Diritto e Fisco | Editoriale

Falso profilo Facebook dell’azienda per controllare il lavoratore

27 maggio 2015


Falso profilo Facebook dell’azienda per controllare il lavoratore

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 maggio 2015



Controlli a distanza tramite un profilo fake su Facebook e licenziamento: l’accettazione a chattare da parte del dipendente è ammissione di responsabilità.

Attenti a stare su Facebook negli orari di lavoro. È in arrivo una nuova “trappola” sdoganata dalla Cassazione per incastrare i dipendenti perditempo.

Se il Job Act ha rimesso in discussione l’uso degli strumenti di controllo, da parte del datore di lavoro, nei confronti dei dipendenti, la sentenza di oggi della Suprema Corte [1] non mancherà di suscitare un altrettanto acceso dibattito. Perché se il Governo ancora discute sulla possibilità di usare le telecamere di videosorveglianza e di mettere sotto controllo telefoni e pc aziendali, i Giudici di Piazza Cavour sono andati ben oltre, ammettendo il controllo del dipendente tramite un account fake su Facebook e tramite la relativa geolocalizzazione con il satellite collegato al cellulare.

Il punto è che i lavoratori utilizzano il proprio smartphone sul posto di lavoro e, in particolare l’app dedicata per connettersi su Facebook onde superare i blocchi dei computer aziendali o per timore che la loro navigazione sul browser del pc fisso possa essere intercettata. Così anche le aziende si sono fatte furbe e – come nel caso deciso dalla sentenza in commento – creano non poche volte un profilo falso (magari con le fattezze di una bella ragazza) allo scopo di adescare il dipendente e dimostrare che lo stesso, nell’orario di lavoro, utilizza il social network per perdere tempo in sollazzi. Insomma, un controllo a distanza reso possibile non già dalle telecamere, ma dal social network e dal suo sistema di localizzazione, che consente peraltro di tenere traccia degli spostamenti del lavoratore sul territorio extraurbano.

Lo Statuto dei Lavoratori non vietava i controlli a distanza? Sì, dice la Cassazione, ma su Facebook è cosa completamente diversa. È infatti il dipendente che, nel connettersi al social, acconsente alla possibilità di essere intercettato e mette a disposizione i propri dati, specie se ha il servizio di geolocalizzazione in posizione “on”. Ma non solo: il fatto di chattare negli orari di lavoro implica comunque una violazione del dovere di fedeltà con l’azienda che può arrivare finanche a comportare, per lui, il licenziamento.

Peraltro è lo stesso Statuto dei lavoratori che ammette i controlli sui dipendenti quando essi abbiano lo scopo di controllare eventuali condotte illecite e preservare il patrimonio aziendale.

Insomma, la trappola ben congegnata funziona allo stesso modo dell’ispettore privato che il datore di lavoro – per giurisprudenza unanime – può sguinzagliare alle calcagna del lavoratore perditempo.

Per leggere la sentenza integrale vai su “Sì al licenziamento per chi naviga su Facebook”.

note

[1] Cass. sent. n. 10955/15 del 27.05.2015.

Autore immagine: 123rf com

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1 Commento

  1. Il datore (o suo delegato) che, si crea un profilo fake oltre a commettere un illecito di rilevanza penale (reato di sostituzione di persona: art. 494 c.p.), commette una scorrettezza (provocazione) nei confronti di altro soggetto, con eventuali conseguenze penali (agente provocatore) in caso di comportamento per fini di vendetta o, scopo di lucro.
    Il consiglio è quello di rivolgersi a dei professionisti (Investigatori Privati) col fine di precostituirsi delle prove certe, incontrovertibili e soprattutto, riproducibili in giudizio.

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