si possa guardare la realtà in bianco o nero. Essa è molto più grigia di quanto si possa credere. Sicuramente i network permettono agli autori di mettersi in comunicazione diretta con il loro pubblico, spazzando via il ruolo di monopolio che prima avevano certi intermediari. Ma non è detto che questi ultimi debbano scomparire totalmente dalla scena. Potranno invece adattarsi alla nuova realtà. Ci sono molti grossi gruppi che propongono agli artisti dei contratti a 360 gradi: non solo la produzione e la distribuzione, ma anche la promozione, il management e ogni qualsiasi forma di attività, in cambio di percentuali. Non so quindi come ci evolveremo: non sono un futurologo e non pretendo di fare il profeta.

LLPT: L’on. Maroni, autodenunciandosi, ha dichiarato di scaricare la musica da internet. Solo in Italia le istituzioni riescono ad essere così politically uncorrect. Rivolgo la stessa domanda a te: hai mai scaricato musica da internet? Va bene… E’ una richiesta sciocca e retorica e, per questo, la ritiro subito!

Ma parliamo di altro. Il fenomeno della pirateria ha, sino ad ora, toccato solo marginalmente il mercato della carta stampata. Il consumatore continua a preferire il tradizionale libro all’audiobook. Ma questo dicembre, la Sony lancerà sul mercato, al prezzo di 399 dollari, il Reader Daily Edition, una sorta di libro elettronico che, prelevando i file da internet attraverso un bookstore dedicato, consentirà di leggere intere biblioteche con un click. Come ti sentiresti se, un giorno prima dell’uscita del tuo ultimo libro, questo fosse già gratuitamente reperibile su internet? Tutti i soldi e i giorni persi nelle ricerche andrebbero bruciati in un sol colpo…

Luca Neri: Chi scrive un libro sulla pirateria dà già per scontato che sarà piratato. Anzi, se non lo fosse ci rimarrei anche un po’ male, perché vorrebbe dire che ho scritto una cosa che non interessa nessuno. Il mio libro è stato piratato dopo poche settimane dall’uscita. Esiste in una versione che, per gli addetti, si trova facilmente sui network P2P.

Vedi, questo fatto non stupisce per niente, non mi disturba affatto. E’ la realtà in cui viviamo. Sarebbe come lottare contro i mulini a vento. Partiamo dunque dalla premessa che i libri in Italia non si scrivono per fare soldi, ma per diffondere solo delle idee.

Nel caso del mio libro, consiglio a chi è interessato a questi argomenti di comprarselo: esso vale l’investimento di 12 €. Ci sono, infatti, delle ragioni per cui ho scritto un libro di carta e non un PDF che avrei potuto distribuire facilmente e senza spese su internet. Nella nostra cultura attuale, in questo momento di passaggio dall’analogico al digitale, il libro rimane la fonte più autorevole di distribuzione del sapere. Tra i principi delle enciclopedie online come Wikipedia, quando si creano dispute sul contenuto di una voce, la regola di base è che qualsiasi informazione debba essere riconducibile ad una fonte autorevole: e nella lista delle fonti autorevoli, al primo posto vi è un libro pubblicato da una casa editrice di prestigio.

Quindi, ci sono ancora delle ragioni per scrivere dei libri, così come ci sono delle ragioni per leggere ancora i libri di carta. Ma, nel momento in cui qualcuno inventerà un gadget che permetta di leggere un testo lungo e lineare come un libro, con lo stesso livello di concentrazione, tutto cambierà.

LLPT: Vogliamo individuare qualche soluzione alternativa ai due eccessi (la ultronea resistenza del copyright e la sua abrogazione completa)?

Gli internauti hanno offerto diverse condizioni per l’armistizio. Per salvare il diritto d’autore, si è suggerito di pagare, a fronte di ogni connessione ad internet, un canone fisso alla società di tutela dei diritti degli autori – così come è per la visione dei programmi televisivi attraverso il canone RAI -, sulla presunzione che la connessione venga utilizzata anche per scaricare file tutelati. E’ un po’ quello che avviene con il cosiddetto ‘equo compenso’ sull’acquisto delle memorie esterne. Forse questa soluzione non consentirà mai gli incassi degli anni d’oro, quando bastava un disco per fare la fortuna di label ed artisti, ma arresterà se non altro la lenta agonia del copyright. Che ne pensi di questa proposta?

