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Dipendente in malattia, beccato dall’investigatore a fare altro

25 maggio 2015


Dipendente in malattia, beccato dall’investigatore a fare altro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 maggio 2015



Lavoro: il permesso non può essere utilizzato per scopi diversi o incompatibili con lo stato di malattia; diversamente scatta il licenziamento.

Vietato usare i permessi malattia per scopi privati o, comunque, per attività incompatibili con il morbo o che potrebbero ritardare la guarigione. Diversamente, scatta il licenziamento. È quanto chiarito qualche giorno fa dalla Cassazione [1].

Il costume, tutto italiano, di usare i permessi per finalità diverse da quelle per le quali sono stati stabiliti per legge, miete sempre più “vittime” nei posti di lavoro: e questo perché la Suprema Corte ha ormai sdoganato l’uso degli investigatori privati: assoldati dall’azienda, le loro dichiarazioni possono essere utilizzate come prova per eventuali sanzioni disciplinari. E così gli 007 privati possono mettersi alle calcagna del dipendente per verificare se questi è assente dal lavoro per finalità diverse da quelle dichiarate (tipico il caso dei permessi della legge 104, oltre ovviamente all’inflazionata malattia). Agenzie investigative che, evidentemente, sono più efficaci delle visite fiscali se è vero che, a queste ultime, si riesce più spesso a farla franca.

La vicenda

È stato fatale, per il dipendente assente per malattia, il pedinamento prolungato messo in atto, su richiesta dell’azienda, da un’agenzia investigativa: grazie all’attività segreta di quest’ultima il datore è riuscito a ricostruire, nei dettagli, la gravissima condotta tenuta dal dipendente, il quale, pur risultando assente per malattia, svolgeva altre attività lavorative.

La violazione del dovere di fedeltà

È evidente, in casi di menzogna conclamata come quella in commento, la gravità della condotta tenuta dal dipendente: una condotta che lede quel rapporto di fiducia reciproco che deve sussistere tra le parti che firmano il contratto di lavoro.

Pedinamento

Ormai è pacifica, per i giudici, la possibilità per l’azienda di valersi di agenzie investigative private (leggi “Il datore può spiare il dipendente con l’investigatore privato”). Sebbene i rapporti di queste ultime non abbiano valenza di prove documentali, le fotografie invece hanno il loro peso in causa e, inoltre, il detective può sempre essere chiamato a testimoniare i fatti che ha visto coi propri occhi. Come i comportamenti illeciti del dipendente. Consequenziale è la conferma definitiva del licenziamento perché trattasi di fattispecie di assoluta gravità sotto il profilo disciplinare.

note

[1] Cass. sent. n. 10627/15 del 22.05.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 4 marzo – 22 maggio 2015, n. 10627
Presidente Roselli – Relatore Lorito

Svolgimento del processo

La Corte d’Appello di L’Aquila, con sentenza 19/12/11, confermava la pronuncia emessa dal giudice di prima istanza il quale aveva respinto la domanda proposta da C.S. nei confronti della ITV s.r.l. Industria Tessile del Vomano, intesa a conseguire la declaratoria di illegittimità dei licenziamento per giusta causa irrogato in data 26/11/07 con tutte le conseguenziali statuizioni ripristinatorie e risarcitorie sancite dall’art.18 st. lav..
A fondamento della decisione la Corte distrettuale osservava che il provvedimento espulsivo risultava basato sulla relazione stilata dalla Agenzia Investigativa da cui era emerso che il ricorrente, nel periodo 24/10-7/11/07, in cui risultava assente per malattia dovuta ad infortunio sul lavoro, era stato sorpreso a svolgere attività lavorativa, in qualità di addetto alle pulizie, in favore della Università degli Studi di Teramo per conto della Cooperativa srl Team Service; che le circostanze in quella sede emerse, erano state oggetto di conferma in sede istruttoria, alla stregua delle deposizioni rese dai testi Passamonti e Pignotti; che le ulteriori dichiarazioni rese in sede istruttoria dalla moglie dei Costantini e da taluni suoi colleghi di lavoro, erano da ritenersi prive di attendibilità; che, in definitiva, le circostanze addebitate al ricorrente, comprovate alla luce degli elementi descritti, integravano fattispecie di assoluta gravità sotto il profilo disciplinare, arrecando un evidente vulnus ai doveri di lealtà, fedeltà e collaborazione cui la condotta del lavoratore dipendente deve essere informata.
Avverso tale pronuncia interpone ricorso per cassazione il Costantini sostenuto da cinque motivi cui resiste con controricorso la srl IN.

