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Prenotare il parcheggio è legale?

24 Maggio 2015


Prenotare il parcheggio è legale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Maggio 2015



Posti auto riservati dai pedoni: illecita occupazione del suolo pubblico o delega?

Chissà quante volte abbiamo assistito alla scena di lei che scende dall’auto, corre verso il parcheggio miracolosamente trovato libero, vi si pianta al centro, in attesa di lui che, intanto, bloccato nel traffico, possa occuparlo. Nel frattempo, magari – e a volte possono passare anche diversi minuti – scorrono i turpiloqui e gli sguardi minacciosi di decine di automobilisti che, invece, sarebbero già pronti a entrare nello stesso parcheggio.

È lecito occupare il suolo pubblico solo con lo scopo di prenotarlo?

Sembra strano, ma – con tutto il mare di questioni banali portate, ogni giorno, all’attenzione dei nostri giudici – una delle condotte più ripetute e contestate di vita quotidiana non ha mai dato luogo a sentenze particolarmente interessati da essere pubblicate negli archivi di giurisprudenza. Solo di recente la Cassazione [1] si è occupata del caso (limite) di un tale che, nell’intento di strappare con la forza il parcheggio già “prenotato” da un altro che vi si era messo in piedi lo aveva urtato lievemente con la propria auto. In quel caso, però, l’oggetto del giudizio è stata, per come è ovvio, la lesione fisica che ne era derivata per l’occupante.

Quante volte, però, si è soliti prenotare un posto al cinema o sul tram con un cappotto, un foglio di carta, un mazzo di chiavi; oppure invadere un parcheggio con una sedia, una cassetta vuota della frutta, un familiare che piantona lo spazio; e quante volte ancora, in Italia, c’è chi fa la fila per conto di un altro, mentre quest’ultimo, in tutta serenità, se ne va al bar o fuma una sigaretta! Si può considerare lecito tale comportamento?

È vero che, nel nostro ordinamento, esiste un principio immanente secondo cui “chi prima arriva, meglio alloggia”. Il che, ovviamente, non vale solo nel commercio, ma anche in tutti quei casi in cui, non essendovi obbligo di pari trattamento, è lecito aspettarsi che solo i più pronti e celeri abbiano ciò che tutti cercano. Un comportamento del genere, del resto, non è tanto estraneo alla pubblica amministrazione che, in alcuni bandi e finanziamenti, utilizza lo strumento del click day: chi ha il mouse più veloce nell’inviare la domanda ha più possibilità di essere ammesso. Il tutto fino ad “esaurimento scorte”.

Il problema, però, almeno per quanto riguarda il posto auto, è quando considerare effettivamente realizzata – in modo lecito – l’occupazione del suolo pubblico: se cioè sia necessaria la presenza dell’automobile o, invece, è sufficiente quella di una persona a piedi.

Partiamo da un dato incontrovertibile: sui posti destinati al parcheggio dei mezzi non possono sostare i passanti a loro piacimento e per finalità differenti da quelle per cui lo spazio è stato adibito. E dunque, se per pura fantasia, un pedone dovesse intrattenersi in una conversazione con un amico all’interno delle strisce blu, ben potrebbe il vigile imporgli di sgombrare l’area.

Ed allora potrebbe considerarsi un giusto criterio di bilanciamento degli interessi quello di ritenere possibile la “prenotazione” solo quando sia limitata allo stretto arco temporale per consentire all’auto la migliore posizione per invadere il parcheggio. Tale non sarebbe la situazione di chi impieghi svariati minuti (per esempio, 10 minuti) prima di arrivare (perché, magari, si trovi in tutt’altra via). L’uso della cosa comune – e in questo caso del suolo pubblico – non deve infatti impedire il pari uso agli altri soggetti: il che non significa il “contemporaneo” uso, ma il miglior sfruttamento, in modo da non ledere gli interessi della collettività. In termini pratici, l’occupazione di un posto per un tempo superiore a quello necessario (in questo caso, in anticipo) priva la collettività di una risorsa pubblica che, invece, potrebbe essere indirizzata a soddisfare altre, e più urgenti, esigenze.

