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Se chiudi il conto corrente ma un assegno è ancora in circolazione

23 maggio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 maggio 2015



Ho chiuso la mia ditta e il conto corrente bancario ad essa collegato, ma un assegno è ancora in circolazione perché non ancora incassato: che succede se il creditore lo porta in banca?

Per dare risposta al caso rappresentato dal nostro lettore occorre analizzare alcuni aspetti generali dell’assegno come modalità di pagamento generalmente diffusa nella pratica commerciale.

La soluzione all’interrogativo è diversa a seconda che si verta in una delle seguenti due ipotesi:

1) se l’assegno a suo tempo emesso è stato correttamente compilato in ogni sua parte e, dunque, conteneva anche la data di emissione;

2) se l’assegno è stato emesso senza data o con data posteriore rispetto a quella di effettiva emissione (cosiddetto assegno “postdatato”).

Partiamo dal primo caso (quello di emissione di assegno compilato in ogni sua parte). Per regola generale, l’assegno bancario deve essere presentato all’incasso entro otto giorni dalla data di emissione, in caso di assegno pagabile nel medesimo Comune di emissione, ed entro quindici giorni in caso invece di assegno pagabile in Comune diverso.

Che succede se il creditore, prenditore dell’assegno, lascia trascorrere il suddetto termine senza portare il titolo all’incasso? Il debitore, ossia colui che ha emesso l’assegno, potrebbe legittimamente revocarlo, ossia comunicare alla banca l’ordine di non pagare più il titolo emesso.

Nel caso proposto, tuttavia, tale revoca non è più possibile dal momento che il rapporto di conto corrente intrattenuto con la banca è stato già risolto.

In particolare la chiusura del conto in banca non impedisce al prenditore dell’assegno di chiedere il pagamento, in quanto l’assegno non perde validità.

Ciò determinerebbe per il debitore una duplice conseguenza: da un lato infatti sarebbe passibile di una sanzione pecuniaria e della segnalazione del suo nominativo, da parte della Banca, alla CAI (Centrale d’Allarme Interbancaria) come “cattivo pagatore”; e, dall’altro lato, di essere protestato.

Nello specifico, la sanzione pecuniaria per il protesto viene inflitta dal Prefetto dopo apposito procedimento e varia da un minimo di Euro 516,00 a un massimo di Euro 3.099,00, incrementabile in caso di assegno scoperto di importo elevato e di condotte illecite reiterate (ad esempio, in caso di plurima emissione di assegni rimasti scoperti).

Con la segnalazione alla Cai invece si viene iscritti in apposito elenco con la conseguenza che per sei mesi dall’iscrizione si è interdetti all’emissione di ulteriori assegni con l’obbligo di restituire quelli ancora in possesso e non utilizzati.

Il protesto, infine, è un atto pubblico a mezzo del quale viene accertato il mancato pagamento dell’assegno presentato all’incasso e viene data pubblicità della mancata provvista, costituendo atto prodromico alla successiva ed eventuale esecuzione forzata da parte del creditore.

Tali conseguenze sono similmente prospettabili anche nel secondo caso sopra contemplato, ossia laddove l’assegno sia stato emesso senza indicazione della data e quest’ultima, in ipotesi, venga inserita successivamente dal creditore, prenditore del titolo, per poi presentarlo all’incasso.

A quest’ultimo proposito, il Tribunale di Roma [1], valutando con propria sentenza un caso di asserita illegittima iscrizione del debitore nell’elenco CAI, ha avuto modo di specificare che la banca, una volta ricevuto l’assegno per l’incasso dopo la chiusura del conto, non è tenuta a onorare gli assegni emessi in data posteriore, dal momento che non rileva la circostanza che l’emittente abbia consegnato l’assegno al prenditore prima della risoluzione dei rapporti di conto corrente. Del resto, il Tribunale Capitolino chiarisce che, nel momento dell’emissione di un assegno privo di data, il debitore accetta il rischio del ritardo dell’incasso.

Come evitare dunque le conseguenze appena descritte?

All’esito di quanto rappresentato si può suggerire di appurare innanzitutto l’avvenuto incasso del suddetto assegno e, laddove ciò non sia avvenuto, di contattare il creditore offrendogli il pagamento ancora non incassato a fronte della restituzione dell’assegno emesso.

note

[1] Trib. Roma, 14.11.2012 n. 22139.

Autore immagine: 123rf com

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