Motivi della decisione

1. Con cinque motivi di ricorso, sotto il profilo di violazione e falsa applicazione degli artt.115-116 c.p.c., in relazione aII’art.360 n.3 c.p.c. nonchè di insufficiente, illogica e contradditoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art.360 n.5 c.p.c., il ricorrente critica l’impugnata sentenza lamentando l’erronea interpretazione resa dell’articolato compendio istruttorio acquisito .
1.1 In particolare si duole degli approdi ai quali è pervenuta la Corte territoriale in tema di esegesi dei dati istruttori acquisiti, omettendo di considerare gli esiti dei procedimenti penali per falsa testimonianza instaurati nei confronti di taluni dei testi escussi nel giudizio di primo grado (archiviazione o assoluzione), trascurando le evidenti contraddizioni emerse nelle deposizioni rese dagli investigatori, e reputando inattendibili le deposizioni dei testi di parte ricorrente, nonostante la coerenza e la spontaneità che le connotava, non inficiata dall’accertamento di alcuna fattispecie di rilievo penale.
2. I motivi sono privi di pregio.
Al di là di ogni considerazione in ordine ai profili di inammissibilità dei ricorso che appare violare le regole di chiarezza poste dall’art.366 bis c.p.c. (nel senso che ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso sostanziale e processuale e dei motivi per i quali si chiede la cassazione, con l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano) non essendo consentito confondere i profili del vizio logico della motivazione e dell’errore di diritto (vedi fra le tante, Cass. 8 giugno 2012 n.9341, Cass. 20 settembre 2013 n.21611), osserva la Corte che la pronuncia impugnata appare sorretta da un iter logico del tutto congruo ed equilibrato nei suoi elementi.
2.1 Nello specifico, così come riportato nello storico di lite, la Corte territoriale ha accertato, facendo leva, in particola re, sugli accertamenti ispettivi espletati dalla Agenzia investigativa incaricata dalla società I.T.V. e corroborati dalle testimonianze raccolte, che il Costantini, nell’arco temporale 24/10-7/11/07, si era recato con l’auto della moglie ed un collega della stessa, presso l’Università degli Studi di Macerata ove operava, quale aggiudicataria dell’appalto di pulizia dei locali, la Cooperativa di lavoro di cui faceva parte la consorte. 2.2 Anche con riferimento a tale accertamento di merito, così come in generale, va, quindi, affermato che “la violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti dei vizio di motivazione di cui all’art. 360, primo comma n. 5), cod. proc. civ., e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità” (v. fra le altre Cass. sez. 1 20 giugno 2006 n.
14267), ribadendosi nel contempo che “il controllo di logicità dei giudizio di fatto,
consentito dall’art. 360 n. 5 c.p.c., non equivale alla revisione dei “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità”, con la conseguenza che “risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa” (v., fra le altre, Cass. cit. 1° settembre 2011 n.17977).
Alla luce degli enunciati principi, appare evidente la carenza di fondo che connota il presente ricorso, con il quale il Costantini si è limitato a criticare gli approdi ai quali era pervenuta la Corte territoriale, facendo leva su considerazioni attinenti alla attendibilità dei testimoni e all’esito di connessi giudizi penali, ovvero alla efficacia probante dei rilievi fotografici acquisiti. 3. Né risultano rimarcate evidenti lacune dell’iter motivazionale sotteso alla impugnata decisione.
Per consolidato orientamento di questa Corte la motivazione omessa o insufficiente è infatti configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, dei procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (in termini, di recente, Cass. 7 novembre 2014 n.23815 in motivazione, Cass. 4 aprile 2014 n.8004, Cass. S.U. 25 ottobre 2013 n.24148).
3.1 Invero il motivo di ricorso ex art. 360, co. 1, n. 5, c. p. c., non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo quello di controllare, sul piano della coerenza logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento, controllarne l’attendibilità e la concludenza nonché scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti in discussione, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (vedi fra le numerose altre, Cass. cit. n.8004/14).
Inoltre, per la configurabilità del vizio, è necessario che sussista un rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica della controversia tale da far ritenere che, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza, con giudizio di certezza e non di mera probabilità (vedi Cass. 14 novembre 2013 n.25068) elementi questi che nella specie, per quanto sinora detto, appaiono del tutto carenti.
I motivi formulati dal ricorrente tendono infatti a risolversi in critiche che mirano ad una rivisitazione delle considerazioni di merito operate dalla Corte territoriale senza che vengano evidenziati elementi fattuali e giuridici idonei ad inficiarne la comprovata coerenza e congruità motivazionale.
La Corte territoriale, come riportato nello storico di lite, ha invece proceduto ad una disamina del compendio istruttorio acquisito nel corso del giudizio di merito, con motivazione che non risulta inficiata, per la correttezza che la connota, dalle doglianze formulate.
in definitiva, alla stregua degli illustrati principi, il ricorso va respinto.
li governo delle spese del presente giudizio di Cassazione segue il regime della soccombenza nella misura in dispositivo liquidata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese dei presente giudizio di cassazione che liquida in euro 100,00 per esborsi ed euro 3.500,00 per competenze professionali, oltre accessori di legge.

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