Secondo un articolo di commento alla sentenza sopra citata, apparso su IlSole24Ore di qualche giorno fa, chi incarica altri di “tenere il posto” effettua una delega, che non deve essere necessariamente scritta (anche, quindi, verbale) e può essere conferita a un soggetto che non possegga le stesse qualità del sostituito: ad esempio, un professionista potrebbe chiedere ad un dipendente di fare la fila in suo nome ai fini di un’operazione prenotata allo sportello, per quando verrà il suo turno.

Una cosa però è certa: bisogna far attenzione a non farsi giustizia da sé, come nel caso deciso dalla Cassazione. Scatterebbe infatti il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e dalla ragione si passerebbe facilmente al torto.


note

[1] Cass. sent. n. 19075/2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 27 marzo – 7 maggio 2015, n. 19075
Presidente Lombardi – Relatore De Marzo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza dei 17/10/2013 il Tribunale di Prato ha confermato la decisione di primo grado che aveva condannato alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni S.B., avendolo ritenuto responsabile dei reati di cui agli artt. 81, 594 e 582 cod. pen., per avere offeso l’onore di I. T. e averle procurato lesioni, andandola ad urtare con la propria autovettura e facendola cadere in terra, mentre la donna si trovava in piedi in mezzo ad un posto libero, che stava occupando in favore della sua amica Monica Innocenti, la quale stava sopraggiungendo.
2. II B. ha personalmente proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo si lamenta erronea applicazione della legge penale, con riferimento alla ritenuta sussistenza del dolo eventuale, sottolineando che l’urto dell’autovettura con la persona offesa era stato del tutto accidentale e non voluto dall’imputato, il quale era convinto, nell’avanzare verso il posto nel quale intendeva parcheggiare, che la donna si sarebbe spostata: del resto, appena le mani della T. avevano toccato il cofano, egli aveva arrestato il veicolo. 2.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali, censurando la valutazione di attendibilità della testimone Innocenti, legata da rapporto di amicizia con la T., e sulle cui sole dichiarazioni il giudice aveva fondato le proprie conclusioni. Aggiunge il ricorrente che quanto riferito dalla Innocenti era altresì poco credibile, tenuto conto del fatto che si trovava lontana, almeno a distanza di un’autovettura, in un punto in cui difficilmente avrebbe potuto vedere la scena, forse anche perché coperta da altro veicolo parcheggiato e comunque con due bambini piccoli che, presumibilmente giocavano e parlavano all’interno della sua auto.

