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Promessa di pagamento e ammissione di debito: cos’è e quali effetti

24 maggio 2015


Promessa di pagamento e ammissione di debito: cos’è e quali effetti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 maggio 2015



Debitori e creditori: farsi rilasciare un documento con una promessa di pagamento o una ricognizione di un debito non fa nascere un’obbligazione ma inverte solo l’onere della prova.

Una promessa è un debito” recita un adagio popolare che, alla fine, non è poi così distante dalla realtà giudica. Anzi, il codice civile prevede proprio questo: nel momento in cui qualcuno promette un pagamento a un altro, non fa che ammettere un proprio debito preesistente. Non è neanche necessario, per l’efficacia di tale dichiarazione, il consenso dell’altra persona o la sua firma come nei normali contratti: la promessa di pagamento è infatti una semplice promessa unilaterale, proprio al pari della dichiarazione con cui Tizio ammette un debito nei confronti di Caio (in quest’ultimo caso si parla però di ricognizione del debito).

Attenzione: la promessa di pagamento non fa sorgere il debito, ma ne costituisce solo la prova. In altre parole, con essa si promette il pagamento di un’obbligazione/debito già nata in precedenza. Con la conseguenza che, se quest’ultima dovesse essere nulla o inesistente o estinta, anche la promessa di pagamento sarebbe nulla.

Dunque la promessa di pagamento ha valore solo in un’eventuale causa, perché dispensa il creditore dal dover dimostrare la ragione del proprio credito: gli basterebbe semplicemente documentare la promessa manifestatagli dal debitore per poter vincere il giudizio. Spetterà poi al debitore dare la prova contraria: ossia di aver già pagato, o che l’obbligazione iniziale era nulla o annullabile, o di aver dichiarato la promessa di pagamento per errore (per es., ritenendo di avere un debito, mentre in realtà non lo aveva). In termini tecnici è quello che si definisce “inversione dell’onere della prova”.

Addirittura, con la promessa di pagamento, se fatta per iscritto, il creditore potrebbe agire con il procedimento accelerato e più veloce del decreto ingiuntivo (ferma restando la possibilità per il debitore di spiegare l’opposizione entro 40 giorni dalla sua notifica).

Perché la promessa di pagamento sia valida non deve necessariamente indicare la ragione del credito (il cosiddetto “rapporto fondamentale”). È un po’ – del resto – quello che avviene con l’assegno in cui non sono indicate le ragioni per cui si ordina alla banca di trasferire la somma nelle mani del prenditore (i tecnici del diritto chiamano questo concetto con la parola “astrattezza processuale della causa”).

Dunque, in buona sostanza, non perché avete promesso a qualcuno un pagamento, e magari lo avete fatto per errore, credendo di avere con lui un debito, vi siete obbligati a pagare. Se riuscite a dimostrare che, in realtà, avevate già pagato, o che avete fatto male i conteggi e che, in realtà, non dovevate alcunché, o che magari il contratto iniziale era nullo o comunque viziato, potete sempre “tornare indietro”. Ma – questa è l’unica conseguenza della promessa di pagamento – l’onere di tale prova è a vostro carico. Se non riuscite a dare tale dimostrazione, il creditore potrà chiedervi il pagamento di quanto gli avete promesso.

Con parole un po’ più tecniche, la Cassazione ha espresso questo concetto con la seguente massima: “La promessa di pagamento non costituisce autonoma fonte dell’obbligazione, ma ha solo il più limitato effetto di sollevare il creditore dall’onere di provare il proprio diritto[1]

Lo stesso discorso si deve fare per l’ammissione di debito (o, detta in termini giuridici, “ricognizione di debito”). Anch’essa, se documentata, non ha l’effetto di far nascere, dal niente, un’obbligazione, ma è solo una prova – che può essere sempre superata dal debitore – dell’esistenza di una precedente obbligazione. La dimostrazione dell’inesistenza di quest’ultima (fornita dal debitore) priva di qualsiasi efficacia anche l’ammissione del debito.

Inoltre, la ricognizione di debito può avere valore solo se effettuata direttamente nei confronti del creditore e non a terzi. Se l’ammissione del debito viene rilasciata a terzi, questi ultimi, tutt’al più, potranno essere chiamati a testimoni nel processo intentato dal creditore, ma non si avrà più l’effetto dell’inversione dell’onere della prova che si sarebbe avuto, invece, se la dichiarazione fosse stata rilasciata al creditore.

note

[1] Cass. sent. n. 11332 del 15.05.2009; n. 27406/2008.

Autore immagine: 123rf com

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