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Divorzio breve: tutte le nuove regole

21 maggio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 maggio 2015



Scioglimento matrimonio: come cambiano i tempi per proporre la domanda e quali le prevedibili conseguenze dell’entrata in vigore della legge.

 

La legge sul divorzio breve [1], pubblicata su Gazzetta ufficiale pochi giorni fa, dal prossimo 26 maggio sarà operativa a tutti gli effetti. Cosa comporterà questo sul piano pratico?

Anzitutto va chiarito che questa riforma non ha introdotto il divorzio immediato, ossia la possibilità di ottenere subito il divorzio senza la preventiva separazione. Per potere, quindi, chiedere lo scioglimento del matrimonio sarà prima necessario che almeno uno dei coniugi abbia avviato una procedura per ottenere la separazione personale.

Vediamo, quindi, quali sono le nuove condizioni per dirsi addio, precisando che esse non sono applicabili solo alle domande presentate dopo la data di entrata in vigore della legge, ma valgono anche per i procedimenti già in corso.

Se la separazione è consensuale

 

Nello specifico, marito e moglie non dovranno più attendere i fatidici 3 anni per chiedere il divorzio ma, nel caso in cui abbiano intrapreso una separazione consensuale, potranno farlo una volta che siano decorsi 6 mesi:

– dal momento della loro comparizione davanti al presidente del Tribunale,

– o dal giorno della firma della convenzione, qualora si siano separati attraverso la procedura della negoziazione assistita [2],

– o dal giorno della firma dell’accordo davanti all’Ufficiale di Stato civile, ove abbiano potuto scegliere la procedura semplificata al Comune [3].

Di seguito, a seconda che essi abbiano raggiunto o meno un accordo anche per il divorzio, essi potranno – con modalità analoghe alla separazione – fare diverse scelte (per un approfondimento rinviamo a: Separazione e divorzio: come scegliere la procedura in caso di accordo?) di seguito sintetizzate:

– chiedere lo scioglimento del matrimonio attraverso il percorso tradizionale in Tribunale: la domanda potrà essere presentata anche solo da una parte e potrà dar luogo ad un nuovo giudizio se i coniugi non riescono a trovare un punto di incontro oppure essere presentata congiuntamente dai coniugi con l’assistenza di uno o (facoltativamente) più avvocati, dando luogo, in tal caso, ad un procedimento consensuale assai più breve;

– sottoscrivere una convenzione di negoziazione assistita da almeno un avvocato per parte: in tal caso essi potranno evitare sia di attendere i tempi maggiori richiesti dal tribunale, sia di dover comparire davanti al giudice;

– presentarsi al Comune per il cosiddetto “divorzio fai da te” (cioè senza la necessaria presenza di un avvocato) a condizione che non vi siano di figli minori (o maggiorenni non economicamente autosufficienti o portatori di grave handicap) da tutelare: in tal caso, i coniugi potranno anche accordarsi per la corresponsione di un assegno di mantenimento (per un approfondimento leggi: ” Divorzio fai da te con assegno: consigli pratici” e “Separazione/divorzio dal sindaco o con negoziazione: nuova circolare ministeriale“).

Attenzione quindi: la richiesta di divorzio non fa sì che esso possa essere ottenuto in modo automatico e in tempi brevi ma, affinché ciò accada è sempre necessario che tra le parti vi sia un accordo; in caso contrario sarà avviata una causa ordinaria per lasciar decidere al giudice tutte le condizioni del divorzio.

Se la separazione è giudiziale

 

Le cose si complicano nel caso in cui, invece, la separazione sia giudiziale.

In tale ipotesi, infatti, i termini per chiedere il divorzio raddoppiano ad un anno a partire dalla giorno in cui i coniugi sono comparsi davanti al giudice alla prima udienza (cosiddetta presidenziale).

Ma non solo. Poiché la domanda di divorzio può essere proposta solo se la sentenza è divenuta definitiva (in gergo tecnico “passata in giudicato”) ed è assai improbabile, se non impossibile, che dopo un anno dalla predetta udienza ciò si realizzi, sarà quindi necessario che vi sia almeno una sentenza parziale sullo status (ne abbiamo parlato in questo articolo: Per ottenere la separazione o il divorzio bisogna attendere la fine della causa?); in questo modo i coniugi saranno per legge separati, ma il processo proseguirà per decidere su tutte le questioni (personali e patrimoniali) in merito alle quali essi non abbiano raggiunto un accordo.

All’atto pratico, perciò, potranno restare in piedi due processi allo stesso tempo: quello in cui la causa di separazione prosegue per la determinazione, ad esempio, del diritto o la misura dell’assegno per il coniuge o l’affidamento dei figli e quello di divorzio.

Un’altra probabile conseguenza di questa sovrapposizione di giudizi sarà che, in alcuni casi, la causa di divorzio potrà restare sospesa fino a quando non sia stato deciso su questioni relative alla separazione destinate ad incidere nel divorzio; un esempio può essere rappresentato dal caso in cui nel primo giudizio sia in piedi un’istruttoria sull’addebito, dal quale – come è noto – possono derivare importanti conseguenze di carattere economico (per un approfondimento leggi: Cos’è l’addebito in una separazione).