Considerato in diritto

1. II primo motivo di ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.
In tema di elemento soggettivo del reato, il dolo eventuale ricorre quando l’agente si sia chiaramente rappresentata la significativa possibilità di verificazione dell’evento concreto e ciò nonostante, dopo aver considerato il fine perseguito e l’eventuale prezzo da pagare, si sia determinato ad agire comunque, anche a costo di causare l’evento lesivo, aderendo ad esso, per il caso in cui si verifichi; ricorre invece la colpa cosciente quando la volontà dell’agente non è diretta verso l’evento ed egli, pur avendo concretamente presente la connessione causale tra la violazione delle norme cautelare e l’evento illecito, si astiene dall’agire doveroso per trascuratezza, imperizia, insipienza, irragionevolezza o altro biasimevole motivo (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 261104).
Nella specie, con motivazione che non palesa alcuna manifesta illogicità, il giudice di merito ha appunto accertato la realtà dell’urto – peraltro riconosciuta dallo stesso ricorrente, che si limita a sostenerne il carattere accidentale – provocato dall’avanzamento dell’autovettura condotta dall’imputato.
Ora, il soggettivo convincimento di quest’ultimo che la T. si sarebbe spostata è del tutto irrilevante rispetto all’azione posta in essere, che rivela, secondo il puntuale apprezzamento del Tribunale, la volontà del B. di procedere nonostante la presenza della donna e anche a costo di provocare l’evento verificatosi.
2. II secondo motivo è inammissibile.
Al riguardo, va ribadito che gli aspetti dei giudizio che consistono nella valutazione e nell’apprezzamento dei significato degli elementi acquisiti attengono interamente al merito e non sono rilevanti nel giudizio di legittimità, se non quando risulti viziato il discorso giustificativo sulla loro capacità dimostrativa, con la conseguenza che sono inammissibili in sede di legittimità le censure che siano nella sostanza rivolte a sollecitare soltanto una rivalutazione dei materiale probatorio (di recente, v. Sez. 5, n 18542 del 21/01/2011, Carone, Rv. 250168 e, in motivazione, Sez. 5, n. 49362 del 19/12/2012, Consorte). Nella specie, le generiche critiche rivolte all’attendibilità della persona offesa e della testimone ascoltata, si fondano, a parte il legame di amicizia tra le due donne, in sé privo di rilevanza, su dati fattuali assolutamente congetturali e non agganciati ad alcuna risultanza processuale che ne dimostrino, prima ancora che l’idoneità a rivelare la manifesta illogicità della motivazione, fondata sulla realtà dell’urto e sui motivi del contrasto, la stessa obiettiva sussistenza. 3. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, appare equo determinare in euro 1.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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7 Commenti

  1. Mi dispiace ma dissento: la prenotazione del posto da parte della moglie/marito/passeggero non è lecita, l’art 190 comma 4 parla chiaro: È vietato ai pedoni sostare o indugiare sulla carreggiata, salvo i casi di necessità. E anche secondo il buon senso se tutti sguinzagliassero i passeggeri come pedoni per “occupare” i posti, il conducente che non ha passeggeri girerebbe all’infinito intorno al parcheggio senza mai trovare posto.

    1. L’articolo parla chiaro, basta sapere di cosa parla però! La carreggiata, secondo la definizione riportata al n. 7 del comma 1 dell’art. 3 del nuovo codice della strada, è la parte della strada destinata allo scorrimento dei veicoli; è composta da una o più corsie di marcia e, in genere, è pavimentata e delimitata da strisce di margine. A tutti i fini legali e assicurativi la carreggiata, proprio per la sua definizione di tratto di scorrimento, non può essere normalmente utilizzata come area di sosta o area di parcheggio e non dovrebbe neppure ospitare, se non in un’area esterna apposita, fermate di mezzi pubblici. Figurati se un parcheggio, magari in un’area privata, può considerarsi carreggiata!

  2. non posso che concordare con Matteo Rossi. Spesso vedo persone che addirittura collocano sedie da giardino o cassette sulla pubblica via per riservarsi il diritto di parcheggio. Poiché ciò crea anche intralcio, e quindi pericolo alla circolazione, ritengo che rimuovere questi dissuasori illegittimi sia legittimo. (mi scuso per il bisticcio di parole)

  3. Mi dispiace Matteo Rossi, ma l’articolo 190 comma 4 non dice quello che pensi tu :
    “È vietato ai pedoni sostare o indugiare sulla carreggiata, salvo i casi di necessità; è, altresì, vietato, sostando in gruppo sui marciapiedi, sulle banchine o presso gli attraversamenti pedonali, causare intralcio al transito normale degli altri pedoni.”
    La carreggiata non è lo spazio adibito al parcheggio, ma è lo spazio dove transitano i veicoli e i pedoni sui marciapiedi e banchine non devono causare intralcio ad altri pedoni non ad autoveicoli … ecco perchè non è chiara la questione.
    A volte ci vorrebbe solo un pò di buon senso … sono proprio curioso di vedere a chi non succede di trovare un posto e chiamare al cellularte moglie/marito/figlio/ zio per farselo tenere un attimo ???

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