Luca Neri: Non sono un avvocato e non sono la persona adatta per discutere di certe alternative. Ma ci sono due osservazioni importanti.

Il leader del partito pirata svedese critica aspramente le licenze collettive; egli le definisce come la tipica iniziativa che ci fa sentire buoni e bravi perché ci dà l’illusione di fare qualche cosa, ma che non affronta assolutamente le radici del problema. La radice del problema, invece, è che oggi fare una copia non costa niente. Quindi, se non c’è transazione economica è impossibile applicarvi delle forme di tassazione equa. Certo, sarebbe facile mettere una tassa su tutte le connessioni ad internet. Ma come si potrebbe definire equa questa tassa? Ci sarebbe inoltre un effetto negativo sui prezzi al consumo, che salirebbero vorticosamente. La gente sarebbe disposta a pagare molto di più per fare la stessa cosa che prima faceva ad un prezzo più basso?

Il secondo discorso è: come si divide questa torta? Chi viene pagato e per quale motivo? Come si fa a sapere cosa la gente sta scaricando? E se io scarico la stessa cosa cinquecento volte? Lo stesso autore potrebbe mettersi a scaricare il proprio libro cinque milioni di volte, con un robot automatico, per cercare di fregare il sistema. Quindi l’unico risultato di un’iniziativa di questo genere sarebbe di offrire un sussidio agli agenti più forti del sistema, che sono le multinazionali dei diritti.

Ma pensa all’assurdo. Una buona fetta del traffico P2P è generata dalla pornografia. Quindi, se accedessimo al sistema della tassazione fissa, a rigor di logica si avrebbe un finanziamento pubblico del porno. Perché, se è vero che tutto il traffico P2P è porno, i produttori delle luci rosse potrebbero rivendicare la loro fetta di diritti! Perché si dovrebbe negare il diritto al porno e non alle canzoni? Insomma, si entra in un ginepraio da cui non se ne esce più.

Questo non vuol dire che il copyright debba essere abolito. Nessuno dei pirati da me intervistati mi ha detto di essere a favore dell’anarchia. C’è una bella differenza tra scambio senza fini di lucro tra privati – concetto che dovrebbe essere difeso in nome della privacy e di altre buone ragioni – e l’uso commerciale.

Ci sono due universi diversi: quello degli scambi tra persone e quello degli scambi commerciali. Il partito pirata svedese propone, per esempio, di ridurre la durata del copyright commerciale a cinque anni. Ciò permetterebbe, da un lato, agli autori di ottenere un compenso; dall’altro, all’opera di tornare di pubblico dominio dopo non troppo tempo, in modo che tutti la possano usare, manipolare, modificare, utilizzare come base per creatività ulteriore.

LLPT: Quando un popolo si ribella ad un oppressore, ha sempre delle ragioni di carattere morale, politico, religioso, ma comunque sempre ideologico. Tu hai intervistato parecchia gente e questo rende il tuo libro ancora più interessante. I pirati che hai ascoltato erano animati da ragioni di carattere morale o solo opportunistiche? Come motivano i pirati il loro schieramento? Sono spinti, per esempio, dall’odio verso i poteri precostituiti, dei miliardi accaparrati dalle major, ecc. oppure scaricano solo per risparmiare, senza alcuna ideologia dietro?

Luca Neri: Bisogna fare una distinzione tra gli utenti del P2P e quelli che hanno scelto di chiamarsi pirati. Il mondo del P2P include decine di migliaia di persone, la maggior parte delle quali scaricano senza neanche pensarci sopra. E’ facile, si può tirare giù tutto, tutti lo fanno, ed ecco che diventa un’attività comune. Anche in Italia, la maggior parte delle persone che scaricano non pensa minimamente alle implicazioni che questo vuol dire per la legge, l’economia, la cultura, ecc.

Quando invece parli con chi si espone in prima linea, come i ragazzi di The Pirate Bay, di Napster, Usenet, i ragazzi del Partito Pirata ecc., vedi una consapevolezza estrema del problema e delle implicazioni morali. Però non c’è un percorso univoco. Non c’è un’ideologia predefinita. I pirati nascono da tanti stimoli diversi. C’è chi c’è arrivato proprio partendo dall’immoralità dei brevetti farmaceutici (ricordo la polemica all’epoca dei primi farmaci contro l’AIDS, troppo costosi per le nazioni del terzo mondo e che il Sudafrica aveva minacciato di copiare, ignorando i diritti delle case farmaceutiche). C’è invece chi c’è arrivato dalla via tecnologica, appassionato all’idea di far circolare i dati in modo facile e veloce, sapendo che bloccare il P2P voleva anche dire censurare Internet, che quindi ne ha fatto una questione di liberà dei diritti civili.