Insomma, a parte la riduzione dei tempi per proporre la domanda, il nuovo divorzio, specie nei casi in cui la separazione sia giudiziale, può aver di breve solo il nome, visto che poi, i tempi necessari per poterlo ottenere rimangono quelli che richiede il processo che, al contrario, non ha cambiato in nulla le sue regole e la sua tempistica (ne abbiamo parlato in questo articolo: “Divorzio breve: non è tutto oro…”).

Lo scioglimento della comunione

 

Un aspetto sicuramente positivo della nuova legge sta nella norma che prevede che, qualora i coniugi abbiano scelto il regime patrimoniale della comunione dei beni, essa non si sciolga più al termine della causa, bensì :

– in caso di separazione consensuale, dal momento in cui, alla prima udienza, il Presidente del Tribunale autorizza i coniugi a vivere separati;

– in caso di separazione giudiziale, dal momento della firma del verbale di separazione, purché omologato (per un approfondimento leggi: Separazione e divorzio breve: la comunione dei beni cessa alla prima udienza).

Questa nuova disciplina appare in grado di ridurre (se pur non di azzerare) molto dell’ordinario contenzioso tra i coniugi; in particolare quello scaturente dalla caduta in comunione fino alla sentenza definitiva dei beni (mobili o immobili) acquistati da uno solo di loro anche dopo la proposizione della domanda di separazione, ma quando la causa è ancora in piedi.

Le modifiche

Un’ altra prevedibile conseguenza della riforma è rappresentata dal fatto che essa renderà in molti casi inutile, ove si verifichino mutamenti nelle circostanze (sia di tipo economico che personale), chiedere una modifica delle condizioni della separazione [4] (ad esempio riguardo alla misura dell’assegno dovuta ad un licenziamento).

Non avrebbe senso, infatti, per i coniugi sostenere gli ulteriori costi (in termini di tempo e spese) di tale nuova domanda quando di lì a poco essi potrebbero chiedere il divorzio.

Appare, invece, assai più logico che marito e moglie scelgano – sempre che siano intenzionati a proporre una domanda di divorzio – di sottoporre al giudice di tale procedimento le mutate circostanze o a trovare un accordo da cristallizzare tramite negoziazione assistita o – quando possibile – davanti al Sindaco.

I costi

 

Sul piano delle spese da sostenere, la nuova riforma non sembra portare vantaggi. Anzi, è forse più corretto affermare che essa ha, in un certo senso, peggiorato le cose.

Non solo infatti rimangono in piedi i costi del doppio procedimento (che si sarebbero evitati solo saltando il passaggio – ora necessario – della separazione), ma la riduzione dei tempi per chiedere il divorzio porterà ad un inevitabile accavallamento degli esborsi senza dare ai coniugi il tempo necessario per riprendere economicamente fiato.

In tema di spese, val la pena, tra l’altro, ricordare che qualora i coniugi rientrino nelle categorie di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio, sarà per loro più conveniente scegliere di dirsi addio –anche se d’accordo – tramite la procedura ordinaria in Tribunale; la nuova disciplina in tema di negoziazione assistita [2] non prevede infatti la possibilità di avvalersi, in tal caso, del patrocinio a Spese dello stato (per un approfondimento leggi: Separazione e negoziazione assistita: nessuna tutela per i meno abbienti).

note

[1] L. n. 55 del 6 maggio 2015.

[2] Art. 6 d.l. 12 settembre 2014, n.132,convertito con L. 10 novembre 2014, n.162.

[3] Art. 12 d.l. 12 settembre 2014, n.132, convertito con L. 10 novembre 2014, n.162.

[4] Art. 710 cod. proc. civ. e artt. 6 e 12 d,l. 132/14.

Autore immagine: 123rf com

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3 Commenti

  1. faccio notare come la legge sul divorzio breve parli specificamente SOLO della udienza innanzi il presidente all’atto del divorzio consensuale o giudiziale.
    così espressamente riferendosi la norma, NON è possibile ritenere che questo procedimento sia estensibile AUTOMATICAMENTE ai procedimenti di separazione in negoziazione assistita e davanti l’U.S.C., anzi la mancanza potrebbe essere stata voluta dal legislatore ed è difficile pensare che un giudice possa interpretare la norma come applicabile a questi procedimenti di fronte ad una così chiara previsione.
    per cui non è fuor di luogo, allo stato, ipotizzare diverse strade di divorzio a seconda del sistema adottato dalle parti per la loro separazione.

  2. Non vi è dubbio che alla separazione consensuale omologata vadano equiparati sia l’accordo di separazione raggiunto tramite negoziazione assistita, sia quello raggiunto davanti all’ufficiale di stato civile. In tali ipotesi il termine minimo di 6 mesi per chiedere il divorzio decorre dalla data certificata dell’accordo.

  3. Come agire se dopo tre anni di separazione consensuale al momento del divorzio l’ex coniuge fa retromarcia?

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