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Che succede se mi notificano una sentenza?

30 Ottobre 2019
Che succede se mi notificano una sentenza?

La controparte con cui ho avuto una causa mi ha notificato con l’ufficiale giudiziario del Tribunale la sentenza: che significa e cosa succede adesso?

Hai perso una causa. Te lo ha comunicato il tuo avvocato che, subito dopo, ti ha informato del fatto che il giudice ti ha condannato a pagare una cospicua somma alla controparte. Dopo qualche giorno è arrivato a casa tua l’ufficiale giudiziario a notificarti un atto. Si tratta della sentenza che il tuo stesso difensore ti aveva anticipato. Perché mai c’è stato bisogno di questa comunicazione? Quali sono ora le mosse che il tuo avversario potrà intraprendere nei tuoi confronti? Nel momento in cui realizzi che qualcosa si sta muovendo contro di te (che sia il pignoramento dello stipendio o del conto in banca? Che sia un’ipoteca sulla casa?) decidi di telefonare di nuovo all’avvocato per chiedergli: che succede se mi notificano una sentenza?

La sentenza viene di norma notificata, al termine di una causa, alla parte che è rimasta sconfitta (si usa la parola “soccombente”). Di norma quindi, per aver ricevuto la notifica di una sentenza, bisogna – qualche tempo prima – aver ricevuto anche la notifica dell’atto con cui la controparte ha introdotto la causa:  una citazione o  un ricorso.

La sentenza può essere notificata alla parte personalmente, al suo avvocato o ad entrambi. Gli effetti che ne derivano sono diversi secondo il destinatario della notifica.

Che succede se la sentenza è notificata all’avvocato?

Prima di spiegarti quali sono le conseguenze della notifica della sentenza al tuo legale, devo fare una premessa.

La legge italiana prevede la possibilità che, dopo la sentenza, una o più parti della causa possano chiedere che quest’ultima venga esaminata da un giudice diverso. Ogni nuovo esame della controversia prende il nome di grado di giudizio. Sono previsti tre gradi:

  • il primo si ha quando una questione viene esaminata dal giudice per la prima volta, a seguito dell’iniziativa di una delle parti. Secondo il valore della causa o la materia che viene affrontata, sono competenti per questo grado il Giudice di pace o il Tribunale;
  • conclusosi il primo grado, la parte che non è soddisfatta della sentenza può impugnarla davanti a un altro giudice perché la questione venga riesaminata. Si ha così il secondo grado, detto di appello. Competente per l’appello avverso le sentenze del Giudice di pace è il Tribunale; per appellare le sentenze del Tribunale bisogna invece rivolgersi alla Corte d’Appello;
  • il secondo grado di giudizio si conclude con una sentenza. Ancora una volta, la parte non soddisfatta può proporre impugnazione ricorrendo alla Corte di Cassazione. A differenza dei giudici di primo e secondo grado  la Cassazione non procederà a nessun nuovo accertamento dei fatti che hanno dato luogo alla causa. Essa valuterà esclusivamente se il giudice di secondo grado ha interpretato e applicato correttamente la legge.

Tizio è rimasto vittima di un incidente nel quale ha subìto dei danni. Egli sostiene che la responsabilità del sinistro sia di Caio e gli fa causa per essere risarcito. Il giudice di primo grado procede all’accertamento dei fatti, e, ritenendo che Tizio abbia ragione, condanna Caio al risarcimento. Caio propone appello; il giudice di secondo grado procede a un nuovo accertamento dei fatti e conferma la sentenza di primo grado. A questo punto Caio ricorre in Cassazione. La Corte di Cassazione non accerta più i fatti, ma si limita a valutare se il giudice di secondo grado abbia correttamente applicato le norme in materia di acquisizione delle prove, di valutazione delle stesse, di circolazione stradale e così via.

Per impugnare una sentenza vi sono dei termini

Una volta che una parte ha vinto la causa è suo onere – ma non dovere – notificare la sentenza alla parte soccombente. Se lo fa ne riceve un vantaggio: quest’ultima potrà impugnare la decisione entro un termine minore.

Distinguiamo quindi due termini per impugnare una sentenza:

  • un termine breve (di 30 giorni per l’appello, di 60 giorni per il ricorso in Cassazione), che decorre dalla notifica della sentenza stessa all’avvocato del cliente;
  • un termine lungo, di 6 mesi, che si applica qualora la sentenza non sia stata notificata al difensore e che decorre dal deposito della stessa in cancelleria, adempimento che fa il giudice dopo aver deciso la causa.

Pertanto, se la notifica della sentenza viene indirizzata all’avvocato che ha difeso la parte, da tale momento decorre il cosiddetto “termine breve” per poter proporre impugnazione.

