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Lo sai che? Che succede se ti notificano un atto di precetto?

Lo sai che? Pubblicato il 19 maggio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 maggio 2015

Conseguenze: esecuzione forzata e pignoramento, titolo esecutivo, ufficiale giudiziario, spese legali.

Intendiamoci: il cosiddetto precetto è solo un avvertimento formale che, in caso di mancato adempimento spontaneo a quanto ivi richiesto (entro 10 giorni), la controparte procederà (o meglio, potrà procedere, se lo vorrà) ad esecuzione forzata. Si tratta, in buona sostanza, di una richiesta che potrebbe essere equiparata a un “sollecito”: con la differenza che, in questo caso, a notificarla è l’ufficiale giudiziario del tribunale e non un comune postino. Chi riceve un precetto, inoltre (e qui la vera differenza con le comuni diffide inviate dall’avvocato) dovrebbe già essere a conoscenza di un proprio debito (per esempio, una cambiale, un assegno, un contratto di mutuo con la banca) o di aver perso una causa. Insomma, il precetto – per dirla in linguaggio tecnico – presuppone l’esistenza di un titolo esecutivo, ossia di un documento (come una sentenza, un decreto ingiuntivo, un titolo di credito, ecc.) a cui la legge attribuisce la “forza” di imporre, al debitore, il suo adempimento senza possibilità (in prima battuta) di contestazioni di sorta.

Ovviamente, il precetto deve indicare, al suo interno, quale sia tale titolo esecutivo fatto valere: per cui, se si tratta di una sentenza o di un altro provvedimento del giudice, esso va necessariamente notificato prima o insieme al precetto stesso. Invece, nel caso di assegni o cambiali è sufficiente la loro menzione dettagliata nell’atto (cosiddetta “trascrizione”).

Per riassumere, il precetto altro non è che una “legittima minaccia” a far valere il diritto con l’ufficiale giudiziario. Una minaccia che, però, non può essere attivata prima di 10 giorni dalla sua notifica e, nello stesso tempo, perde efficacia nei successivi 90 giorni. È proprio entro tale forbice temporale che il debitore dovrà – ma non è detto – attendersi l’ulteriore mossa della controparte. Quale poi sarà il tipo di esecuzione forzata che presceglierà il creditore, non è ancora dato saperlo e, probabilmente, si comprenderà in un momento successivo.

Infatti, se il creditore deciderà di pignorare i beni mobili, si presenterà direttamente a casa del debitore con l’ufficiale giudiziario, senza previ avvisi o altre intimazioni recapitategli. Come detto, comunque, non potrà farlo dopo 90 giorni dalla notifica del precetto e non prima di 10.

In questo caso, l’ufficiale giudiziario verificherà se ci sono beni che possono essere facilmente venduti, tenendo conto che quelli di prima necessità (per esempio: letti, tavoli da pranzo con le sedie, armadi guardaroba, cassettoni, frigorifero, stufe, fornelli di cucina anche se a gas o elettrici, lavatrice, utensili di casa e di cucina insieme ad un mobile idoneo a contenerli). Potrebbe invece prelevare un televisore (sempre che abbia ancora un valore di mercato), un divano del salotto, un quadro di valore, eventuali gioielli (specie se lasciati in bella mostra). L’ufficiale giudiziario non può perquisire il debitore né frugare nei cassetti. Ma questo non vuol dire che il debitore non sia tenuto a riferirgli ciò che nasconde in casa, pena – in caso contrario – un’incriminazione per false dichiarazioni a pubblico ufficiale.

Invece, se il creditore deciderà di pignorare crediti del debitore (come, per esempio, il conto corrente bancario o postale, il quinto dello stipendio o della pensione, eventuali compensi maturati da clienti e non ancora pagati), gli dovrà notificare, dopo il pignoramento – e sempre nella predetta forbice temporale – un successivo atto, chiamato “pignoramento presso terzi”. Quest’atto non darà al debitore il tempo di correre ai ripari (eventualmente prelevando le somme dal conto) perché è già dalla sua notifica che si verificano i “blocchi” previsti dalla legge, anche se, per rendere tutto efficace e “legale”, è necessaria ancora un’udienza davanti al giudice (la data è indicata nell’atto di pignoramento).

Il creditore poi potrebbe procedere a pignorare un bene immobile del debitore, anche se cointestato (in tal caso solo nella misura del 50% o nella diversa percentuale di sua proprietà) o l’automobile. Proprio con riferimento a quest’ultimo caso, dobbiamo segnalare che una recente riforma ha reso il pignoramento del mezzo molto più semplice e, nello stesso tempo, più incisivo. Questo perché, ora, il creditore non dovrà più fare la “caccia al tesoro” per verificare se e dove il debitore nasconde l’auto, ma può fare un’interrogazione al PRA e iscrivere, direttamente, in via telematica, il pignoramento sul pubblico registro. A questo punto, l’ufficiale giudiziario comunica al debitore una ingiunzione in cui gli intima la consegna del mezzo entro 10 giorni all’Istituto Vendite Giudiziarie (con libretto, attestato di proprietà, ecc.). Se non lo farà, il mezzo non potrà comunque circolare e potrà essere fermato o prelevato forzosamente dalla polizia o dalle altre forze dell’ordine, per essere consegnato all’Istituto Vendite Giudiziarie.

Per tornare al precetto, dunque, esso prelude a tutto questo. Ma non è detto che avvenga. Come nel caso in cui il debitore non abbia beni pignorabili: in tali ipotesi il creditore potrebbe notificare il precetto solo per “ricordare” al debitore l’adempimento dei propri doveri, confidando nel suo senso del dovere, ma lasciando poi la procedura là dove si trova.

In ultimo, il precetto contiene un aggravio di spese che sono le competenze da pagare all’avversario o al suo avvocato a titolo di rimborso spese legali per la redazione e notifica del precetto stesso. Queste sono dovute, anche se non riportate nel titolo esecutivo. Chi, credendo di fare il furbo, paghi solo la sorte capitale, senza le spese legali non avrà estinto il proprio debito e potrebbe ricevere la notifica di un nuovo precetto, per la differenza residua di importo.

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Autore immagine: 123rf com


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