Se guardiamo al passato di questi ragazzi c’è gente che viene dalla sinistra, dalla destra, c’è gente che è completamente qualunquista. Quindi non c’è una formula.

LLPT: L’eventuale riforma del diritto d’autore, come tutte le riforme, implicherebbe una forte rivoluzione del mercato del lavoro e nella distribuzione della ricchezza. Forse porterebbe una nuova crisi economica. Gli autori dovrebbero pensare – così come molti già fanno – alle esibizione live come nuova fonte di remunerazione (3). Nella musica non puoi copiare l’esibizione live, nel tango non puoi riprodurre l’esperienza di chi propone quei passi. Lo scambio di file (come si faceva del resto tempo fa, tra amici, passandosi a mano dischi e libri), è solo un tam-tam culturale, un punto di partenza per approfondire, aumentare il consumo e investire economicamente in altre esperienze difficilmente duplicabili. Il disco si porrebbe dunque come pretesto per il lancio del concerto, e non viceversa.

Ma quali soluzioni avrebbero invece gli autori dei libri e dei film?

Luca Neri: Non sono in grado di ipotizzare come il business della cultura si evolverà. Questo lo ribadisco spesso nel libro. Ma, posso dirti comunque che la maggior parte degli artisti non sembra affatto spaventata da questa svolta tecnologica.

LLPT: Dunque le uniche ad essere spaventate sono le major?

Luca Neri: Forse. Gli artisti, per loro natura, sono persone creative . L’arte esiste da più di trentamila anni, il copyright esiste solo da due secoli. E francamente non sono preoccupato da questa presunta crisi. La crisi tocca solo il vecchio modello di distribuzione industriale.

LLPT: In ultimo, come commenti la notizia della condanna esemplare dei fondatori di ‘The Pirate Bay’. I tre ragazzi svedesi sono obbligati a pagare diversi milioni di euro: una somma così alta da ritenersi inesigibile nei confronti di privati. Ora, anche l’industria discografica italiana ha chiesto ai gestori di The Pirate Bay un milione di euro di risarcimento. E’ di questi giorni inoltre la notizia del sequestro del sito Mininova.

Luca Neri: I ragazzi di The Pirate Bay hanno sempre definito il processo intentato nei loro confronti come uno specttrial: un processo spettacolo. Loro però si dichiarano completamente innocenti e ritengono che il giudizio avesse un puro valore simbolico. Se guardiamo la realtà, infatti, The Pirate Bay è ancora online. La magistratura ha provato a spegnerlo circa 10 giorni fa, emanando un’ingiunzione contro un Internet Service Provider. Dopo tre ore, loro sono saltati fuori da un’altra parte del mondo. Quindi, da un punto di vista pratico, la condanna non ha cambiato niente perché il fenomeno del P2P è qualcosa che va ben oltre un singolo sito. Ormai sono dieci anni che esiste questa tecnologia. Napster nacque nel 1999, il numero delle persone che ne usufruisce non è diminuito, il catalogo condiviso è aumentato esponenzialmente. Quindi, anche se La Baia dei Pirati scomparisse dalla faccia della terra è sicuro che il giorno dopo ne nascerebbe un’altra.

LLPT: Grazie Luca. Ti sono davvero grato per la pazienza e per i tuoi preziosi chiarimenti.

Grazie a te. Questi sono argomenti che devono essere discussi, al di là del mio libro che è una semplice provocazione. Spero che il mio pensiero consenta al dibattito di ampliarsi e di farsi più pratico e realistico, oltre gli slogan ed i luoghi comuni.

note

(1) Luca Neri vive a New York, è giornalista e consulente informatico. Come freelance reporter ha scritto per il gruppo Condè Nasi, ha partecipato al lancio di ‘Colors’ e collabora con L’Espresso.

(2) L’acquisto della materia prima, la registrazione, la stampa del libretto, il packaging, la spedizione, la distribuzione al dettaglio, la remunerazione del rivenditore.

(3) Vedi i recenti esperimenti dei Nine Inch Nails e dei Radiohead che hanno consentito il download gratis dei loro dischi.

