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Lo sai che? Il lavoratore in malattia deve curarsi per una pronta guarigione

Lo sai che? Pubblicato il 17 maggio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 maggio 2015

Il datore di lavoro può mettere l’agenzia di investigazioni alle calcagna del dipendente, tuttavia il licenziamento è una misura eccessivamente forte.

Il dipendente in permesso per malattia non solo ha l’obbligo di comunicarlo tempestivamente al datore di lavoro e di non sforare il tetto massimo di assenze (cosiddetto periodo di comporto) previsto dal contratto collettivo (pena il licenziamento), ma deve anche fare in modo di rimettersi in forma al più presto – per quanto, ovviamente, gli sia possibile – onde tornare al lavoro. In altre parole, il dipendente non può ignorare che la durata della malattia può dipendere anche dal suo comportamento diligente; ed è certo che, qualora ciò non avvenga (si pensi a chi ha una brutta polmonite che, nonostante tutto, continui a uscire di casa o a fare footing), l’azienda può infliggerli una seria sanzione disciplinare. Ma non il licenziamento. Almeno secondo il Tribunale di Lucca.

In una recente sentenza [1], infatti, i giudici toscani hanno condannato il datore di lavoro al risarcimento di 18 mensilità nei confronti dell’ex dipendente licenziato perché assente da 11 giorni a causa di una contusione alla mano sinistra, il quale, tuttavia, durante la malattia, non aveva fatto nulla per assicurarsi una pronta guarigione.

A far ritenere illecito il comportamento dell’azienda non è stato certo il fatto che la stessa abbia messo, alle calcagna del dipendente, degli investigatori privati per verificare le condotte di quest’ultimo, quanto l’eccessiva sproporzione tra il comportamento – certo infedele – del dipendente e la sanzione: in fin dei conti, 11 giorni non sono stati ritenuti così gravi. A pesare inoltre sulla decisione “più buonista” del tribunale sono state le attività poste dal lavoratore, ritenute incompatibili con la pronta guarigione: attività necessarie per il normale ménage familiare.

Il lavoratore non deve pregiudicare la propria guarigione

Nella sentenza in commento viene richiamato un costante orientamento della Cassazione [2] secondo cui il lavoratore è tenuto a non pregiudicare la propria guarigione in caso di malattia. Il che – è ovvio – rientra nel dovere di collaborazione e di fedeltà che il dipendente ha “giurato” all’azienda all’atto della firma del contratto di lavoro. Non poche volte, del resto, la Suprema Corte ha sanzionato la violazione di tale dovere con il licenziamento [3].

L’analisi con una consulenza tecnica

Per determinare se le condotte del dipendente sia o meno compatibili con la malattia dichiarata, il giudice potrebbe ritenere necessario nominare un consulente tecnico d’ufficio (CTU) quando l’analisi dei fatti richieda cognizioni tecnico-scientifiche. Nei casi più semplici, invece, ciò potrebbe essere superfluo (si pensi all’esempio sopra descritto della polmonite che potrebbe essere provato anche con semplici testimoni).

La bugia e il licenziamento

Vien da sé, invece, che, nel caso di bugia del dipendente circa la malattia o l’intervenuta guarigione, il licenziamento potrebbe essere ritenuto più che legittimo. Si pensi al caso di un dipendente ormai guarito che tuttavia continui a usufruire della malattia e a non ritornare sul lavoro o a quello che si è fatto rilasciare dei falsi certificati medici o dei certificati esagerati rispetto alla forma di patologia lamentata. Tipica l’ipotesi della super inflazionata lombosciatalgia con obbligo di riposo a letto.

note

[1] Trib. Lucca, sent. del 17.03.2015

[2] Cass. sent. n. 6263/2001.

[3] Cass. sent. n. 21253/12.

Autore immagine: 123rf com


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