È evidente che procede alla notifica chi abbia interesse a fare in modo che tale termine decorra al più presto, ossia chi ha vinto il giudizio: e ciò perché, in difetto di impugnazione, la sentenza si considera definitiva e non può più essere messa in discussione.

Ovviamente, la parte soccombente non avrà interesse a notificare la sentenza perché, così facendo, se neanche l’altra parte vi provvede, potrà avere 6 mesi di tempo per studiare la strategia per il successivo grado.

Quali sono gli effetti della notifica della sentenza alla parte?

La notifica della sentenza alla parte o all’avvocato adempie a due funzioni completamente distinte e autonome.

La sentenza notificata all’avvocato della parte ha lo scopo di iniziare a far decorrere i termini per l’impugnazione (30 o 60 giorni, a seconda che si tratti di appello o Cassazione). Invece la sentenza notificata alla parte serve per anticipare l’esecuzione forzata. La parte vincitrice non potrebbe mai iniziare un pignoramento se ha notificato la sentenza solo all’avvocato, così come non decorrono i termini brevi per impugnare se la sentenza è stata notificata solo alla parte.

La notifica della sentenza alla parte personalmente è un atto che genera due importanti effetti:

  • la necessità che la parte che ha perso la causa paghi le spese del giudizio;
  • il rischio di un’esecuzione forzata, vale a dire di essere costretti, tramite ufficiale giudiziario, a dare attuazione a quanto stabilito dal giudice nella sentenza.

In cosa consiste la condanna al pagamento delle spese?

Chi inizia un giudizio deve sopportare delle spese.  Queste sono:

  • le tasse che lo Stato richiede a chi intraprende una causa. Si tratta del bollo e del cosiddetto contributo unificato, il cui importo varia secondo il valore della controversia;
  • le spese di notifica;
  • l’onorario del proprio avvocato.

Naturalmente anche chi viene chiamato in giudizio deve rivolgersi a un legale e pagare il suo onorario.

Quando la causa si conclude, il giudice di norma condanna la parte soccombente al rimborso, in favore della parte vittoriosa, di tutte le spese dalla stessa sostenute. La condanna al pagamento delle spese è contenuta nella sentenza che viene notificata alla parte. Quindi, se ricevi la notifica, devi controllare bene cosa ha stabilito il giudice a questo riguardo. Tieni presente che la sentenza è immediatamente esecutiva; quindi, anche se proponi un’impugnazione, sei tenuto a darvi esecuzione immediatamente.

A volte succede che il giudice condanni la parte soccombente al pagamento delle spesecon distrazione”. Questo significa che il versamento del corrispondente importo deve essere fatto non alla controparte personalmente, ma al suo difensore.

In alcuni rari casi il giudice dichiara compensate le spese tra le parti: ciò significa che non è previsto alcun rimborso a favore della parte vittoriosa. Questo avviene, di solito, in presenza di situazioni eccezionali: per esempio, se la questione trattata è completamente nuova e non è mai stata affrontata da nessun giudice. Se il magistrato compensa le spese deve motivare tale sua scelta nella sentenza.

Cosa significa che vi è rischio di esecuzione forzata?

Se la notifica è fatta alla parte personalmente, questo è il segnale che la controparte, evidentemente vittoriosa in causa, ha intenzione di procedere ad esecuzione forzata. Ciò significa che, se la parte soccombente non ottempera spontaneamente a quanto stabilito nel provvedimento, potrà esservi costretta dall’ufficiale giudiziario.

Infatti, non sempre è sufficiente vincere una causa e vedersi riconosciute le proprie ragioni dal giudice per ottenere il rispetto di quanto scritto nella sentenza. Se la parte che ha perso la causa non vi dà esecuzione, occorrerà ricorrere agli strumenti previsti dal codice di procedura civile: si tratta della cosiddetta esecuzione forzata. Detto in altri termini, se un provvedimento del giudice non viene rispettato, si aprirà una nuova fase,  attraverso la quale si cercherà di ottenere tale risultato mediante un’apposita procedura.

La sentenza può prevedere che la parte soccombente:

  • debba pagare una somma di denaro. Può trattarsi, ad esempio, di un risarcimento, oppure di un credito della parte vittoriosa. Quasi sempre, come abbiamo visto, colui che perde la causa deve rimborsare le spese processuali alla controparte;
  • debba fare qualcosa. Ad esempio, a seguito di una sentenza di sfratto un inquilino può essere condannato a lasciare la casa condotta in locazione;
  • debba astenersi dal fare qualcosa. Facciamo anche qui un esempio. Tizio e Caio sono proprietari di due terreni confinanti tra loro. Tizio inizia una costruzione in prossimità del confine e Caio gli fa causa, affermando che essa si trova a una distanza inferiore a quella prescritta dalla legge. Il giudice dà ragione a Caio; conseguentemente, condanna Tizio ad astenersi dal completare la costruzione e a demolire la parte di essa che già è stata realizzata.