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2 Commenti

  1. I libri a non si scrivono per fare soldi, ma per diffondere solo delle idee e in ciò la Rete è Maestra e Tiranna contro il copyright. Sì il web è in nuce anticopyright ergo diritto d’autore e Creative Commons sono destinati a scomparire, anzi sono già scomparsi. Ne attendiamo l’eutanasia così ci leviamo tutti il pensiero. http://www.antiarte.it/eugius/sentenza_anticopyright1.htm

  2. Adramlek, piu’ passa il tempo piu’ mi convinco che una buona fetta di quelli che scrivono su internet sono psicopatici scollegati dalla realtà quotidiana e che questa è la loro unica ribalta.Tu non fai eccezione,sempre pronto a dare benedizioni a destra e a manca (si,il copyright è morto…pagare le opere è roba vecchia) e non manchi mai di lasciare qualche frase significativa:
    “I libri a non si scrivono per fare soldi, ma per diffondere solo delle idee”
    A parte che c’è gente che ci campa, scrivendo; ma secondo te…chi è che scrive solo per diletto? Forse gli incapaci?I mediocri? Hai mai pensato al livellamento verso il basso che puo’ produrre una situazione simile? Il diritto d’autore è stato una CONQUISTA! mettitelo bene in testa! E se io scrivo un libro e voglio farlo leggere solo a chi mi paga, tu che vuoi? Chi ti dà il diritto di fare quello che ti pare senza la mia autorizzazione? Dove và a finire la libertà individuale?
    E tra l’altro qui parliamo di diritto d’autore e non di libri..la categoria contiene dentro tante altre tipologie di opere. Ed è’ veramente ridicolo sentire che adesso i musicisti guadagnano di piu’ perchè la condivisione è maggiore. Chiaramente chi dice questo non è muscista o non conosce persone in quell’ambito. E’ palese. I vecchi gruppi si riformano? Ma quel cervellone forse non capisce che questi sono proprio i segnali di crisi? Per campare gli artisti hanno bisogno di suonare i classici e gli unici introiti possono essere quelli del live. Ma anche li,se non ti chiami Madonna non è che hai la fila di locali o club pronti a farti suonare.E quindi chi ti fà suonare paga quasi nulla,insomma;siamo al livellamento verso il basso di cui parlavo precedentemente quando illustravo la situazione dell’editoria.
    Hai idea del lavoro che ci vuole per fare un album musicale? Hai idea dell’ apparato che c’è dietro ad un grande concerto? Tutto và fatto per diletto,gratis? Hai idea di quante persone lavorino per fare un ora e mezza di film? Anche quello và fatto tra i ritagli di tempo del dopolavoro?
    Invece che discutere il modo per proteggere gli artisiti(non le major,sia ben chiaro), arrivano tipi come te che dicono:cazzoserve il diritto d’autore? L’arte si fà per passione…
    ecco,in quel caso ti manderei a fare uno dei mestieri sopraelencati,studiare di brutto anni per poi sentirsi dire che l’arte si fà per passione…pero’ se vuoi ti elemosino 50 cent. Ecco,allora siamo arrivati alla frutta. Vogliamo i dilettanti allo sbaraglio?E’ questo il futuro,il progresso di internet ?La storia dei gadgets,delle agenzie che investono sull’immagine dell’artista puo’essere applicata a lady gaga o a pochi altri. Qui stiamo parlando di qualcosa di ben piu’ grosso. Qui parliamo di tenere in piedi la cultura a360 gradi.
    Poi,guarda caso; quando senti parlare di favorevoli al copyleft scopri che ci sono sempre di mezzo o gente fissata con i computer(che magari fanno i programmatori o roba inerente la tecnologia quindi loro non rischiano certo il posto di lavoro) o liberisti assoluti che fanno il gioco proprio dei grandi colossi informatici e tecnologici.(Se un invenzione è tua ma io la posso sviluppare meglio perchè ho risorse e soldi faccio mooolta money e addio ai processi per i brevetti) Questi santoni della “new economy” alla domanda: cosa succederà qundi(dando per scontato che il diritto d’autore sia nei fatti quasi morto) rispondono:
    mica sono un indovino?
    Ecco..tu adramlek sei uguale al tizio dell’intervista…parli parli (o scrivi) ma il vero futuro a te non importa.Apri la bocca(o scrivi) solo per convincere te stesso che sei inteligente.
    I fatti dicono il contrario.

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