La legge prescrive che, per poter procedere all’esecuzione forzata, è necessaria la notifica della sentenza e del successivo atto di precetto (una sorta di diffida ad adempiere entro 10 giorni, notificata con l’ufficiale giudiziario). Le due notifiche però possono avvenire contemporaneamente con i fogli spillati l’uno all’altro.

Dalla notifica del precetto devono decorrere non meno di 10 giorni prima che il creditore possa attivarsi (di fatto, poi, ne passano molti di più perché i tempi della burocrazia e delle notifiche dei successivi atti possono richiedere diverse settimane). Non possono però decorrere più di 90 giorni, e questo perché, dopo tale termine, il precetto deve essere rinnovato. In pratica, se il creditore propone l’esecuzione sulla scorta di un precetto ricevuto dal debitore più di 90 giorni prima, la procedura è nulla e può essere contestata davanti al giudice.

Ma la notifica della sentenza alla parte può anche essere un semplice atto di impulso, uno stimolo, una velata forma di minaccia per metterla al corrente di dover adempiere a quanto imposto dal giudice. Ovviamente, nulla toglie che il creditore non intenda poi procedere all’esecuzione, specie se il debitore manifesti l’intenzione di rispettare la sentenza e le sue statuizioni.

Una forma particolare di esecuzione forzata è il pignoramento, al quale si ricorre quando la sentenza contiene la condanna della parte soccombente al pagamento di una somma di denaro ed essa non vi provvede.

In cosa consiste il pignoramento?

Dopo la notifica della sentenza, si ricorre al pignoramento se il provvedimento contiene la condanna del soccombente al pagamento di una somma di denaro ed egli non vi ottempera.

Esistono diverse forme di pignoramento, precisamente:

  • il pignoramento mobiliare. In questo caso l’ufficiale giudiziario si reca presso l’abitazione del debitore e sottopone a pignoramento i mobili in essa contenuti, con esclusione della fede nuziale, dei vestiti, del letto, dei tavoli, delle sedie, degli armadi, della cucina e della lavatrice. L’ufficiale redige un verbale nel quale specifica quali sono i beni pignorati e il loro valore. Successivamente i mobili vengono venduti tramite un’apposita procedura che si svolge sotto il controllo del Tribunale. In caso di esito positivo della vendita, il ricavato spetta al cretitore in misura corrispondente al suo credito;
  • il pignoramento del veicolo. Si tratta di una particolare forma di pignoramento mobiliare (i veicoli sono, infatti, beni mobili). La vettura viene venduta e il creditore si soddisfa sul ricavato della vendita;
  • il pignoramento immobiliare. Esso riguarda i beni immobili (case, magazzini, terreni) di proprietà del debitore. Anche in questo caso lo scopo è quello di pervenire alla vendita, in modo tale che il creditore possa soddisfarsi sul ricavato. Si tratta però di una procedura lunga e costosa, per cui è consigliabile ricorrervi soltanto in presenza di crediti consistenti (almeno superiori a 5000 euro);
  • il pignoramento presso terzi. Esso ha per oggetto somme che si trovano detenute presso un terzo soggetto, diverso dal debitore. Un esempio tipico è quello del pignoramento dello stipendio o della pensione (che sono pignorabili nei limiti di 1/5 dell’importo mensile). Si tratta infatti di somme che un terzo (il datore di lavoro o l’ente previdenziale) deve corrispondere al debitore. Tramite questa procedura, il creditore ottiene che il terzo versi il denaro a lui direttamente anziché il debitore, fino al soddisfacimento del credito. Un altro caso è quello del pignoramento delle somme depositate in un conto corrente o in un conto titoli, che si trovano presso un terzo (la banca).

Se hai ricevuto la notifica di una sentenza con cui vieni condannato a fare qualcosa (per esempio: demolire un muro) o dare qualcosa (per esempio: una somma di denaro), controlla che, insieme alla sentenza, sia stato allegato anche l’atto di precetto. In caso negativo, prima di subire l’esecuzione forzata dovrai ancora ricevere suddetta notifica. In caso positivo, invece, hai 10 giorni per adempiere (anche se, di fatto, il creditore potrebbe agire fino a massimo altri 90 giorni).

Contatta il tuo avvocato perché se questi ha ricevuto anch’egli la notifica della sentenza hai 30 giorni di tempo per procedere all’appello o 60 per il ricorso in Cassazione.

Puoi sempre contattare la controparte per trovare un accordo sulle modalità e termini di pagamento e di esecuzione della sentenza.

note

Autore immagine: 123rf com


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